Una volta una persona mi ha detto che il dolore del lutto è come avere un sasso in tasca. Le prime volte non riesci a sederti perché il sasso ti fa stare scomodo. Ti pesa, ti fa male, ti fa pensare che è impossibile stare seduti. Poi diventi capace di sederti ma il sasso ti pungola, e un po’ riesci a sopportare, un po’ ti devi alzare. Poi col tempo inizi ad abituarti sia al peso che al dolore, a volte magari ti siedi in un modo inconsueto perché c’è un punto in cui non senti male. Ti moduli sul dolore insomma. Poi ci sono giorni che ti siedi e sei talmente abituato a sederti col sasso in tasca che non lo senti più. Sei sempre consapevole che è in tasca ma non ti fa male, ti sai sedere col dolore.
Sono passati 2 anni abbondanti dalla morte di mia mamma e questo sasso nella tasca a volte lo sento fortissimamente pesante e doloroso, altre meno. E in questi anni strani in cui una parte del mio cervello crede ancora che sia tutto un incubo (ed è ossessionata dalla ricerca di un corpo fisico che non c’è più) mentre un’altra parte sa che è tutto vero, gli amici sono stati e sono i “parenti psicologici” che hanno tenuto il sasso in tasca con me.
Gli amici, la risorsa a cui appellarsi
“Amicus certus in re incerta cernitur”, Cicerone citando Ennio nel trattato Laelius de amicitia, ci ricorda che l’amico vero si riconosce nel momento incerto. La parola amicizia condivide la stessa radice del verbo amare. L’amico è colui che si ama. L’amicizia, come l’amore, prende in prestito un verbo, e dunque un gesto, dal linguaggio dell’agricoltura e dal rapporto con la terra: l’amicizia si coltiva. Vuol dire che occorre investirci un certo quantitativo di tempo, di cura, di nutrimento, di dedizione. Di amore insomma. E coltivando queste forme di amore so che gli amici che ho scelto negli anni sono per me famiglia. Non un riempitivo superficiale per le serate vuote ma presenze salde, stabili, e, vorrei, imperiture.
Quando ho perso mia madre c’è stata un’amica che vedevo tutti i giorni che non ha mai toccato l’argomento. Non mi ha mai detto nulla, non mi ha mai nemmeno rivolto un banale “Come stai?”. Non occorre una laurea in psicologia per capire in quale stato d’animo fossi. Non occorre nemmeno aver subito un lutto genitoriale per capire in quale condizione emotiva versassi. Eppure non ho ricevuto mai una semplice domanda che poniamo quotidianamente anche agli estranei.
L’assenza dell’amica: come mi ha fatto sentire
Octopus Legacy, una piattaforma digitale britannica specializzata nella pianificazione del fine vita e nel supporto alla gestione del lutto, ha rilasciato un report aggiornato a marzo 2026 nel quale si evince che gli amici sono le figure più d’aiuto dopo un lutto (84%) seguiti dai familiari (83%), ben sopra professionisti sanitari (71%) e datori di lavoro (70%).
Il muro inaspettato che ho trovato da parte della mia amica mi ha fatto sentire appestata. Questa distanza gelida che mi ha imposto mi ha fatto sentire come se avessi una malattia contagiosa che imponeva lo starmi alla larga.
Perché alcune amiche spariscono proprio quando servono di più
Ho continuato a vedere quest’amica tutti i giorni per 1 anno e mezzo abbondante e, una volta stabilizzato lo shock di questa sua assenza, mi sono interrogata sul perché. Ero io a non essere emotivamente disponibile o era una scelta tutta sua? E se aveva scelto di dileguarsi quali potevano essere le ragioni alla base di questa vigliaccata?
Paura della morte
La malattia contagiosa di cui ero portatrice era, banalmente, la morte. Una persona in lutto ci mette davanti alla crisi esistenziale per eccellenza: cioè che nessuno sfugge alla morte.
Alla fine degli anni ’80 gli psicologi Sheldon Solomon, Jeff Greenberg e Tom Pyszczynski, ispirati dalle opere dell’antropologo Ernest Becker, elaborarono la Terror Management Theory, (TMT, o teoria della gestione del terrore), una teoria della psicologia sociale secondo cui la paura della morte è una motivazione di fondo del comportamento umano. La consapevolezza di sapere che un giorno moriremo genera uno stato di ansia paralizzante (il cosiddetto terrore esistenziale), per non provare impotenza e terrore sviluppiamo meccanismi, scudi psicologici e culturali, che ci tengono lontani da quei pensieri.
La mia colpa era stata quella di aver reso tangibile e pericolosamente vicina la morte, una colpa dalla quale non avevo capacità di redimermi.
Incapacità emotiva
Io e mia sorella prendevamo sempre in giro nostra mamma che fin da piccole ci trascinava con sé a funerali e “visite al morto” che si fanno nel sud Italia, ma ad oggi la ringraziamo. Perché ha centrato l’obiettivo: presentarci la naturalità della morte come l’altra faccia della vita e insegnarci ad avvicinarla senza terrore.
Forse è proprio per questo che ho fatto fatica a scusare la paura della mia amica. Così ho cercato un’altra spiegazione: e se la sua non fosse stata paura, ma incapacità?
Esiste un termine clinico per descriverla: alessitimia, letteralmente “senza parole per le emozioni”. Lo ha coniato lo psichiatra Peter Sifneos negli anni Settanta per indicare la difficoltà a riconoscere e nominare ciò che si prova. Non è una malattia, ma un tratto della personalità che si distribuisce lungo uno spettro. Chi ne è più segnato fatica a leggere le proprie emozioni, e di conseguenza anche quelle degli altri.
