Hai presente quella vocina che sussurra: «Guarda che mica lo meriti, se l’hai ottenuto è per puro caso, ma non ti spetta»? Alzi la mano chi non la sente – spesso ma non volentieri – quando raggiunge un successo, piccolo o grande che sia.

La sindrome dell’impostore è molto diffusa tra le donne

Sì, la sindrome dell’impostore è una “postura mentale” fastidiosa, ma purtroppo ricorrente tra le donne. Non a caso, era affollatissima l’aula del workshop dedicato a questo argomento durante la SheTech Fest del 18 ottobre, di cui Donna Moderna è stata media partner.

Non è una paura del tutto negativa

La docente Marta Pettolino Valfrè, psicologa e autrice, il suo nuovo libro, in uscita il 21 novembre per Meltemi, si intitola Anima nuda. Le ferite dell’infanzia ci aiutano a vivere, ha iniziato spiazzando subito la platea: «La sindrome dell’impostore è strettamente legata alla paura del giudizio delle altre persone: una paura “evoluzionistica”, che ci serve».

È legata all’obiettivo primario: la sopravvivenza in gruppo

Per capire meglio la sua affermazione, occorre fare un, lungo, passo indietro e tornare nelle caverne e nelle savane preistoriche, visto che parte del nostro cervello si è forgiato in quell’epoca e ancora oggi funziona per permetterci di conseguire il nostro obiettivo primario: la sopravvivenza. «In aula faccio sempre una battuta: pensiamo di volere tanti follower o tanti soldi? In realtà, la sopravvivenza è quello che vogliamo più di tutto» spiega Pettolino Valfrè.

Nella nostra società siamo però spinti all’individualismo

«Fin dalla preistoria ci si è resi conto che è più facile sopravvivere, per esempio affrontando animali feroci, se si sta insieme: da soli si è più vulnerabili. Abbiamo quindi bisogno del gruppo, ma temiamo di non andar bene al gruppo stesso». Può suonare strano, considerato che viviamo in una società che pare votata all’individualismo e che ci bombarda di messaggi come “Ce la devi fare da solo”, “Se vuoi puoi”. «Scatta in noi una dissociazione cognitiva» spiega la docente. «Le persone, infatti, in aula mi dicono: “Io voglio che sparisca la paura del giudizio degli altri”. Ma è impossibile: noi, dal punto di vista evoluzionistico, vogliamo piacere agli altri. Se non ci fossimo mossi spinti dal bisogno di socializzazione, non ci saremmo evoluti neanche come società».

Occorre tenere la sindrome dell’impostore sotto controllo

Attenzione, però: non è che questa consapevolezza sdogani la sindrome dell’impostore come fardello ineludibile. «Da una parte, occorre legittimare il fatto che abbiamo paura e che questa paura ci porta dei messaggi molto importanti, dall’altra, bisogna equilibrarla, impedendole di diventare un freno eccessivo» continua l’esperta. Per procedere bisogna ragionare su autostima e self-compassion, cogliendone la sinergia così come le differenze.

Per bilanciarla servono autostima e self-compassion

«L’autostima dipende dai nostri successi e dalle nostre competenze, da tutte quelle azioni che sono performative. Mentre la self-compassion è quanto ci vogliamo bene, quanto ci prendiamo cura di noi. Ci dobbiamo trattare come trattiamo la nostra migliore amica, perché spesso quello che ci blocca è il nostro dialogo interiore, dove ci diciamo delle cose terribili che non diremmo mai ad altre persone. L’autostima, poi, è una scala mobile. Ci possono essere momenti in cui obiettivamente ho più difficoltà a livello di performance: per esempio, perdo il lavoro e ho meno fiducia in me stessa. Ma la self-compassion deve esserci sempre, anzi dovrebbe rafforzarsi quando siamo più in difficoltà. Se una persona a cui vogliamo bene è in crisi, non le stiamo più vicini?».

Anche gli uomini ne soffrono

Stabilito che la sindrome dell’impostore ha pure le sue ragioni, resta da capire se sia – come spesso si sostiene – spiccatamente femminile. «No, è anche maschile» chiarisce Pettolino Valfrè. «Ma nelle donne assume una rilevanza più grave, perché si somma agli stereotipi di genere che ci bloccano soprattutto a livello di carriera, ci richiedono maggiori sforzi, ci fanno credere che siamo fatte solo per determinate cose e non per altre. Non solo. La sindrome dell’impostore “colpisce” persone di ogni generazione, la differenza sta nell’esternarla o meno. Le più giovani sono più abituate a parlare delle proprie vulnerabilità e hanno una maggiore capacità di chiedere aiuto, a differenza di chi ha qualche anno in più».

Le donne in discipline STEM sentono di dover dimostrare di più il loro valore

Vero, però fa riflettere che tante ragazze impegnate in percorsi Stem, come quelle che erano presenti alla SheTech Fest, abbiano sentito il bisogno di stanare in un workshop questa sindrome che le attanaglia. «Queste donne non sono pioniere, ma sicuramente studiano e lavorano in ambiti dove la presenza femminile è ancora rara» precisa la psicologa. «Quindi è come se portassero il peso di dover dimostrare di più il loro valore per essere lì, per ricoprire un ruolo che fino a ieri era declinato esclusivamente al maschile. Sentono di dover lavorare il doppio, di dover dimostrare il doppio. Ed è una fatica, perché è come se io mi dovessi legittimare per stare in un mondo che non mi appartiene per nascita: me lo devo conquistare».

Per combattere l’eccessiva sindrome dell’impostore dobbiamo riscrivere il nostro dialogo interiore

Insomma, tra paura e stereotipi non ce la passiamo bene. C’è allora qualcosa che possiamo cominciare a fare per alleggerire un po’ la nostra quotidianità mentale? «Consiglio di prendere un quaderno su cui fare esercizi con noi stesse» dice la docente. «Per prima cosa, occorre prestare attenzione al proprio dialogo interiore, poi scriverlo. Sì, riportiamo proprio quelle parole cattive e denigranti che ci diciamo. Un esempio? “Sei una cretina, perché questo non lo dovevi dire…” . Proviamo poi a ristrutturare la frase come se parlassimo alla nostra migliore amica. Oppure, di fronte a una affermazione perentoria detta a noi stesse tipo “Non ce la farai mai”, trasformiamola in “Per farcela cosa posso fare?”. Questo esercizio in gergo si chiama “reframing linguistico” ed è davvero utile. Soprattutto, smettiamo di trattarci malissimo e ricordiamoci che noi siamo la persona più importante della nostra vita».

Un bel successo la festa di SheTech

Un momenrto della SheTech Fest del 18 ottobre

È stata un successo la SheTech Fest, qui sopra, del 18 ottobre nel Randstad Box di Milano: 170 partecipanti, 5 workshop, momenti di mentoring e networking. È uno dei 110 eventi organizzati da SheTech nel 2025, oltre a quasi 200 ore di formazione online e sul territorio.Le nuove attività «Ora lanciamo un nuovo podcast, Tech allo scoperto, su vari temi del mondo tech e digitale» dice Chiara Brughera, managing director di SheTech. L’anno prossimo continueremo a realizzare bootcamp formativi sull’AI e a far crescere la nostra community in tutta Italia» (Info su shetechitaly.org).