Quante volte sarà capitato e accade di prepararsi mentalmente ed emotivamente a un meeting di lavoro importante o persino a un incontro privato, raccogliendo energie e pensieri, ma soprattutto preparandosi a fornire risposte calibrate, adatte e spesso più morbide di quanto non verrebbe spontaneo? Ecco, per gli esperti questo sforzo ha un nome: si chiama emotional labour, “lavoro emotivo”. Spesso è quotidiano, silenzioso, ma richiede grande impegno, tanto che nella maggior parte dei casi lascia un senso di affaticamento, se non di esaurimento.
Quello sforzo invisibile, ma faticoso
Il fenomeno è sotto la lente degli esperti da qualche tempo, ma solo oggi si sta cercando di quantificare la fatica che l’emotional labor comporta, per evitare di finire in burn out. Il rischio, infatti, è alto. Il primo a coniare questa espressione è stato il sociologo Arlie Hochschild, per indicare il processo interno di elaborazione delle emozioni per soddisfare le aspettative altrui. Successivamente gli psicologi hanno esteso il concetto includendo sia la sfera professionale che quella personale.
Emotional labour per obbedire a norme esteriori
Il motivo, secondo gli psicologi, sta nel fatto che il lavoro emotivo è ormai parte dei compiti ai quali si è chiamati quotidianamente: è uno sforzo invisibile, silenzioso, ma potenzialmente logorante. Si tratta di controllare e regolare costantemente le espressioni emotive in base a regole sociali più o meno esplicite. Non a caso la rivista Forbes parla di display rules, norme esteriori che consistono, ad esempio, nell’apparire sempre friendly, amichevoli con i propri interlocutori, a prescindere dalla propria condizione interiore, dal proprio stato d’animo o dal reale feeling che si può provare o meno con chi si ha di fronte, con i colleghi o anche con alcuni familiari. È il caso anche dei caregivers, che devono mostrare sempre calore, anche quando non lo provano.
Perché sta crescendo
Questo sforzo nel reggere il gioco delle norme sociali silenziose, però, è in aumento e la conferma arriva da chi si occupa di analizzare i cambiamenti: «In effetti è una tendenza in crescita. Viviamo in contesti sempre più relazionali e performativi, dove – come evidenzia Daniel Goleman – l’intelligenza emotiva è diventata una competenza richiesta”. Conferma la sociologa Virginia Vandini, presidente dell’Associazione Valore del Femminile: «A questo si aggiunge l’esposizione continua (anche digitale), che amplifica il bisogno di modulare le emozioni. In termini sociologici, direbbe Harold Garfinkel, aumentano le aspettative implicite su “come stare” nelle situazioni».
Lo sforzo che precede gli incontri clou
Lo sforzo dell’emotional labor, però, spesso inizia ben prima di un incontro, che poi porta a trattenere, controllare e modulare le proprie risposte. Secondo gli esperti, il carico di tensione che accompagna le relazioni, soprattutto in ambito lavorativo, può essere molto forte e prolungato, ben oltre il semplice momento in cui occorre dialogare con i colleghi o con il capo: si prova prima di rispondere a una email, per esempio, o quando si sta raggiungendo la sala riunioni per un meeting (o, in alternativa, prima di collegarsi in videocall). Il guaio è che spesso il lavoro emotivo invade anche la vita privata, come quando ci si prepara a incontrare il partner: «Nelle relazioni intime spesso l’emotional labor è ancora più invisibile: gestione dei conflitti, mediazione, cura del clima emotivo. È un lavoro non dichiarato ma continuo, che struttura la qualità dei legami. Proprio perché dato per scontato, rischia di diventare squilibrato e faticoso», spiega Vandini.
