Le mamma, tutte sorrisi, coccole e biscottini fatti con le proprie manine, sono ufficialmente in crisi d’identità. O forse, più semplicemente, hanno smesso di recitare. Non è una novità che esistano madri stanche, egoiste, anaffettive o con una gran voglia di mollare tutto e andarsene. La novità è che adesso cinema e serie tv hanno deciso di mostrarcele. E, sorpresa, sono irresistibili. Prendete Florence Pugh in La valle dell’Eden: partorisce due gemelli, si rimette in piedi e va a fare la prostituta. Lettura creativa del congedo di maternità. In L’estranea, Jasmine Trinca è un’altra madre tutt’altro che accomodante. Vanessa Scalera, ne Il fuoco che ti porti dentro, è una madre esplosiva, insopportabile e magnetica, capace di trasformare il cenone di Natale in una guerra emotiva senza prigionieri. E nemmeno la madre di Mary Bennett, in The Other Bennet Sister, scherza: il suo body shaming nei confronti della figlia intelligente ma goffa è spietato qb.

Meglio mamme vive e vivaci
Sono donne ambivalenti, imperfette, a volte persino in fuga dal ruolo che la società ha cucito loro addosso. Personaggi finalmente vivi. Lo sa bene Francesca Fiore, metà del progetto mammadimerda, che questo fenomeno lo ha intercettato da tempo, trasformandolo anche in un brand di successo. Perché il punto è proprio questo: non stiamo scoprendo nuove madri, stiamo finalmente dando loro il permesso di esistere anche fuori dalla cucina e dalla sanità domestica. «Le madri ambivalenti sono sempre esistite, solo che stavano in cucina a mordersi la lingua oppure finivano nei romanzi come cattive da punire entro l’ultimo capitolo». Portare questi sentimenti allo scoperto ha cambiato le cose: quella che per tante donne era una colpa privata è diventata un’esperienza condivisa, perfino liberatoria. «Lo sguardo è cambiato perché qualcuna ha cominciato a raccontare, e raccontare ha reso pensabile ciò che prima era soltanto colpa».

La stanchezza delle donne fa paura
Ma perché facciamo ancora tanta fatica ad accettare che una madre possa essere stanca di quel ruolo? Forse perché la maternità, nella nostra organizzazione sociale, funziona benissimo finché qualcuno si occupa gratis di tutto e non si lamenta. «Perché la madre devota è un’infrastruttura sociale gratuita, e alle infrastrutture non si chiede come si sentono. Se ammettiamo che una madre possa essere stanca, dobbiamo subito chiederci chi le dà il cambio: congedi, nidi, padri, welfare. È molto più economico decidere che una madre che vorrebbe scappare abbia un problema lei, e che lo risolva in silenzio», spiega Fiore.
Confini precisi, al bando la trascuratezza
Il problema, naturalmente, è che liberarsi dal mito della madre perfetta non significa avere il via libera a qualsiasi comportamento. Anche la libertà ha i suoi confini, e Fiore li mette in chiaro: «Mai valicare il confine della violenza, dell’umiliazione, dei bisogni del figlio sacrificati sistematicamente ai propri. Tutto il resto è giudizio morale travestito da preoccupazione pedagogica. Il Non Farcela Party, la festa per sole donne che organizziamo e che registra sold out in tutta Italia, nasce anche da qui: una sera in cui le madri ballano e nessuno chiede con chi sono rimasti i figli, domanda che peraltro a un padre al calcetto non fa mai nessuno».
Mamma sa tutto, ma non sa nulla di sé
L’idea della madre onnipresente e onnisciente, oltre a essere una favola poco credibile, rischia di trasformarsi in una macchina da guerra contro l’ansia, propria e altrui. «Organizzare la vita di un figlio può essere anche un modo per gestire la propria ansia, e con due figlie adolescenti confesso di riconoscere la tentazione. Ascoltare davvero significa accettare che ti dicano cose che non vorresti sentire, e che diventino persone che non hai progettato tu». Il passaggio è sottile: c’è la madre che fa la mamma e c’è la donna che finisce per coincidere interamente con il proprio ruolo.
