Canta che ti passa, ci siamo dette tante volte nei momenti bui, perché lo sentiamo che l’arte ci aiuta a stare meglio. A volte è la carezza di una musica, altre la poesia di un dipinto o la bellezza di un passo di danza. Ma non è solo un sollievo che alleggerisce il cuore. Per capirlo basta una storia come quella di Henry Dryer, 94 anni, di cui gli ultimi dieci azzerati dall’Alzheimer e passati a capo chino in una casa di cura di Brooklyn: ascoltare in cuffia le canzoni preferite gli faceva spalancare gli occhi, ridere e pronunciare frasi di senso compiuto. Era l’emozione provocata da quelle amate note a muovere i circuiti neuronali ancora intatti, riattivando ricordi e consapevolezza di sé, seppure a sprazzi, e non per magia.
Gli effetti benefici dell’arte sul cervello

Anni di studi sul cervello oggi ci raccontano che dietro agli effetti benefici dell’arte sul nostro organismo ci sono meccanismi biologici dimostrati, e una storia fatta di rilascio di dopamina, miglioramento delle funzionalità delle sinapsi, generazione di nuovi neuroni, tutte reazioni in grado di prevenire e a volte persino curare malattie.
A questi studi, Daisy Fancourt sta dedicando una vita: musicista, epidemiologa e docente allo University College di Londra, la studiosa è oggi direttrice del Centro di collaborazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per le arti e la salute, e ha dato alle stampe L’arte che cura. Nuove evidenze scientifiche, saggio ora pubblicato in Italia dalla Fondazione Luigi Rovati in collaborazione con Johan & Levi, che raccoglie e spiega scoperte degli ultimi decenni, intervallandole con storie illuminanti come quella di Henry Dryer.
L’arte migliora i risultati delle cure
Che l’arte avesse a che fare in modo profondo con il nostro benessere, Fancourt l’ha scoperto già nella sua “prima” vita da musicista: «Lavoravo negli ospedali del Servizio sanitario nazionale del Regno Unito, dove dirigevo il programma artistico del Chelsea and Westminster Hospital, e ho potuto constatare in prima persona come le arti avessero migliorato le esperienze dei pazienti e i risultati delle loro cure» racconta a Donna Moderna.
Da lì è cominciato un viaggio che l’ha portata nel 2019 a curare per l’Oms Europa un rapporto basato su più di tremila studi su arti e salute – sono circa 30.000 quelli prodotti a livello globale – approfondendone i meccanismi e documentando fatti e prove.
Le prove scientifiche in un libro

Nel suo libro, la ricercatrice spiega innanzitutto come l’attitudine delle arti a “renderci felici” abbia origini biologiche e risieda nella capacità di manipolare le nostre aspettative, alternando tensione e risoluzione. Quando ascoltiamo una canzone e aspettiamo il ritornello o veniamo sorpresi dal finale inaspettato di un film o dal dettaglio di un dipinto, le nostre sensazioni ed emozioni smuovono i circuiti di ricompensa che regolano il rilascio di dopamina, offrendoci dosi di piacere che migliorano l’umore.
E se la musica “impegna” tutte le aree del cervello, guardare un’opera attiva le reti cerebrali della concentrazione, distogliendoci dall’overthinking il continuo rimuginare. Quando poi a creare siamo noi, che sia una danza o un lavoro a maglia, la soddisfazione, il senso di controllo e autonomia si sommano all’effetto flow, cioè la condizione in cui la mente è talmente assorta da perdere cognizione del mondo esterno, e che provoca una riduzione dei livelli di cortisolo e il rilascio di endorfine.
Gli effetti positivi dell’arte sulla salute mentale

