Parliamo sempre meno, ascoltiamo (si fa per dire) sempre di più, ma solo ciò che arriva dalle nostre cuffie: che sia musica, come nel caso della Gen Z, o podcast per i più maturi poco cambia. Le interazioni diminuiscono, la comunicazione verbale, lo scambio faccia a faccia. È il paradosso della società iperconnessa, che trasferisce (o è bombardata) informazioni, ma dialoga sempre meno. Anche a tavola, in famiglia e con amici. Ma con quali rischi? Basti pensare che ogni anno si perdono 338 parole al giorno e gli studi indicano che quando il linguaggio si impoverisce, si impoverisce anche il pensiero.

Parliamo sempre meno (e riduciamo la capacità di farlo)

“Il silenzio è d’oro”, è vero: ma in una società nella quale aumentano messaggi via email, via chat e social, è il dialogo a venir meno. Per qualcuno è una forma di fuga proprio dall’iperconnessione e dalla costante necessità di scambiare informazioni, che si tratti di lavoro o meno. Ma per altri sta diventando anche una fonte di preoccupazione. È il caso dei giovani, bambini e adolescenti, per i quali il dialogo con i coetanei – sempre più ridotto all’osso – rappresenta invece da sempre una “palestra” per le relazioni, un percorso di crescita per la propria personalità e il proprio pensiero, ma anche per le emozioni. È attraverso le parole, anche quelle che si fatica a pronunciare, che si cresce. Eppure se ne dicono sempre meno.

Stiamo scivolando nel silenzio?

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Perspectives on Psychological Science, intitolato non a caso Sliding Into Silence?, il sottotitolo la dice lunga: We Are Speaking 300 Daily Words Fewer Every Year. Come spiegano i ricercatori dell’Università dell’Arizona e dell’Università del Missouri-Kansas City che hanno analizzato registrazioni ambientali raccolte tra il 2005 e il 2019, in 15 anni il numero medio di parole pronunciate ogni giorno è diminuito del 28%. E non stupirebbe sapere che dal 2019 – anno dopo il quale è arrivata la pandemia Covid – il dato potrebbe essere peggiorato. La tendenza, inoltre, non risparmia nessuno: il campione della ricerca era costituito da 2.000 persone tra i 10 e i 94 anni.

Viviamo un cambio di “canali”

«Il recente studio di Pfeifer & Mehl, che sta facendo molto discutere, non misura quanto sono profonde o superficiali le nostre comunicazioni, ma il numero di parole pronunciate a voce. Quindi il calo riflette più verosimilmente uno spostamento di canale più che una vera a propria riduzione della comunicazione complessiva. È un fenomeno che probabilmente indica un diverso modo di comunicare, o uno spostamento verso la dimensione digitale», spiega Elena Tenconi, psicologa e psicoterapeuta specialista in Psicologia clinica del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova. A venir meno, quindi sono «gli scambi comunicativi spontanei e informali della vita quotidiana, come il saluto al bar, la chiacchiera con lo sconosciuto in coda».

L’importanza degli scambi spontanei

Si tratta, però, di comunicazioni solo apparentemente “banali”: «Questi scambi, apparentemente marginali, hanno in realtà un peso reale sul nostro benessere: la ricerca di Sandstrom e Dunn (2014) ha mostrato che anche le interazioni brevi con persone non così intime influiscono positivamente sull’umore e aumentano il nostro senso di appartenenza. E più in generale, il celebre studio longitudinale di Harvard (Waldinger e Schulz, 2023) conferma che la qualità delle nostre relazioni umane è il predittore più forte di salute e felicità nel lungo periodo». Il fatto che queste interazioni diminuiscono, quindi, suona come un campanello d’allarme.

Perché aumenta il silenzio, specie tra i giovani

Ci hai mai fatto caso? Se sei over (40 o 50), prova a chiedere a tuo figlio di telefonare a un ufficio per ricevere informazioni o a un amico o amica, per mettersi d’accordo su un’uscita di gruppo. Se ti va bene, ti guarderà con occhi sbarrati oppure ti liquiderà in fretta con un semplice: «Mando un messaggio, faccio prima», oppure «Scrivo una email, è meglio». Inutile tentare di convincerli che una chiamata è più veloce e risolutiva: lui o lei non cambierà idea, anche perché se hai la “fortuna” di imbatterti in una delle loro rarissime telefonate, capirai presto perché.

