Prima ci preferivano morbide e rassicuranti, poi spigolose e androgine. Oggi dovremmo essere tutte toniche e levigate (leggi: impeccabili, ma senza che lo sforzo necessario per diventarlo risulti evidente). Da sempre, aderire al modello di bellezza dominante è, per noi donne, un diktat che ci pesa addosso come un vestito cucito da altri: ci sentiamo costrette a indossarlo, anche se tira, stringe e pizzica. Le più forti e libere riescono a fregarsene, imparando, magari con gli anni, a rispettare e ad accettare il proprio corpo. Ma in quante continuiamo a guastarci l’umore e le giornate – talvolta la vita – perché non abbiamo l’aspetto “giusto”?

Vitino da vespa: la follia arriva dall’America

E sembra impossibile, ma c’è di peggio. Perché a volte non ci viene chiesto di essere più belle (più magre, più muscolose, più giovani): esistono tendenze che spingono verso traguardi estremi. Ai confini delle realtà. Negli Stati Uniti stanno prendendo piede interventi estetici che paiono inventati dagli sceneggiatori di Black Mirror: vengono estratte – incise o “piegate” all’inverosimile – l’undicesima e la dodicesima costola per ottenere un vitino da vespa, che rievochi la silhouette della Barbie e i corpi a clessidra dell’epoca vittoriana, quando le donne restavano letteralmente senza fiato comprimendosi l’addome in vere e proprie armature, con le stecche e i lacci tirati al massimo – hai presente Rossella O’Hara in Via col vento?

I rischi per la salute non sono irrilevanti

Com’è facile immaginare, il periodo post operatorio è tosto, con l’obbligo di portare fasciature e corsetti strettissimi per settimane. E anche una volta guarite, i rischi che corre chi modifica il proprio corpo in modo così drastico sono considerevoli, perché le costole non sono un dettaglio anatomico superfluo, ma una protezione per gli organi vitali. Intervenire su questa struttura significa non poter più tornare indietro ed esporsi per sempre a dolori e difficoltà polmonari e respiratorie. Eppure, sui social, l’intervento viene reclamizzato come una scorciatoia verso il paradiso dell’auto-accettazione.

Dai glutei gonfiati oltre misura al vitino da vespa

In Italia, per il momento, le richieste per conquistare il vitino da vespa “manomettendo” la cassa toracica sono sporadiche, ma il terreno è fertile. «Viviamo in un contesto in cui l’immagine conta più della salute: ciò che oggi appare una follia domani potrebbe diventare desiderabile» osserva Eleonora Sellitto, psicoterapeuta e sessuologa a Roma. «Il pericolo non è solo fisico ma culturale: quando un modello estremo attecchisce non si limita a trasformare i corpi, tende a ridefinire l’idea di normalità. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una lunga sfilata di “nuove normalità”, che di naturale non hanno nulla: glutei e seni ipertrofici innestati su fisici minuti, labbra e zigomi gonfiati fino a far perdere al volto qualsiasi espressione autentica». Nella varietà degli interventi, il filo conduttore sembra lo stesso: non migliorarsi ma annullarsi, fino a scomparire dentro un modello estetico che somiglia sempre di più a una caricatura.

Per sentirsi speciali, si cancella la propria storia

Assottigliare il girovita è un desiderio comprensibile: la curva dei fianchi e la vita stretta evocano l’immagine sensuale di Sophia Loren e Marilyn Monroe. Figure che incarnano un’idea di bellezza piena, viva. Ma ciò che oggi si insegue con l’intervento alle costole è ben altro: un risultato innaturale, che non celebra il corpo della donna ma lo svuota. «A livello psicologico e bioenergetico, il corpo è la memoria pulsante della nostra esperienza di vita» spiega Sellitto. «Il tempo che passa, eventi come la gravidanza, ma anche traumi, gioie e perdite: ogni vissuto lascia tracce nella postura, nella silhouette, nella pelle. Modificare la struttura fisica in modo radicale significa cancellare una parte della nostra storia. In questo senso, l’intervento estetico spinto diventa una forma di rinuncia: si offre un pezzo di sé alla società nel tentativo di sentirsi finalmente speciali, amate, accettate».

Il vitino da vespa nel tentativo di colmare un vuoto

Ma il prezzo è alto, anche perché qui non si tratta semplicemente di omologarsi e nemmeno di voler sedurre chi ci circonda – che in genere resta colpito ma anche inquietato dal fisico da bambola gonfiabile – ma di aspirare a una perfezione disumana, di plastica. «Chi insegue un ideale estetico estremo, lontano dalla realtà, entra facilmente in un circolo di insoddisfazione cronica, in cui ogni ritocco ne chiama un altro» dice Sellitto. «Dietro questo accanimento si nasconde una profonda fragilità, un senso di vuoto e di inadeguatezza che possono sfociare in vere patologie, come il dismorfismo, dove il corpo viene percepito in modo distorto, o disturbi di tipo narcisistico o borderline. In questi casi serve il supporto di uno specialista che aiuti a capire l’origine del malessere e a individuare un percorso su misura per liberarsi dall’ossessione».

Spostiamo lo sguardo da fuori a dentro

Per prevenire queste forme di disagio bisogna partire da lontano, dall’educazione allo sguardo: quello che puntiamo sugli altri e quello che impariamo a rivolgere a noi stesse. «In famiglia è importante insegnare che il valore di un individuo non dipende dall’aspetto, ma dalla sua identità, dalle sue capacità e dalle emozioni che lo animano» suggerisce la psicoterapeuta. «Alle bambine non dovremmo dire solo “quanto sei bella”, ma anche – e soprattutto – “quanto sei coraggiosa”, “quanto sei in gamba”. È da lì che nasce la fiducia in sé, non da uno specchio che approva o condanna. Lo stesso vale per la scuola, dove il corpo diventa spesso terreno di confronto ed esclusione. Parlare di accettazione e rispetto è il primo passo per disinnescare il bisogno di aderire a modelli che vincolano e ci fanno sentire sbagliate».