Negli anni la ricerca si è soffermata a studiare da vicino gli effetti dell’arte soprattutto sulla nostra salute mentale. «Abbiamo visto che gli stimoli artistici coinvolgono numerose regioni cerebrali contribuendo a migliorare la connettività tra aree vulnerabili all’invecchiamento e alle malattie. Diversi lavori si sono poi focalizzati sui meccanismi psicologici, rivelando che molti dei processi messi in moto dalle attività artistiche sono simili a quelli prodotti in terapia: come la mindfulness e l’elaborazione del materiale inconscio.
Alcune delle prove scientifiche più solide riguardano gli effetti su ansia e depressione. Recentemente è stato dimostrato che l’arteterapia può essere efficace quanto la terapia cognitivo-comportamentale nell’aiutare a ridurre i sintomi dell’ansia, ed esistono anche solide evidenze sugli effetti sullo stress in contesti clinici e non.
Ad esempio, l’ascolto di musica registrata prima di un intervento chirurgico può essere più efficace della somministrazione di farmaci ansiolitici nel favorire il rilassamento, e può anche contribuire a ridurre la necessità di sedativi e oppioidi. Ma l’impegno artistico influenza anche i livelli ormonali, e le proteine, contribuendo a ridurre i processi di infiammazione e influendo persino sui nostri geni».
Il ruolo dell’arte nella prevenzione

Quello su cui però Fancourt insiste e che riguarda davvero tutti, è il ruolo che l’arte può assumere nella prevenzione. E non è un caso che la definisca il quinto pilastro della salute, assieme ad alimentazione, sonno, esercizio fisico e contatto con la natura. I numeri di ricerche condotte per anni, osservando migliaia di persone non mentono: chi partecipa regolarmente ad attività culturali registra un rischio ridotto del 43% di sviluppare demenza nell’arco di 12 anni, e frequentare luoghi d’arte e cultura riduce il rischio di sviluppare de- pressione del 32%, 48% se lo si fa almeno una volta al mese.
E se già pochi minuti al giorno sono sufficienti per avere benefici immediati, per un impatto strutturale sul benessere e sulla prevenzione di ansia e depressione la scienza indica almeno 30-60 minuti, 1 o 2 volte a settimana per almeno 6-10 settimane, cercando di diversificare le attività.
«Ogni giorno siamo bombardati da consigli e indicazioni per una vita più lunga, sana e felice» conclude l’esperta. «Ci parlano di esercizio, sonno e alimentazione, o di approcci più moderni con biohacking o integratori. Stiamo però trascurando un rimedio più immediato: l’arte ha fatto parte di tutte le società nel corso della storia e da sempre è stata intrecciata con pratiche di salute e guarigione. Il legame si è fatto molto meno evidente negli ultimi secoli: è ora di riprenderlo». Canta che ti passa, allora, e non solo.
Il canto aiuta le neomamme in difficoltà
L’arte ha benefici provati anche sulle neomamme in difficoltà. Nel 2023 l’Oms Europa ha avviato in Italia, Danimarca e Romania il progetto “Music and Motherhood”, dove gruppi di puerpere con sintomi di depressione post partum hanno partecipato a incontri di canti di gruppo, con i loro piccoli, dirette da un musicista formato ad hoc.
Nel riadattamento italiano sono stati coinvolti i consultori, ospitando anche un’ostetrica o un’infermiera pediatrica. «Abbiamo constatato che questo approccio migliora l’umore delle neomamme e che il miglioramento è più rapido e significativo in coloro che avevano sintomi più evidenti» spiega Ilaria Lega, psichiatra, prima ricercatrice senior all’Istituto superiore di sanità e responsabile scientifica della sperimentazione italiana.
«La leggerezza del canto, il sentirsi accolte in un contesto protetto, la possibilità di esprimere le proprie emozioni sono state “curative” per molte donne, e preziose per i bambini, perché la musica è diventata un modo per interagire tra madri e figli».
Leggere fa davvero a stare meglio
Anche un libro può diventare una piccola prescrizione quotidiana. Si chiama biblioterapia, una definizione codificata già nel 1966 dall’American Library Association. Riconoscersi in un personaggio, liberare emozioni e trarne una nuova consapevolezza è il percorso tipico della lettura terapeutica. Non sostituisce uno psicologo, ma mette parole e immagini accanto a ciò che non sappiamo dire. Gli albi illustrati sono la medicina silenziosa più immediata: testo e immagine si tengono per mano e costruiscono insieme ritmo, sospensioni, significati.
E non conta solo quante volte si legge, ma come. Una meta-analisi di 19 studi su 2.594 bambini tra uno e 6 anni ha rilevato gli effetti positivi della lettura condivisa di albi illustrati. Fermarsi su un’illustrazione e chiedere «Cosa proverà questo personaggio?» permette al bimbo di riconoscere la paura nella tana del lupo e di trovare i vocaboli per raccontarla. Ma anche di comprendere che in quella paura non è più solo.