Una telefonata non allunga più la vita

Sono passati i tempi del noto slogan “una telefonata allunga la vita”: oggi il dialogo è passato di moda. Oggi, se va bene, si leggono messaggi, sempre più stringati, o – più di frequente – si ascoltano vocali. «Preferire un messaggio a una telefonata non è esclusivamente una forma di pigrizia, né significa evitare il dialogo in sé. Spesso rappresenta piuttosto un modo per proteggersi dall’imprevedibilità e dall’esposizione al dialogo in tempo reale, che espone di più, lascia meno controllo e richiede più risorse cognitive nell’immediato – spiega Tenconi – Così, però, si rinuncia proprio a quella spontaneità e a quel margine di imprevedibilità che rendono le interazioni umane più autentiche e rigeneranti».

I messaggi scritti sono rassicuranti

Ricorrere a email o messaggi in chat, quindi, è più “rassicurante”: «La comunicazione scritta è asincrona e consente rilettura, correzione e tempi di elaborazione più prolungati, a differenza della conversazione telefonica, che richiede un’elaborazione simultanea di ascolto, comprensione e una rapida produzione della risposta – chiarisce Tenconi – A questo si aggiunge un maggiore carico informativo: l’assenza di segnali non verbali (espressioni facciali, gestualità) costringe a un lavoro interpretativo supplementare per decodificare tono e intenzioni dell’interlocutore, con un conseguente aumento dello stress percepito».

Il timore delle chiamate non programmate

Ma non è tutto: esiste un terzo fattore, da non sottovalutare che, come spiega l’esperta, «è di natura associativa: la telefonata non programmata può venire codificata come segnale di allarme. Questa sensazione è rinforzata dalla diffusione ormai pervasiva di chiamate commerciali e truffe telefoniche. Infine, ha un ruolo anche l’esperienza pregressa: chi è cresciuto con i messaggi come modalità comunicativa predominante ha avuto una minore esposizione e un minore allenamento alla conversazione sincrona, il che spiega una minor familiarità e un maggior disagio percepito nella telefonata, indipendentemente da un effettivo rifiuto della relazione interpersonale».

C’è però anche un altro dato: se nel 2005 una persona pronunciava mediamente circa 16.600 parole al giorno, nel 2019 si era già scesi a 12 mila. Eppure aumentano proprio gli scambi via social, chat, piattaforme, email. L’equivalenza “più digitale = meno empatia” rischia di semplificare eccessivamente un fenomeno molto complesso. Il legame tra tecnologia e capacità relazionali è influenzato da fattori generazionali, culturali, economici e sociali che si intrecciano con l’uso delle tecnologie, senza esserne una semplice conseguenza», chiarisce Tenconi. Certo, le conseguenze non mancano.

Meno empatia cognitiva ed emotiva: capiamo cosa dicono gli altri?

«Una ricerca su studenti universitari statunitensi ha rilevato come tra il 1979 e il 2009 ci sia stata una progressiva diminuzione sia dell’empatia cognitiva (capire cosa l’altro pensa), sia dell’empatia emotiva (sentire ciò che l’altro prova), con un calo particolarmente marcato dopo il 2000 (Konrath et al., 2011). Tuttavia, analisi successive che hanno esteso l’osservazione fino al 2018 hanno evidenziato un’inversione di tendenza: entrambe le empatie sono tornate a crescere tra i giovani americani, proprio negli anni di massima diffusione dei social network e della comunicazione digitale. Questi risultati suggeriscono che non sia possibile attribuire automaticamente alle tecnologie digitali un effetto negativo sulle competenze relazionali».

Comunicazioni sempre più “veloci e micro”

Sicuramente la comunicazione digitale è più veloce e “micro”, quindi a mancare sono sempre di più i dialoghi “profondi”. Ma secondo Tenconi «non è detto che sia per forza meno profonda della comunicazione verbale diretta. La ricerca sulla comunicazione mediata (il modello “iperpersonale” di Joseph Walther, che sostiene come la comunicazione digitale possa diventare più intensa e intima di quella vis-à-vis) mostra che in certi contesti la scrittura, proprio perché dà tempo di riflettere e riduce l’ansia dell’esposizione diretta, può favorire un’autorivelazione più profonda e sincera rispetto al parlato spontaneo. Al netto di questo, esiste un rischio reale e documentato: la perdita delle interazioni spontanee e casuali (weak ties).