«Il tempo in cui cresciamo i figli è anche il tempo della nostra vita e non ne avremo un’altra. Le mie figlie hanno visto una madre che lavora, va in tournée, fa impresa, e anche una madre che ha mollato tutto quando serviva. La differenza sta tra la rinuncia temporanea e quella permanente, che prima o poi si presenta ai figli sotto forma di conto da saldare, il famoso “con tutto quello che ho fatto per te”. Se faccio tutto per te ma ne soffro, il rischio è che il figlio respiri quel risentimento e si senta colpevole di esistere, che è un peso enorme da mettere sulle spalle di un bambino».
L’amore sì, la dolcezza talvolta
Insomma, l’amore materno non dovrebbe trasformarsi in un mutuo emotivo, con rate che i figli pagheranno per il resto della vita. Si può voler bene e, allo stesso tempo, non essere capaci di accudire nel modo giusto. Perché l’affetto non è una competenza universale, e neppure una garanzia di impeccabilità. «Voler bene e saper prendersi cura sono competenze diverse, e la prima non garantisce la seconda. Un bambino può fare a meno della dolcezza da pubblicità, mentre non può fare a meno di un adulto affidabile, che quando sbaglia torna indietro e ripara. Io credo molto nella riparazione, la madre che chiede scusa insegna più di una madre che non sbaglia mai, anche perché quest’ultima non esiste».
E se le mamme sono troppo sole?
A questo punto, però, sarebbe troppo comodo trasformare tutto in una questione di carattere e qui entrano in gioco variabili meno romantiche delle ninne nanne: solitudine, mancanza di aiuti, precarietà economica. Quanto pesano nel confine, spesso sottilissimo, tra una madre stanca e una madre che sembra disinteressata? «Incidono in modo enorme, e spesso quello che chiamiamo disinteresse è semplice esaurimento. Una madre sola, senza rete e senza soldi, non può permettersi il lusso di essere paziente. Aggiungo un tema che mi sta molto a cuore: l’indipendenza economica è prevenzione, perché una donna senza reddito proprio non ha nemmeno la possibilità di scegliere come organizzarsi».
Santa mamma, ma anche no
Il punto, dunque, non è assolvere tutte in nome della stanchezza, ma smettere di giudicare senza guardare le condizioni in cui le persone vivono. Perché la pazienza è una risorsa che si consuma. Resta allora una domanda: si può essere una buona madre senza essere una brava mamma? Si può crescere un figlio senza essere particolarmente dolci, accudenti, inclini alla tenerezza? Fiore non ha dubbi: «Come diceva Winnicott bisogna essere una madre sufficientemente buona. La madre perfetta non esiste, partiamo da questo postulato. È un’estetica da pubblicità, quella dei biscotti fatti in casa e delle foto perfette. La buona madre è sostanza, è umanità, è errore e anche sbrocco. Conosco madri spicce e poco tenere che hanno cresciuto figli solidissimi, e madri dolcissime che hanno soffocato tutti».
Mamma ti ama ma non si sacrifica
Forse è arrivato il momento di rottamare il santino della maternità sacrificale, insieme al grembiule immacolato e alla teglia di biscotti sempre pronta. Non perché una madre debba smettere di prendersi cura dei figli, ma perché non dovrebbe essere costretta a dimostrare il proprio amore attraverso la quantità di sé che è disposta a cancellare. Come ricorda Fiore, «finché misureremo una madre da quanto rinuncia a se stessa, continueremo a produrre donne esaurite e figli caricati di debiti emotivi. Un figlio ha bisogno di una madre viva, che si prenda la sua vita senza chiedergli in cambio di rinunciare alla propria».