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Centomila euro all’anno: bastano per essere felici?

I soldi danno la felicità? E se sì, quanti ne servono davvero per dare senso al benessere? Se lo chiedono gli esperti, arrivando a una conclusione

I soldi non fanno la felicità. O forse sì. Ma quanti, esattamente? La domanda se la sono posti in molti, compresi alcuni premi Nobel come Daniel Kahneman e Angus Deaton. I due economisti nel 2010 avevano indicato una cifra ben precisa: 75mila dollari all’anno che, cambiati in euro e rivalutati ad oggi, significano circa 100 mila euro. Ora il Wall Street Journal si chiede: 100mila euro all’anno “bastano” per essere felici?

Quanti soldi servono per la felicità

Se nel 2010 Kahneman e Deaton avevano quantificato la soglia economica in grado di garantire la felicità, oggi molte condizioni di vita sono mutate. Ma la domanda è sempre attuale: i soldi rendono felici? Ma soprattutto, quanti? Secondo gli economisti quella cifra rappresentava la risposta, perché era relativamente facile da raggiungere. Guadagni maggiori, certo, potrebbero anche aumentare la sensazione e la possibilità di benessere (ne sanno qualcosa miliardari come Elon Musk o Jeff Bezos, che puntualmente si contendono la vetta della classifica dei Paperoni del mondo), ma certamente si tratta di esempi poco raggiungibili per persone “normali”.

Il denaro permette di “controllare la vita”

Il motivo principale per cui il denaro garantisce benessere (anche mentale) sarebbe legato principalmente al fatto che permette di provare un senso di controllo sulle proprie vite. Secondo gli economisti premi Nobel, infatti, può ridurre l’ansia legata alle difficoltà finanziarie e permettere un accesso maggiore a esperienze e beni che migliorano la qualità della vita. «Questo può essere vero, ma solo per coloro che hanno un approccio alla vita più centrato sugli aspetti materiali. In particolare quegli oggetti che contribuiscono al piacere che deriva dall’averli, come la casa, l’abbigliamento, le vacanze, ecc., rappresentano degli antidoti, anche molto forti, verso l’ansia legata all’idea di benessere presente o futuro», spiega Leonardo Chelazzi, docente di Neurofisiologia all’Università di Verona. «In alcuni casi lo sono e risultano anche molto efficaci. Ma attenzione, possono rivelarsi anche effimeri». Poi spiega perché: «C’è chi vive anche con un affitto, senza casa di proprietà, facendosi bastare poco e vive più serenamente di chi rincorre una felicità illusoria, che ti porta a vivere sotto stress per poter accumulare beni e denaro».

100mila euro all’anno bastano per la felicità?

Ma qual è la soglia di guadagno che permette di essere felici? Kahneman sosteneva che la felicità aumentasse con il reddito solo fino a circa 100.000 euro all’anno, mentre Killingsworth credeva che questo tetto massimo non esistesse. La ricerca che condussero, su 33mila lavoratori americani e 1,7 miliardi di dati, aveva mostrato una parte di ragione in entrambe le dichiarazioni. Lo studio suggeriva, infatti, che l’85% della popolazione ritiene che la ricetta per la felicità consista nei soldi, ma la cifra dei 100mila euro annui vale solo per il 15% della popolazione più infelice, mentre per chi è già mediamente felice quella soglia non è così importante.

Le altre condizioni per essere felici

Per coloro che non quantificano la felicità identificandola con una cifra esatta, infatti, subentrano anche altri fattori. In particolare sono tre: le relazioni sociali, cioè la qualità dei rapporti con familiari, amici e partner; la salute fisica e mentale, perché i problemi in questo ambito riducono significativamente la qualità della vita, indipendentemente dal reddito; gli obiettivi e la realizzazione personale, che possono dipendere dal lavoro, dagli hobby o da altre attività che arricchiscono la vita. «È condivisibile, anche e soprattutto se si pensa che i beni materiali, come il denaro, forniscono spesso una felicità illusoria, fragile, perché non deriva da un equilibrio e una pace interiore», conferma il neuroscienziato.

Miliardari poco felici: mito o realtà

Sarà per questo che alcuni super ricchi non sarebbero felici? «Sarebbe assolutamente sbagliato ridurre la ricerca della felicità alla ricerca del denaro. Allo stesso tempo, sarebbe anche sbagliato scartare totalmente il denaro come fattore significativo», commenta l’economista Matt Killingsworth, dell’Università della Pennsylvania, sulle pagine del WSJ. In effetti gli stessi Kahneman e Deaton notavano, 14 anni fa, che esistono anche molti benestanti che sono infelici. Secondo gli economisti, inoltre, queste persone non vedono aumentare la propria felicità con l’aumento del reddito. Questo confermerebbe che, oltre una certa soglia, il denaro non compensa altri motivi di frustrazione o stati d’animo negativi.

La felicità fragile e quella duratura

«Come detto, credo occorra distinguere tra una felicità illusoria e più fragile, e una duratura. A concorrere alla prima, per esempio, possono essere le relazioni affettive, soprattutto quando vi si investono molte energie pensando che siano la fonte della felicità. Ma anche i rapporti possono incrinarsi o terminare. Rappresentano, quindi, una sicurezza apparente, ma precaria – spiega Chelazzi – La felicità più solida, invece, deriva da una condizione interiore di benessere, che può derivare da molti aspetti: dalla bellezza, per esempio, o da rapporti umani, da non vivere come certezze, ma come fonte di arricchimento personale e di serenità».

Il giusto valore al denaro

È chiaro che i problemi economici complicano la vita: «Sappiamo benissimo che la precarietà economica, il costo della vita, le spese sono fattori che incidono sullo stato d’animo e possono minare la felicità e il senso di benessere, o portare a sconforto e profonda apprensione. Ma non dimentichiamo che esistono “antidoti” come il fatto di cercare la felicità anche nelle piccole cose o nel sapersi accontentare. Non serve necessariamente sognare una vacanza da favola in un posto esotico per star bene, o comprare un’auto di lusso o andare a cena in un ristorante costoso. Spesso, anzi, cercare di assicurarsi questi beni porta a vivere peggio, senza godersi i piccoli momenti di serenità quotidiana che, sommati, danno anch’essi felicità», conclude Chelazzi.

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