Viviamo nell’epoca del self-care, dei confini emotivi, delle red flag individuate alla velocità di uno swipe. Ma cosa succede quando la cura di sé sfocia nell’essere egoriferita, smette di essere un gesto di consapevolezza e diventa un modo elegante per evitare la complessità delle relazioni? Mi sono imbattuta in un meme un po’ brutale che mi ha divertito molto: «In questo momento la persona più egoriferita che conosci si sta sentendo dire dal proprio psicoterapeuta che deve pensare di più a se stessa». Marianna Farese, ideatrice e curatrice del progetto di divulgazione filosofica Psicotao, parte proprio da qui: dal linguaggio della psicologia pop e dalla tentazione di trasformare ogni legame in un bilancio emotivo da tenere sotto controllo. «Quello che oggi chiamiamo self-care si è spesso trasformato in una forma di contabilità emotiva» osserva. «Usiamo termini clinici come “spazio emotivo”, “confini” come se fossimo aziende da non mandare in rosso».

Egoriferita, non smettere la cura per gli altri

Secondo Farese, il rischio è già sotto i nostri occhi: etichettiamo le persone invece di incontrarle davvero. «Il cosiddetto therapy speak è diventato una forma di difesa. Chi ci ferisce viene subito incasellato: io sono risolta, tu sei patologico. Ma così le persone smettono di essere anime complesse e diventano casi da gestire». La sua riflessione non è una critica alla terapia o salute mentale, ma a una certa deriva narcisistica della cura di sé. «Quando il benessere personale diventa un muro per evitare il dolore o il compromesso, non ci stiamo curando: ci stiamo isolando in una fortezza vuota».

Quella paura di essere ferita che ti isola

Eppure esiste un altro modo di stare al mondo. Farese lo chiama “cura dell’anima”, prendendo in prestito l’espressione dagli antichi filosofi. «Gli Stoici praticavano la cura di sé non per sottrarsi al mondo, ma per agirvi con maggiore lucidità. La cura narcisistica ti allontana dagli altri perché hai paura di essere ferito. La cura dell’anima, invece, ti permette di avvicinarti agli altri da un luogo di integrità, non di bisogno disperato». In un tempo che sembra oscillare tra l’isolamento emotivo e la dipendenza affettiva, la filosofia – soprattutto quella orientale – può offrire una bussola. «Il Taoismo insegna che l’equilibrio non è una linea retta né un punto d’arrivo statico: è un movimento armonico, simile al respiro».

La cura di sé ti chiude in una stanza, cara egoriferita

Per Farese, il disagio contemporaneo nasce proprio dal nostro modo estremo di vivere le relazioni. «O ci isoliamo per proteggerci, oppure ci perdiamo nel caos relazionale per paura della solitudine. In entrambi i casi soffochiamo». E allora torna attuale Martin Buber, il filosofo del dialogo, quando scriveva: “Io divento Io attraverso il Tu”. «La nostra identità non si costruisce da soli, in una stanza chiusa. Scopriamo chi siamo davvero attraverso lo specchio delle relazioni» argomenta Farese. E precisa: «Per incontrare davvero un Tu deve esistere anche un Io solido. Altrimenti non è un incontro: è una collisione tra bisogni».

La felicità come bene di consumo

Anche l’idea contemporanea di felicità, secondo Farese, ha bisogno di essere ripensata. «La felicità autocentrata che inseguiamo oggi è una felicità di consumo: consumiamo esperienze, emozioni e persone per sentirci bene». Il problema è che più inseguiamo il comfort, meno tolleriamo il disagio inevitabile della vita reale. «L’anima non è un serbatoio da riempire, ma una corda che deve risuonare. La felicità emerge come effetto collaterale di una vita densa di significato, non come risultato dell’ossessione per il proprio benessere».

Aver cura di sé e fare volontariato non esclude che tu sia egoriferita

Da qui nasce anche una riflessione sul volontariato e sull’altruismo. Farese non idealizza il “darsi agli altri” a ogni costo. «Il volontariato può essere la forma più nobile di impegno, ma può anche diventare un rumore bianco per non ascoltare il proprio silenzio interiore». Dietro il bisogno compulsivo di essere utili, spiega, si nasconde talvolta una ferita profonda: «Molte persone imparano che l’unico modo per sentirsi preziose è diventare indispensabili». E allora propone una domanda quasi brutale nella sua sincerità: «Saresti capace di mantenere la stessa integrità anche se domani non potessi più essere utile a nessuno?».

Voglio un amore perfetto, senza difetti

Il discorso si sposta inevitabilmente sull’amore, soprattutto quello delle nuove generazioni. Sempre più spesso si sente dire: voglio un partner già risolto. Una frase che Farese comprende benissimo, ma che considera anche il sintomo di una paura diffusa. «C’è una stanchezza reale verso relazioni sbilanciate, dove una persona finisce per fare da terapeuta all’altra» dice. «Evitare chi rifiuta di lavorare sulle proprie ombre è un atto di igiene mentale». Ma il rischio è trasformare l’amore in una selezione da supermercato emotivo. «Pretendere un partner già risolto significa applicare alle relazioni la logica del consumo: deve essere completo, finito, senza difetti di fabbrica».

Se sei egoriferita, forse la vera cura è l’intimità

Secondo Farese, dietro questa ricerca della perfezione si nasconde spesso il timore più antico: quello dell’intimità. «Jung definiva la relazione di coppia il crogiolo alchemico per eccellenza. È il luogo in cui riemergono ferite infantili e insicurezze. E non è un difetto dell’amore: è il suo scopo». Per questo, conclude, la domanda giusta non è se l’altro sia “risolto”. «Nessuno lo è davvero fino in fondo. La vera domanda è: questa persona è disposta a fare il lavoro su di sé quando le cose si fanno difficili?». E cosa direbbe oggi un filosofo a chi usa il self-care come alibi per sottrarsi a ogni responsabilità? Farese non addolcisce la risposta. «Quando tutta la vita ruota attorno a ciò che mi merito o a ciò che mi fa stare bene nell’immediato, stiamo nutrendo l’Ego. E l’Ego è un padrone tirannico: ha un orizzonte troppo piccolo per contenere il senso di una vita intera».

Attenta, o diventerai “minuscola”

Il rischio, allora, è diventare “minuscoli”: nelle relazioni, perché si fugge al primo ostacolo; nelle ambizioni, perché si cede al primo sforzo autentico. La vera autocompassione, per Marianna Farese, non coincide con l’autoindulgenza. È qualcosa di molto più esigente e, forse, molto più liberatorio. «La vera autocompassione non consiste nell’accarezzarsi la testa dicendo che va tutto bene quando si è bloccati. La vera autocompassione è avere il coraggio di guardare in faccia ciò che deve essere cambiato».