Se perdiamo le comunicazioni spontanee

Come spiega ancora l’esperta, non è un dato da poco, perché le interazioni dirette sono anche quelle che «secondo la ricerca di Sandstrom e Dunn (2014) contribuiscono in modo autonomo al benessere quotidiano, al senso di connessione sociale e all’umore positivo, anche quando avvengono con sconosciuti. È soprattutto quel tessuto connettivo minore — non la profondità delle relazioni intime — a risultare più esposto dallo spostamento verso canali digitali e asincroni». C’è poi un ulteriore aspetto, che ha a che fare con il timore di alcuni esperti di perdere capacità di pensiero.

Meno parole, pensieri più limitati?

«Sul collegamento tra impoverimento del linguaggio e impoverimento del pensiero, possiamo dire che il linguaggio è effettivamente l’espressione più prossima e diretta del pensiero, quindi è un rischio verosimile. Il pensiero umano, tuttavia, non è solo verbale: esiste anche un pensiero per immagini, uno spaziale, uno sensoriale — pensiamo a un musicista che “pensa” attraverso i suoni, a un architetto che “pensa” attraverso le forme. O anche al modo in cui alcune persone autistiche – famosa è la testimonianza di Temple Grandin (“Pensare in immagini”, 2006 e “Pensare senza parole”, 2025) – descrivono un pensiero prevalentemente visivo», sottolinea Tenconi.

Che fine fa il ragionamento astratto

Per l’esperta, quindi, «un impoverimento del linguaggio parlato non equivale automaticamente e proporzionalmente a un impoverimento di ogni forma di pensiero, anche se probabilmente incide su quella componente — il ragionamento astratto, la costruzione di argomentazioni complesse, l’elaborazione del tempo e della causalità — che passa più direttamente attraverso le parole». Esiste, però, anche un altro problema: il paradosso di rispondere emotivamente in modo coinvolgente sui social a perfetti sconosciuti, mentre nella vita reale spesso prevale il silenzio con chi si ha vicino.

L’epidemia di loneliness

È ciò che gli esperti chiamano “epidemia di loneliness”. «Capita, magari con un’amica che non sentiamo da mesi, il cui silenzio non genera alcun segnale, alcuna notifica, nulla che ci porti a notarlo. Non significa aver perso il senso di realtà, quanto piuttosto che una capacità attentiva ed emotiva limitata è costantemente attratta verso ciò che è reso visibile ed emotivamente saliente. Il tutto a scapito di ciò che invece richiederebbe un’iniziativa nostra, silenziosa e meno immediatamente gratificante». Come dire che non ci accorgiamo più di cosa ci circonda (o di chi), intenti a osservare il display dello smartphone o account social altrui.

Cos’è la solitudine, oggi

«Un report ufficiale del governo americano (2023) descrive la solitudine come un problema di sanità pubblica, con un impatto sulla mortalità paragonabile al fumare 15 sigarette al giorno. Il dato interessante è che la solitudine non dipende dal numero di contatti che abbiamo, ma dalla percezione soggettiva del divario tra le relazioni che vorremmo e quelle che viviamo davvero — per questo si può essere iperconnessi digitalmente e sentirsi comunque profondamente soli: non è la frequenza formale degli scambi a fare la differenza, e nemmeno la loro qualità reale, quanto piuttosto la qualità percepita di quegli scambi», ricorda l’esperta, che dà qualche suggerimento.

Come si recupera il dialogo “vero”

Se le facili ricette non esistono, Tenconi sottolinea come anche la ricerca «non suggerisca di eliminare il digitale, ma di reintrodurre intenzionalmente ciò che tende a restare invisibile: può aiutare costruirsi dei promemoria attivi — un rituale, un’abitudine, un momento dedicato — che favoriscano il contatto diretto con le persone che contano, evitando di perderle di vista per inerzia, invece di aspettare uno stimolo che potrebbe non arrivare da solo. Allo stesso modo, vale la pena investire anche nei legami deboli», come le interazioni col vicinato. Infine, proteggere spazi di conversazione sincrona e non filtrata resta importante.

Il dialogo, specie in presenza, non serve solo a trasferire informazioni, ma coinvolge diverse sfere emotive: quando si parla “davvero”, faccia a faccia, entrano in gioco elementi come il tono della voce, le pause, il ritmo, la mimica facciale e gestuale, la postura, o ancora il contatto visivo, che dicono molto di più di tante emoji. Sono proprio questi elementi, come ricorda infine Tenconi, «che regolano le nostre abilità interpersonali e la regolazione dello stress, in modi che il testo scritto non riuscirà mai a replicare del tutto».