Davanti a un dolore così grande, una persona così non sa cosa dire. E allora non dice niente. Non per freddezza, ma perché non trova l’ingresso.
C’è poi un’ipotesi più semplice, e forse più benevola: che il suo silenzio fosse una forma goffa di rispetto. “Non voglio ricordarglielo”, “Se vorrà parlarne, lo farà lei”. È un pensiero molto comune, e si fonda su un equivoco: chi è in lutto non dimentica nemmeno per un minuto. Non c’è niente da ricordargli. C’è solo da fargli sapere che non è solo.
Non so quale di queste ragioni sia quella giusta. Probabilmente un po’ tutte. Ma capire non mi ha tolto il dolore: mi ha solo aiutato a smettere di chiedermi se la colpa fosse mia.
Come si sta vicini a chi ha subito un lutto?
Una volta individuate le possibili ragioni dell’allontanamento della mia amica, mi sono chiesta se esista un modo giusto per stare accanto a chi sta attraversando un lutto.
“Una strana conseguenza del mio lutto è che mi rendo conto di essere imbarazzante per tutti quelli che incontro. Al lavoro, al club, per strada, quando qualcuno mi avvicina, gli leggo in faccia l’incertezza se «accennarne» o no. Per me è odioso sia che ne parlino sia che non ne parlino. Alcuni, poi, battono in ritirata. R. mi evita da una settimana.”
C.S. Lewis nel suo memoir Diario di un dolore scritto dopo la morte della moglie, spiega bene questo effetto “elefante nella stanza”. Quando hai subito un lutto gli altri non sanno bene come comportarsi. Esitano tra il rompere il silenzio, rischiando di ferire o risultare indiscreti, e il tacere rischiando così di sembrare indifferenti. Lewis trasforma una sofferenza strettamente privata in una riflessione universale su come la società moderna tenda ad allontanare il dolore visibile, considerandolo quasi una colpa o un tabù sociale.
Non è facile dunque stare accanto a chi è portatore di lutto e io non sono una psicologa per cui non ho nessun titolo per dare consigli o dispensare lezioni, ma quello che mi sento di dire è resta. E soprattutto resta anche dopo. Nelle prime settimane arrivano più o meno tutti. Poi il telefono tace, mentre il dolore no. Un messaggio a sei mesi di distanza, al primo compleanno senza di lei, all’anniversario: sono i momenti in cui il sasso in tasca pesa di più e ci si sente più soli.
Il lutto secondario
Non vedo più la mia amica tutti i giorni, anzi la vedo sempre meno. E quindi ho subito un’altra perdita, che ovviamente è ben diversa dalla prima ma mi ha ferita ugualmente. Kenneth Doka, uno dei massimi studiosi del lutto e della tanatologia, definisce questi fenomeni come perdite secondarie. Le descrive come le increspature che si formano quando lanci un sasso nello stagno, sono cerchi di dolore che vanno oltre la perdita della persona amata e segnano altre perdite ad essa connesse.
Il lutto ti toglie una persona. A volte, senza che tu te ne accorga subito, te ne toglie anche un’altra. E la domanda che resta, quando il dolore più grande si assesta, è più scomoda di quanto sembri: la mia amica la perdono?
Perdonare non significa fingere che non sia successo
Spogliamo la parola perdono da ogni connotazione religiosa: non è questa la sede per questioni teologiche. Lo psicologo Robert D. Enright, che all’Università del Wisconsin-Madison ha dedicato decenni a questo tema, lo definisce un processo consapevole e volontario con cui si lascia andare il risentimento. E chiarisce soprattutto cosa il perdono non è.
Non è giustificare: il torto resta un torto, e perdonare non significa minimizzarlo né renderlo accettabile.
Non è dimenticare: il ricordo resta, cambia solo il modo in cui ci stiamo dentro.
Non è riconciliarsi: il perdono è una scelta interiore di chi è stato ferito. La riconciliazione invece si fa in due, richiede che anche l’altro si muova, e non sempre è possibile o opportuna.
Forse allora la domanda giusta non è se perdonare la mia amica, ma se voglio riavvicinarmi a lei. E qui devo essere onesta, un po’ vigliacca lo sono anch’io perché una risposta non ce l’ho. Ho scelto di spostare lo sguardo e il cuore dall’altra parte, verso chi non consideravo davvero un amico eppure si è presentato quando meno me lo aspettavo.
Persone inaspettate che mi hanno presa per mano
“Quella del dolore è una scuola crudele. Insegna quanto possa essere violento il lutto, quanta rabbia possa contenere. Insegna quanto possano sembrare vuote le condoglianze. Insegna quanto il dolore abbia a che fare con le parole, con il loro fallimento e con il nostro bisogno di trovarle.”
Chimamanda Ngozi Adichie in Appunti sul dolore ha ragione: il dolore ha a che fare con le parole e con il loro fallimento. Ma la lezione più grande, per me, è stata un’altra. A chi è in lutto non servono le parole perfette, quelle che nessuno trova. Bastano le più piccole. Un “come stai?”, detto anche male, è già una mano tesa. È tutto ciò che è mancato alla mia amica, ed è tutto ciò che hanno saputo fare gli altri: sedersi accanto a me mentre imparavo a stare seduta col sasso in tasca. E allora forse chi ha subito un lutto non ha bisogno di parole, basta tendere le mani per sostenere il peso di quel sasso in tasca e alleggerirlo.