Ci sono lezioni che durano un’ora scolastica e altre che si depositano nella memoria dei figli senza che sia suonata una campanella. Succede quando un genitore perde la pazienza, quando chiede scusa, quando è geloso o attraversa una separazione. Succede, soprattutto, quando crede di non essere osservato. Perché i figli imparano proprio quello che non avremmo immaginato di insegnare. Mick Liuzzi, padre e fondatore della community Infrangibile, nata per i genitori di adolescenti, parte da qui per affrontare una delle questioni più delicate dell’educazione: come aiutare i ragazzi a costruire relazioni sane, riconoscere i propri sentimenti e rispettare quelli degli altri senza delegare alla scuola una responsabilità che comincia, inevitabilmente, tra le mura domestiche.

La prima educazione sessuo-affettiva è domestica

Dove finisce il compito della famiglia e comincia quello della scuola nell’educazione sessuo-affettiva? Per Liuzzi, la distinzione è chiara: «Alla scuola la parte pubblica: il corpo, il consenso, la legge, le parole giuste, il fatto che certe cose non sono bravate ma reati. Alla famiglia la parte privata, che è il modello, e che nessun’ora curricolare può sostituire. Perché la scuola può insegnare che un no va rispettato; ma se in casa il no di un bambino non viene mai rispettato?». È il passaggio dalla teoria alla pratica, dalle parole ai comportamenti: «Conta quello che facciamo, e non è un pareggio: a parità di parole e di gesti, nella mia esperienza il gesto vince sempre», dice Liuzzi. I discorsi sull’affetto, osserva, si fanno da fermi. I figli, invece, ci guardano «al semaforo, al telefono con un call center, la sera in cui in casa qualcuno ha alzato la voce».

It’s hard to me to say I’m sorry

È lì che imparano. Nel modo in cui trattiamo gli sconosciuti o reagiamo alla frustrazione: «L’educazione sessuo-affettiva passa quasi tutta da lì, e le parole servono a dare un nome a quello che hanno già visto». La domanda, allora, non è soltanto che cosa dovrebbero imparare i nostri figli, ma che cosa stanno imparando da noi. «Prima di qualunque richiesta alla scuola, la domanda da farsi è cosa vedono di me quando le cose vanno male. Nella mia esperienza chiedere quell’ora alla scuola è molto più facile che prendersela in casa, e vale la pena sapere che la seconda parte non la fa nessun altro al posto nostro».

C’è una buona notizia, in questo quadro che non fa sconti: non occorre essere genitori impeccabili. Occorre saper riconoscere i propri errori. «Sì, ed è una delle poche lezioni che a parole non si fanno». Spiega Liuzzi quando gli si chiede se un genitore possa trasformare uno sbaglio commesso davanti ai figli in un’occasione educativa: «Un adulto che sbaglia, lo dice senza girarci intorno e non si giustifica, insegna una cosa che nessun discorso trasmette: che si può ammettere di aver esagerato senza perdere autorità».

La responsabilità prima dell’orgoglio

Soprattutto occorre evitare che le scuse si trasformino in un’altra forma di accusa. Il punto, spiega Liuzzi, è «la riparazione senza sconto: “ho esagerato, mi dispiace”, e lì finisce». Perché basta aggiungere un «però tu» per rovesciare completamente il senso di quel gesto. «Nel momento in cui si aggiunge “però tu”, la lezione si è girata e insegna il contrario». Chiedere scusa significa mostrare che la responsabilità viene prima dell’orgoglio. Ma come si educa un ragazzo ad accettare un rifiuto senza viverlo come una ferita insopportabile? «Si separa il no dalla persona», spiega Liuzzi. «Un rifiuto diventa umiliazione quando dentro passa un giudizio sul valore di chi lo riceve, non quando dice no».

Educazione sessuo-affettiva e i no che aiutano a crescere

Un invito che non arriva, una gara persa, un’amicizia che cambia, una persona che non ci vuole. In famiglia, suggerisce Liuzzi, si può cominciare proprio da qui, dalle delusioni quotidiane. «E nella mia esperienza l’allenamento non è consolare: è restare nella stanza mentre il no fa male, senza correre a ripararlo. Superare una delusione vuol dire starci dentro con qualcuno accanto; evitarla vuol dire imparare che il dolore è un’emergenza da cui qualcuno viene a prelevarti», osserva Liuzzi.

