Una delle scene più emozionanti di Olive Kitteridge, il primo bestseller di Elizabeth Strout, è quella del cestino da viaggio. Ed, ex proprietario di un drugstore, muore all’improvviso e al funerale la moglie racconta a Olive di come per sostenere la malattia si occupasse di collezionare brochure di viaggi che conservava in un cestino. «Ognuno ha il suo cestino da viaggio», risponde la protagonista: qualcosa per cui vivere e continuare a sperare anche quando non c’è più niente da fare. Ci ho pensato spesso da quando ho letto il libro, perché quell’assentarsi dal presente per dedicare tempo a immaginare viaggi è una realtà per tanti di noi, non solo una bella metafora.
Il viaggio come “non tempo”, toccasana che spezza la vita iper-produttiva

Lo prova la rom-com del momento, People we meet on vacation – Un amore in vacanza. Nel film Poppy (Emily Bader) e Alex (Tom Blyth), due amici dai caratteri opposti, si innamorano nel corso di un decennio passato a condividere insieme solo vacanze in giro per il mondo. Lui non viaggiava mai prima di incontrarla, mentre lei della passione per la vita on the road ha fatto uno stile di vita: grazie a quegli appuntamenti strampalati e sempre diversi, i due imparano a conoscersi e guardare oltre alle loro differenze. Le mete fanno solo da sfondo, perché quello che conta in realtà è la possibilità di mettere in standby la “vita reale”.
In viaggio infatti non contano i nostri impegni e non abbiamo responsabilità (se non quelle legate alla nostra sopravvivenza). Vigono leggi e regole diverse, e persino quelle più severe ci sembrano esotiche e avventurose. Per questo capita spesso che un viaggio diventi, più che un obiettivo da realizzare, un racconto tanto corale quanto mitologico.
Quel viaggio che poi faremo…

Da quando io e i miei amici ci siamo spostati – chi per lavoro, chi per studio – la promessa di ritrovarci chissà dove e chissà quando è una costante delle nostre conversazioni. Come i quattro universitari del finale di Stranger Things, anche noi sogniamo di visitare i Paesi Baltici, il Giappone, la Georgia. A volte ci diamo appuntamento per “organizzare la logistica”, ci chiediamo quando pensiamo di prendere le ferie e abbozziamo organizzazioni dettagliate… Però non partiamo mai.
Di viaggi ne facciamo, a volte anche in mete esotiche, ma non sono mai quelli di cui parliamo da anni. Perchè quelli vogliamo farli insieme, vogliamo che vadano come li abbiamo sognati, e con la nostra testardaggine lasciamo che restino solo dei sogni.
Ogni tanto qualche meta va in porto davvero, come è capitato a me e Beatrice che dopo anni di sogni e racconti siamo partite per Marrakech. Con il pretesto di un regalo di laurea ci siamo ritagliate qualche giorno in bassa stagione, ma abbiamo passato quasi tutto il viaggio a litigare e di quel sogno non è rimasto quasi niente, se non i nostri racconti che oggi sono horror. Se oggi ci parliamo di viaggi, però, lo facciamo usando il periodo dell’irrealtà: lei, dall’Australia, è sempre più difficile da contattare, e trovare mete “a metà strada” è più un esercizio di fantasia che non un progetto.
Il «cestino da viaggio» per restare amici
Più degli amici con cui so di voler partire, infatti, pensandoci bene quelli con cui condivido il «cestino da viaggio» sono quelli che ormai vedo di rado. Quei rapporti che continuano trainati dall’abitudine, dal dovere o dal sapere di volersi tenere vicini pur avendo perso ogni direzione. Parlare di viaggi, con loro, è una promessa di futuro disperata come quella di Ed: ci serve, forse, per dirci che anche domani ci saremo, ci vedremo, anche senza sapere chi saremo.
«Non c’è niente di più vero di un miraggio», cantava Cesare Cremonini nella sua hit Buon Viaggio, con la solita sarcastica lungimiranza. Perché in fondo oggi che viaggiare diventa sempre più complesso, tra nuove regole, prezzi e turismo insostenibili e ritmi di lavoro fuori controllo, ogni viaggio richiede un mix di ottimismo, immaginazione e speranza. E forse sono proprio quelli che non si realizzeranno mai quelli che ci fanno più bene: ci ricordano che si può partire anche con la mente, che il mondo dei sogni è ancora aperto a tutti. E che in mancanza di sicurezze, compatibilità e vicinanza, ci si può ancora promettere il mondo.