C’è quello legato all’altezza, di cui Zendaya e Tom Holland sono stupendi testimoni. Ma c’è anche il divario legato all’età (quando lui più che il fidanzato sembra il papà, o lei la mamma) e alla situazione socioeconomica (quando uno è stracolto e ricco come Creso e l’altro il contrario, alla Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto). Di “scarti” all’interno delle coppie, più o meno significativi, abbiamo parlato mille volte. Oggi accendiamo i riflettori su una differenza che emerge fin dai primissimi appuntamenti che, non a caso, spesso si svolgono con il cibo come protagonista secondario: il restaurant gap. Cosa succede all’intesa nel caso tra i due partner – o aspiranti tali – ci sia una sensibile distanza a livello di abitudini alimentari, gusti o esigenze nutrizionali?

Restaurant gap: i segnali da cogliere al volo

Partiamo dal principio, letteralmente. Se uno dei primi appuntamenti si svolge in un ristorante, diversi segnali possono contribuire a farci capire chi abbiamo seduto di fronte. «Suggerisco di stare attente alla sua capacità di condividere: offrire assaggi del suo piatto e accettare di buon grado di assaggiare il tuo rivela generosità e apertura mentale» risponde Angela Persico, psicologa clinica di Doctolib.it (app gratuita che aiuta i cittadini nella gestione della propria salute). «Lo stesso vale se ordina con entusiasmo, apprezza il cibo e si informa sugli ingredienti. Pollice verso se critica a lungo il menù e mangia in frettissima: forse è una persona poco presente in generale e incapace di godere dei piccoli piaceri». Tra gli aspetti di contorno da non sottovalutare, l’uso del telefono – occhio se lo tiene sul tavolo, lo controlla e risponde ai messaggi –, la reazione a imprevisti come una lunga attesa (sta calmo o si infuria?) e il modo in cui tratta il personale. «Essere molto freddi con i camerieri potrebbe tradire una scarsa empatia, punto debole che, prima o poi, potrebbe ricadere anche su di te».

Avete gusti diametralmente opposti?

Il cibo è cultura, storia familiare e memoria affettiva. «Quello che scegliamo di mettere nel piatto racconta molto di chi siamo» spiega la dottoressa Angela Persico. «Se due aspiranti partner scoprono di avere gusti diametralmente opposti – uno, ad esempio, ordina la ricetta meno elaborata e l’altro vuole provare le combinazioni più stravaganti – può essere un indizio ma non una sentenza». Come i due interagiscono di fronte a questa differenza conta infinitamente più del piatto che preferiscono: si rispettano o si giudicano? «Se ai primi appuntamenti si criticano le abitudini alimentari del partner (in pratica, senza nemmeno conoscerlo), quello sì che è una red flag: indica una scarsa flessibilità e una certa supponenza».

SOS restaurant gap: lui è uno schizzinoso

Uno degli atteggiamenti che si notano subito riguarda l’essere schizzinosi. «Rifiutarsi di provare cibi nuovi o avere forti avversioni per consistenze e gusti particolari può indicare una bassa tolleranza alla novità e la difficoltà a uscire dalla propria zona di comfort» spiega Persico. Chi teme i sapori sconosciuti potrebbe essere molto prudente anche davanti ai cambiamenti della vita o nelle relazioni. Anche questa non è una regola, ma un indizio interessante. Al contrario, chi ama assaggiare di tutto tende spesso a essere più curioso e aperto. «Ma attenzione: ci sono persone avventurose a tavola e rigide nei rapporti, e tipi schizzinosi col cibo ma di indole coraggiosa. La vera domanda non è tanto “è schizzinoso o no?”, ma “come vive questa caratteristica?”. Chi riconosce i propri limiti e ogni tanto prova a forzarli dimostra flessibilità. Diverso il caso di chi si chiude a riccio e liquida ciò che è diverso come “schifoso”: un atteggiamento che può segnalare chiusura in tutti i campi. In fondo, il modo in cui mangiamo è una finestra su chi siamo, non l’intera casa».

L’incontro-scontro tra vegani e carnivori

E se uno dei due è vegetariano (o vegano) e l’altro è un carnivoro appassionato? «Qui la questione si sposta subito su un piano più delicato: non si parla solo di gusti, ma anche di valori» osserva la dottoressa Persico. «Il veganismo è una scelta etica e ambientale, legata al rispetto degli animali. Chi mangia carne può farlo per tradizione familiare, abitudine culturale o semplice preferenza. La convivenza non è facile, ma non è impossibile. Esistono coppie in cui ognuno segue la propria alimentazione senza problemi: si cucinano piatti diversi, si sperimentano alternative e si mangia comunque insieme. Ancora una volta, il punto è come si vive la differenza. Le difficoltà affiorano quando la tavola diventa un terreno di scontro e giudizio. Se uno dei due sente il bisogno di convincere l’altro o di difendere continuamente le proprie scelte, il conflitto è dietro l’angolo. Il vero nodo non è vegano contro carnivoro, ma quanto spazio si è disposti a lasciare alle diversità». Senza tolleranza, del resto, anche due vegani convinti possono litigare sulla marca di latte di soia più etica.

Restaurant gap: no ai pregiudizi su chi è (sempre) a dieta

Altra situazione delicata: uno dei due è a dieta. E si scopre che lo è praticamente sempre, e senza averne davvero bisogno. «È chiaro che c’è sotto qualcosa, un disagio con il proprio corpo spesso legato all’esigenza di tenere tutto sotto controllo» commenta la dottoressa Persico. «Ovviamente chi, al primo appuntamento, si limita a un’insalata dà l’impressione di non essere una persona che sa godersi la vita al cento per cento. Ma pure qui le parole chiave sono tolleranza e rispetto. Meglio sospendere il giudizio e non fermarsi all’apparenza». Diverso il caso delle coppie già consolidate in cui uno dei partner punta a dimagrire. «L’equilibrio si trova evitando una trappola piuttosto comune: trasformare la propria esigenza di perdere peso in una restrizione per entrambi».

Dimagrire, un progetto personale da rispettare

Chi è a dieta, spesso per non sentirsi tentato, finisce per desiderare che anche il partner mangi “sano”. Chi non è a dieta, invece, a volte tende a sabotare il progetto di dimagrimento dell’altro, in modo più o meno consapevole, per tornare a una routine più semplice da gestire. Ma questa dinamica rischia di generare frustrazione e risentimento. La soluzione? «Ci vuole buonsenso, empatia e un po’ di capacità organizzativa» risponde la dottoressa Persico. «Ognuno dev’essere responsabile del proprio piatto. A casa si possono preparare basi comuni – una verdura, una fonte proteica – e poi personalizzare il resto. Al ristorante ciascuno ordina ciò che preferisce, senza commenti sarcastici né controlli incrociati».