Non sono ancora nonna, ma non so se, quando lo diventerò (magari anche no), sarò così disponibile come lo è stata mia mamma con me, con le mie figlie. Me lo chiedo ogni volta che vedo donne di solo qualche anno più di me impegnate full time con i nipotini, perfino ad accompagnarli alla scuola materna alle 8 del mattino.
Che nonne saremo noi 60enni di oggi?
Me lo chiedo ogni volta che penso al mio orizzonte lavorativo e a quello di tante mie coetanee: noi che lavoriamo ancora a 60 anni, e in pensione ci andremo forse a 66-67, che nonne saremo? I nostri figli avranno a loro volta figli a 35-40 anni, e noi ne avremo almeno 70. A quel punto sì, saremo in pensione, ma avremo voglia di viverci una vita lenta, quella che non vissuto fatto in quegli anni in cui, invece, i nostri genitori erano già a riposo. Una vita senza impegni se non le cose che scegliamo di fare, magari qualche viaggio, magari col camper, che negli ultimi anni lavorativi non ci siamo concesse per dare una mano ai figli. Ancora a casa, ancora con noi, ancora da sostenere.
La cura di tre generazioni
Già. È perché siamo le donne sandwich, ma quel sandwich, sinceramente, ci sarebbe anche andato di traverso. Schiacciate a 60 anni tra lavoro, figli ancora da sostenere e genitori ultra 80enni, rischiamo di passare senza soluzione di continuità da un accudimento all’altro. Per ritrovarci con 3 generazioni intorno: i nostri genitori, i figli e i loro figli. Una sorta di burnout generazionale, insomma, che ci potrebbe frenare dal donarci incondizionatamente al ruolo di babysitter a tempo pieno.
D’altra parte, i nonni accudenti verso i nipoti sono figure del nostro immaginario, soprattutto italiano: personaggi granitici e rassicuranti, sempre pronti con il grembiule addosso, la pasta sul fuoco, l’auto accesa per scorrazzare i bambini e le braccia spalancate. Ma noi, saremo così con i nostri figli? Non è del tutto scontato.
La detonazione emotiva di diventare nonne
Io non ne sono certa. Di una cosa invece sono certa: che quel giorno, se accadrà, segnerà definitivamente l’ingresso nell’ultima stagione della nostra vita. Sarà una detonazione emotiva che scombussolerà l’asse del tempo: io, noi che ci chiamiamo ancora “ragazze” a 60 anni, che dentro ci sentiamo delle 30enni con ancora tante cose da fare, ci troveremo di fronte ad altre aspettative, ancora una volta. Dietro l’attaccamento di pancia per quel batuffolo e un amore incondizionato, verranno poste altre condizioni: che siamo efficienti, dinamiche, automunite e cuciniere. Dispensatrici di schiscette e minestroni. Di spese a domicilio e di aiuti economici: per il nido, per le bollette, per le vacanze.
I rischi del fare le nonne full time
Che poi, mi dico, anche a essere disponibili full time, i rischi sono alti. Investite di deleghe troppo grandi, potremmo trasformarci in genitori gregari. Quindi diventare i classici nonni invadenti, quelli che si sostituiscono ai figli, dando consigli non richiesti, sentendosi tenuti a dare le proprie, personali valutazioni su qualsiasi cosa, provocando così dei terremoti familiari.
La via di mezzo che mette d’accordo tutti
Piuttosto, potremmo proporre un buon compromesso: impegni piccoli, definiti e regolari. Esistono meravigliose vie di mezzo tra il tutto e il nulla. Come il sabato “rituale”: mezza giornata fissa alla settimana (ad esempio il sabato mattina, comprensivo di pranzo e parco giochi). Oppure la notte speciale: una notte al mese a casa dei nonni. O un giorno fisso per la scuola: accompagnare o prendere il bambino a scuola una volta alla settimana stabilisce una routine affettiva preziosa, ma anche prevedibile per chi vuole organizzarsi la propria vita in libertà.
In realtà, poi, lo so già che appena si diventa nonni, il tuo cuore si squarcia com’è accaduto ai miei genitori e come accade a tutti i genitori. E a quel punto non vale più niente: faresti di tutto per rivivere ancora, con quelle creature dove pulsa anche una parte di te, momenti di indescrivibile, eterna e pura bellezza.