Ci avrai fatto caso anche tu. Quando chiedi a qualcuno «Come stai?», ormai quasi tutti ti rispondono: «Abbastanza bene, dai». Quand’è stata l’ultima volta che qualcuno ti ha detto «Benissimo»? Non te lo ricordi neanche.

La “sindrome del sufficiente”

Del resto, pare che solo il 4% degli italiani pensi che la propria salute sia “ottima”. Il resto la definisce “buona” (40%) oppure “discreta” (44%). Insomma, siamo quasi tutti preda della “sindrome del sufficiente”, come ha spiegato la dottoressa Angela Persico, psicologa clinica esperta in psicologia della salute, commentando l’indagine condotta da Doctolib.it su 3.000 cittadini over 18. «Il fatto che solo il 4% si senta in forma ottima ci dice che abbiamo normalizzato una condizione di affaticamento cronico, di stanchezza di fondo, di vitalità spenta.

La normalizzazione del malessere

La normalizzazione del malessere è diventata un fenomeno culturale: quando tutti intorno a noi sono stanchi, la stanchezza smette di essere un sintomo e diventa la normalità. Ci siamo talmente abituati a funzionare in modalità “sopravvivenza” che non riconosciamo più quando potremmo stare davvero bene. Accontentarsi di non stare male è diventato il nuovo standard».

La domanda «Come stai» dà il via a una gara

Uno standard che acchiappa tutti, in modo trasversale. In effetti, più che un gesto di cortesia, fare la fatidica domanda «Come stai?» dà quasi sempre il via a un lamento sincronizzato, quasi un nuovo cerimoniale. Chi sarà il più stanco tra noi? Se qualcuno comincia a elencare i suoi guai e i suoi mille impegni, ti senti quasi tenuta a elencare i tuoi, di guai e di doveri. E allora parte la gara, perché ci dà quasi fastidio che qualcuno possa sentirsi peggio di noi. Il fatto è che la stanchezza oggi è il raggiungimento di uno status quo sociale, la certificazione che siamo necessari, richiesti, perché siamo tutti degli “stanchi performanti”.

L’estetica del burn out

La stanchezza ormai è la prova del successo contemporaneo. Dal Cogito ergo sum allo Stanca dunque sum. Distrutta, esausta, esaurita, a pezzi: chi di noi non si sente cosi almeno 2-3 volte al giorno? E non se lo sente dire dagli altri?

E poi c’è l’estetica delburn out, che prevede il rituale del recupero tra massaggi, Spa, digital detox, digiuno spirituale, monastero, bagno di foresta e chi più ne ha più ne metta. Alla ricerca del tempo, e delle abitudini, perdute. Una ricerca infinita.

Oggi è la stanchezza a essere un valore

Ma quand’è che abbiamo iniziato a ritenere la stanchezza un valore? Da tanto tempo, perché forse è l’Occidente stesso a essere stanco: del rumore delle troppe opinioni, della necessità delle cose inutili, del non poter contare sull’altro. E, noi, una civiltà che confonde ormai il canto della fatica col ruggito del successo. Per questo, nell’epoca del successo, consumare se stessi diventa un traguardo.

Perché quando ti chiedono «Come stai» rispondi «Abbastanza bene, dai»

Non stupiamoci allora se alla domanda «Come stai» non rispondiamo quasi mai «Bene». Non stupiamoci soprattutto noi donne, sopraffatte come siamo dal carico mentale e fisico del lavoro e della famiglia, degli anziani appresso mentre hai ancora i figli in casa e del rimpianto della giovinezza che se n’è andata, della violenza psicologica di un mondo che ci chiede di esserci sempre, bellissime e prestantissime, per tutti. Noi che, a forza di esserci, rischiamo di ammalarci, come spiega la dottoressa Persico: «La correlazione tra stress cronico e aumento dei marcatori infiammatori è documentata: lo stress cronico non è solo nella testa, è un’infiammazione silenziosa che logora il corpo, abbassa le difese immunitarie, accelera l’invecchiamento cellulare».

Proviamo, allora, a prenderci qualche momento per noi, a patto che non sia un altro compito per essere ancora più performanti, ma un piacere vero. Saremo capaci?