«Ho avuto due relazioni tossiche, e ho sempre dato la colpa a me stessa. È un retaggio dell’agonismo: se fallisci, cerca la causa dentro di te». Così la campionessa di nuoto Novella Calligaris ha aperto una pagina della sua vita privata, raccontando un aspetto meno noto, lontano dall’immagine della ex atleta (che però non ha smesso di amare e pratica lo sport) e della giornalista che è ormai da diversi anni per la Rai. Quello di chi ha vissuto relazioni tossiche, nel suo caso ben due. Ma come a lei, è un’esperienza che può capitare a molte donne, anche adulte.

Novella Calligaris, oltre lo sport

Padovana di nascita, quasi 72 anni (li compirà a dicembre) Novella Calligaris non smette di stupire. Nota per i suoi successi sportivi come nuotatrice, è poi diventata giornalista, prima al Corriere della Sera, poi in Rai e da anni segue i principali eventi sportivi per RaiNews24. Nel 1973 ha ricevuto la Medaglia d’Oro al Valore Atletico, nel 2015 le è stata dedicata una targa nella Walk of Fame dello sport italiano a Roma, mentre quattro anni dopo le è stato consegnato il Collare d’oro al merito sportivo. Sempre discreta ed elegante nei modi oltreché nell’immagine, è difficile pensare che possa essere stata vittima di una relazione tossica. Anzi due, come da lei stessa raccontato nella sua autobiografia, appena data alle stampe, dal titolo significativo: Pulce, la mia vita tra le onde.

Quando si è vittime di dipendenze affettive

Minuta, per questo soprannominata “pulce”, ha vinto il suo primo titolo italiano a soli 13 anni, ma in carriera ha collezionato medaglie olimpiche, l’oro mondiale, il record del mondo e ha dominato incontrastata per anni il nuoto italiano. Ma ha conosciuto il “buio”, come confessa nel libro, ritrovando la luce. E forse la sua storia potrà aiutare anche altre donne che, come lei, hanno sofferto per relazioni tossiche. In alcuni casi, come per Lorena Isceri, non c’è stato un “lieto fine”, ma saper riconoscere i segnali di una dipendenza affettiva può essere il primo passo per uscirne.

Le relazioni tossiche non riguardano solo le giovani

La prima riflessione, leggendo il racconto di Calligaris, è che le dipendenze affettive non riguardano soltanto le giovani e giovanissime, come si è portati a pensare: «Nell’accezione comune di questa definizione si parla di ragazze perché in genere sono meno in difficoltà nell’esporre le proprie fragilità rispetto a una donna adulta, ma non è un problema che riguarda solo le giovani», chiarisce Cristina Galassi, psicoterapeuta analista, responsabile dell’equipe clinica dell’Istituto Europeo delle Dipendenze (IEuD). «È una questione complessa che ha a che fare con la personalità della vittima, ma anche del partner, e con le storie di vita personali», aggiunge Galassi.

Quando si trova il coraggio di parlarne

In alcuni casi si riesce a parlarne nelle fasi iniziali della relazione, ai segnali di allarme, ma non sempre avviene. Anzi, molto spesso ci vuole tempo perché una donna trovi la forza di aprirsi: «Può sembrare strano, ma nella sfera femminile in età adulta possono manifestarsi fragilità che prima erano tenute meglio a bada grazie ad altre risorse – conferma la terapeuta – Può capitare di vivere situazioni anche molto dolorose, a volte di sfogarsi con un’amica o un familiare, ma accade anche di frequente di chiudersi perché l’ambivalenza della relazione mette in difficoltà il rapporto con se stesse».

Il cortocircuito della dipendenza dall’altro

«Una situazione abbastanza ricorrente è che gradualmente chi la vive si isola, si chiude nella relazione stessa, sia perché questo tipo di relazione richiede un’attenzione assoluta, sia perché porta a una ulteriore focalizzazione sull’altro. In questa condizione il partner diventa paradossalmente la propria ragione di esistere, senza il quale si pensa di non poter vivere, sia il motivo della propria sofferenza, la persona per la quale si sta male. Così si crea un cortocircuito analogo a quello che prova chi ha una dipendenza da sostanze: il mio benessere di fatto dipende da ciò che poi mi fa stare male», spiega la psicoterapeuta.

Non si mai “vaccinate” a sufficienza

Vivere un’esperienza di dipendenza affettiva una volta, inoltre, non garantisce di non ricaderci anche successivamente. «Se accade più di una volta significa che forse quello che si cerca fuori è qualcosa che va risolto dentro e che chi vive questa esperienza potrebbe avere una personalità fragile da un punto di vista affettivo. Questo non vale per tutti e soprattutto va sottolineato che contano molto i vissuti individuali e anche la personalità dell’altro: è un incastro fortuito. Non è comunque qualcosa da cui “si guarisce” solo prendendone consapevolezza», sottolinea Galassi.

La necessaria consapevolezza per “guarire”

Come chiarisce la psicoterapeuta, la consapevolezza del problema è il primo passo, senza il quale non è possibile uscire dal “tunnel” e già questo comporta un passaggio: «Già il fatto di parlarne con un’amica o un familiare può essere un primo passo. Ma poi molto dipende dalla quantità di sofferenza che si prova: capita di vedersi da fuori, di rendersi conto della situazione, ma finché il disagio non è abbastanza forte e insopportabile, spesso non si reagisce. Dall’esterno gli altri capiscono e possono cogliere l’isolamento progressivo della vittima e il suo dolore, ma finché questa tende a giustificare l’altro o se stessa non può esserci “guarigione”».

Nutrirsi da dentro per affrontare l’esterno

È solo dopo una fase iniziale più o meno lunga che in chi vive una relazione tossica può scattare una molla: «In genere in una relazione tossica la donna, se si tratta di una vittima femminile, cerca di “nutrire” quella sua parte affamata di affetto cercandolo nell’altro, ma la vera svolta si ha quando si comprende che quelle conferme e accettazioni che si cercano fuori vanno invece trovate al proprio interno – spiega ancora Galassi – Il conflitto va risolto da dentro: può essere legato a esperienze traumatiche o al fatto di aver ricevuto da piccoli risposte non in sintonia con i propri bisogni, oppure può semplicemente accadere di incontrare la persona sbagliata, che alimenta questi bisogni interiori».

Saper chiedere aiuto

In alcuni casi anche il proprio contesto di vita lavorativa e familiare sostiene indirettamente e involontariamente quel cortocircuito che porta a relazioni tossiche: per paura di ammettere una propria fragilità o di mostrare un lato meno deciso di sé, si preferisce tacerlo, rimandando la soluzione al problema: «Il rischio è che situazioni che inizialmente erano solo dolorose da un punto di vista emotivo possano arrivare a compromettere lo stile di vita e le relazioni. Per questo è importante intervenire per tempo per curare la parte psicologica, affettiva, emotiva: le grandi ferite stanno lì e una volta risolte permettono di recuperare anche gli altri equilibri», conclude Galassi.