Come ci si prepara alle relazioni
Razionalmente e spesso inconsciamente, ci si dispone in una condizione adatta al momento: si cambia il tono di voce, si assume un’espressione del viso differente, si immaginano le reazioni degli altri, si ammorbidisce preventivamente per poter rispondere in modo appropriato e più accomodante, raccogliendo le energie per fornire la miglior risposta possibile. Per questo gli esperti parlano di anticipatory regulation: un processo di regolazione emotiva che precede il momento clou delle relazioni sociali, di qualunque natura esse siano. Questo meccanismo include la rivalutazione, soppressione e modulazione della propria condizione psicologica, specie se prevede un carico di emotività.
Il costo del lavoro emotivo
Secondo lo psicologo James Gross, direttore dello Stanford Center for Affective Science e dello Stanford Psychophysiology Laboratory, esiste una distinzione tra le strategie messe in campo prima di un incontro e le risposte elaborate durante lo stesso. Nel primo caso, lo sforzo è diretto alla selezione e concentrazione sul proprio stato emotivo. Si tratta di un processo automatico, affidato alla corteccia prefrontale, che regola proprio le emozioni, generate invece in modo istintivo dall’amigdala. Questo lavoro comporta uno sforzo che consuma le risorse cognitive: quando viene ripetuto più volte al giorno porta a un sovraccarico notevole.
Due livelli di fatica
Nel secondo caso, quello delle risposte vere e proprie che si forniscono al momento del confronto, sono frutto di due tipi di processi e altrettanti livelli di fatica: il cosiddetto “surface acting”, che ha a che fare con ciò che viene materialmente detto, con le espressioni del volto, con il tono di voce, ecc.; e il “deep acting” che invece consiste nel modificare le espressioni esteriori, senza lasciar trasparire i propri reali sentimenti. Si tratta, per esempio, di costringersi a sorridere quando magari si è frustrati. Il primo tipo di azione, quindi il “surface acting”, è associato a una forma di potenziale esaurimento emotivo, di insoddisfazione professionale e burnout; il secondo, il “deep acting”, invece, può portare a una frattura interna tra ciò che si mostra e ciò che si prova.
Il peso della “vigilanza sociale” continua
Un altro aspetto da non trascurare ha poi a che fare con la vigilanza sociale continua a cui si è spesso costretti: richiede un altro lavoro spesso sottovalutato. Molte persone, infatti, sono particolarmente attente a sintonizzarsi con l’interlocutore, per ottenerne l’approvazione. Questo richiede un monitoraggio costante, uno stato di “vigilanza” appunto, e di adattamento agli altri che può portare vantaggi sociali, ma a scapito del proprio benessere interiore, perché richiede molte energie mentali e fisiche. Il rischio è di andare incontro a una condizione di stress molto elevata. Non a caso è associata a una maggiore produzione di cortisolo e più alta probabilità di esaurimento.
Un problema soprattutto femminile
Come se non bastasse, questa condizione si è rivelata più diffusa tra le donne. Gli studi, infatti, mostrano che l’aspettativa nella capacità di regolare le emozioni è molto maggiore tra la popolazione femminile, da cui ci si attende – in modo implicito e non codificato da norme, ovviamente – una sorta di competenza nel garantire armonia. Ecco che quando questo compito di regolazione delle emozioni è richiesto ma non dichiarato, diventa un lavoro invisibile: concorre, infatti, al miglior funzionamento, efficienza e clima sul posto di lavoro o in famiglia, nonostante non sia riconosciuto.
Una fatica non dichiarata
«C’è una componente culturale forte: alle donne è storicamente attribuito proprio il ruolo di “regolatrici emotive” e portatrici di armonia. Ma c’è anche una base evolutiva, come osserva lo zoologo e divulgatore scientifico Desmond Morris, legata alla maggiore attenzione ai segnali sociali. Oggi però questa predisposizione diventa aspettativa sociale, e quindi carico. L’emotional labor potrebbe diventare una risorsa preziosa qualora fosse riconosciuto. Dare nome e valore a questo lavoro è il primo passo per redistribuirlo in modo più equo – nelle relazioni, nel lavoro e nella società», aggiunge la sociologa.