Solidarietà femminile, sorellanza, complicità. Parole luminose che fanno venire in mente reti di salvataggio in grado di salvarci dalle cadute, fari pronti a riportarci a casa quando abbiamo perso la rotta. Se non ci sosteniano tra noi donne, come possiamo sperare di riuscire a ottenere ciò che meritiamo in questo mondo che ci vorrebbe ancora zitte, buone e sullo sfondo? The Testaments, serie sequel di The Handmaid’s Tale (nata dalla penna di Margaret Atwood, su Disney+) ci mostra quanto un’imprevista alleanza tra ragazze possa far vacillare regole granitiche e regimi dittatoriali. Sotto i riflettori, nella realtà, c’è una percentuale che intristisce e fa riflettere. Secondo l’ultima Mappa dell’intolleranza di Vox Diritti, messa a punto analizzando due milioni di post del 2025, restiamo noi il primo bersaglio dell’odio online, seguite da ebrei, stranieri, musulmani, persone con disabilità e comunità LGBTQ+. Ma non è tutto: il 43 per cento dei contenuti misogini ha firme femminili, un numero quasi raddoppiato in un anno. Donne che odiano le donne. Peggio che a Gilead.

Lo sguardo incattivito dalla legge della giungla

Donne che insultano, perculano e disprezzano altre donne, molte volte sconosciute. Che riversano sui social insulti e cattiverie estreme, come se fosse la cosa più naturale del mondo. «Siamo di fronte a un fenomeno complesso, che ha alla base l’interiorizzazione di vecchi modelli patriarcali che restano in piedi nonostante l’impegno costante e le battaglie condotte negli anni, da molte e molti, in nome della parità di genere» spiega Ilaria Consolo, psicoterapeuta e vicepresidente dell’Istituto italiano di sessuologia clinica di Roma. «Purtroppo le donne continuano a crescere immerse in un contesto culturale, educativo e relazionale che le porta a guardare se stesse e le altre con uno sguardo ipercritico, spesso addirittura spietato». In un ecosistema digitale ostile a tutte, l’astio verso le proprie simili rischia di ricordare la legge della giungla: sopravvive – e si sente considerata dalla platea di Internet – chi ruggisce più forte.

I bersagli preferiti sono in gamba e vanno controcorrente

Hanno successo, inventiva, coraggio di andare controcorrente: le donne prese di mira più spesso sono così. «C’è un legame invisibile tra la tendenza a svalutare persone in gamba e una certa percezione della propria fragilità» chiarisce Consolo. «Attaccare – e quindi cercare di indebolire – una donna che riesce a fare qualcosa che noi non siamo in grado di fare diventa un modo, agito più o meno consapevolmente, di arginare la nostra insicurezza e frustrazione». Senza contare il peso dell’invidia. «Affermare che essere invidiose è nella natura femminile è una falsità: si tratta di un sentimento umano, che va affrontato senza ipocrisie». Avere la lucidità di riconoscere che anche noi, come tutti, ogni tanto ne siamo preda è già un primo, importantissimo, passo per disinnescarne la potenza distruttiva.

Donne che odiano le donne. E il loro corpo

Tra i post che vengono presi di mira dalle donne più frequentemente ci sono quelli che offrono l’occasione di sparare a zero contro un corpo. Che non è mai abbastanza bello, sexy, atletico, giovane. «Il processo di oggettificazione del corpo femminile è vecchio come il mondo: senza accorgercene, l’abbiamo tutte interiorizzato» suggerisce la dottoressa Consolo. Si valutano silhouette come fossero cose, con freddezza, distacco, secondo standard mutevoli e irraggiungibili. «Il body shaming colpisce senza pietà: si criticano i fisici “troppo” e quelli “troppo poco” riversando tonnellate di livore. I commenti sono cuciti con parole agghiaccianti. E l’aspetto inquietante è che tutto questo sta diventando sempre più normale: costantemente esposte a forme di comunicazione aggressiva e violenta, specie sui social, rischiamo di percepire il linguaggio dell’odio come accettabile. A volte, addirittura come un segnale di schiettezza e di autenticità».

Nel mirino ci sono spesso le vittime, trattate come colpevoli

La ripetizione anestetizza. A furia di leggere parole taglienti, si rischia di non percepirle più come tali: diventano colore di fondo, quasi una lingua franca. «Online questo fenomeno è amplificato dalla distanza, dall’anonimato e dalla mancanza di conseguenze dirette: lo schermo tende ad attenuare l’empatia e il senso di responsabilità» afferma la dottoressa Consolo. «Nei momenti più tragici, come i femminicidi o le violenze sessuali, questo meccanismo mostra il suo lato più duro. Può scattare una doppia morale ancora radicata, che porta a concentrarsi sulla condotta della donna vittima, invece di guardare all’autore della violenza, l’uomo. E si attiva anche un meccanismo di autodifesa: convincersi che basti comportarsi “diversamente” per restare al sicuro. È un tentativo di tenersi alla larga da ciò che spaventa e di convincersi che esistano regole capaci di proteggerci».

Il mondo è gonfio di tensione e di aggressività (e noi pure)

Si dà contro alle altre donne per insicurezza, paura e ignoranza. E succede sempre più spesso: come abbiamo visto, secondo Vox Diritti, i contenuti ostili firmati da utenti donne sono raddoppiati in un anno. «È difficile attribuire questa crescita a una sola causa, si tratta piuttosto di più fattori che si sommano» spiega la dottoressa Consolo. «Il linguaggio dell’odio si propaga in fretta perché scatta un meccanismo di legittimazione e di imitazione: sempre più persone si sentono autorizzate a esprimersi in quella maniera e i social, con i loro ritmi esasperati, accelerano ulteriormente il fenomeno». Ma non solo. «Incide anche il contesto in cui viviamo, sempre più teso e frustrante: in queste condizioni, l’aggressività diventa uno sfogo facile e immediato».

Donne che odiano le donne: come invertire la rotta

Spegnere l’odio tra donne e accendere la solidarietà non è impossibile, ma serve tempo e impegno. «Il primo passo è riconoscere la rabbia per quello che è: un’emozione legittima, che diventa un problema quando si trasforma in attacco» suggerisce Consolo. «Vale la pena di fermarsi un istante prima di scrivere commenti di fuoco e chiedersi: cosa sto davvero provando? Perché lo faccio? Spesso a guidare le mani sulla tastiera ci sono frustrazione, senso di inadeguatezza, desideri rimasti in ombra. Poi serve cambiare sguardo: smettere di ridurre le altre a corpo, ruolo, performance, e tornare a vederle come persone. Ovviamente è un lavoro anche culturale: bisogna iniziare a mettere in discussione modelli interiorizzati che ci spingono a giudicare chi è libera o fuori dagli schemi. Aiuta prendere distanza dai contenuti tossici, smettere di considerarli “normali”, e scegliere parole che aprano al confronto, non allo scontro. La rabbia può diventare dialogo, anche vivace, ma non distruttivo. E ricordarlo fa la differenza».