La differenza sta nel ruolo che lasciamo ai ragazzi. «Nel primo caso il protagonista è il ragazzo e l’adulto sta vicino, nel secondo è l’adulto che si muove e il ragazzo guarda». È la differenza fra accompagnare un figlio nel dispiacere e telefonare all’allenatore perché il figlio non è stato convocato alla partita. Esserci senza sottrargli la possibilità di attraversare ciò che sente. E, insieme, distinguere le emozioni dai comportamenti: «Dando un posto al dolore e un limite ai comportamenti, che sono due cose diverse e vanno tenute insieme. Il dolore si può raccontare tutto, i comportamenti no: scrivere trenta messaggi, controllare i profili, aspettare sotto casa non sono dolore, sono cose che si fanno con il dolore».

Educazione da subito

Per parlare di possesso non bisogna aspettare il primo fidanzamento. Anzi, secondo Liuzzi, è meglio arrivare molto prima, quando l’amore romantico è ancora lontano e i bambini stanno imparando a stare con gli altri: «Io comincerei a sei o sette anni, sull’amicizia: la mia amica che non deve giocare con altri, il gioco prestato e rivoluto dopo due minuti». È in queste piccole scene che si comincia a distinguere il desiderio di stare con qualcuno dalla pretesa di averlo a disposizione: «La differenza fra voler bene e tenere qualcosa si impara lì, e a quattordici anni il discorso sul fidanzato trova molto più facilmente un terreno già preparato».

Relazioni tossiche, attenti ai segnali

Anche per riconoscere una relazione poco sana, del resto, è necessario imparare a osservare senza precipitarsi a giudicare. Un adolescente che si allontana dagli amici, diventa molto riservato con il telefono forse è in una situazione difficile. Liuzzi invita a fare attenzione anche alle giustificazioni che accompagnano certi comportamenti: «“È gelosa perché ci tiene”». Un singolo segnale non basta a stabilire che cosa stia accadendo. «Nessuno di questi preso da solo dice niente: conta il mazzo». È l’insieme dei cambiamenti, la loro intensità e il modo in cui incidono sulla vita del ragazzo a meritare attenzione: «Quando compaiono controllo, isolamento o paura, la figura da coinvolgere è uno psicologo, e il consultorio familiare della propria zona è gratuito ed è nato per questo». Se c’è timore per la propria sicurezza, ricorda inoltre Liuzzi, il numero antiviolenza e stalking 1522 è gratuito e attivo giorno e notte.

Si può essere feriti senza avere il diritto di ferire

C’è un ultimo territorio in cui l’educazione affettiva si manifesta con particolare forza: la fragilità degli adulti. Le separazioni, i tradimenti, i rifiuti. Che cosa imparano i figli quando ci vedono attraversare un dolore? Anche in questo caso la famiglia è l’avamposto: «Nella mia esperienza un adulto che dopo una separazione non ha trasformato l’altro in un nemico da battere ha già spiegato metà del programma». Guardandoci i figli imparano se e come si sopravvive: «Un adulto che attraversa un rifiuto e continua ad andare a lavorare, a mangiare, a vedere gli amici, e intanto piange anche davanti a loro, insegna che il dolore è un passaggio». Al contrario, «un adulto che smette di vivere insegna che l’amore è una cosa su cui si rischia tutto». E, secondo Liuzzi, «è da lì che nascono i ragazzi che a vent’anni non lasciano andare niente». Non è dunque necessario nascondere la tristezza per proteggere i figli.

Educazione e ruoli distinti

C’è però una linea da non oltrepassare. I figli possono vedere la nostra vulnerabilità, ma non devono diventare responsabili del nostro equilibrio emotivo: «Nel momento in cui chi ascolta deve fare qualcosa per rimettere in piedi l’adulto, il ruolo si è girato», avverte Liuzzi. La porta rimane aperta quando i ragazzi vedono che quel dolore ha un luogo in cui essere accolto, fuori dalle loro spalle: «Un’amica, un fratello, uno psicologo». È una forma di responsabilità che permette ai figli di restare figli, senza sentirsi obbligati a riparare le crepe degli adulti che amano.

Che cosa vuol dire, concretamente, restare in piedi davanti ai figli quando una relazione finisce? Liuzzi lo chiarisce senza tirare in ballo l’abusata parola, resilienza: «Restare in piedi non vuol dire stare bene, e non vuol dire recitare. Concretamente: tenere gli orari, i pasti, la scuola, i rapporti con i nonni dell’altro ramo; non chiedere di schierarsi; non usare i figli né come messaggeri né come confidenti». Significa evitare che un figlio debba diventare il tramite fra due adulti che non riescono più a parlarsi o ascoltare racconti che lo costringono a prendere posizione. È qui che il discorso torna al suo punto di partenza. L’educazione affettiva è una pratica quotidiana e farla a scuola non può essere uno scaricabarile.