Li chiamano hassler, fastidiosi. Già il nome rimanda a qualcuno che ti scrive “ci sentiamo?” alle 23.47. Sono i fastidiosi di professione: parenti, colleghi, amici (sì, anche amici) che riescono nell’impresa di complicarti la giornata senza muoversi dalla sedia. Non sono stalker né molestatori, niente Baby Reindeer da denuncia, no. Sono più insidiosi e la scienza dice che, oltre a farti sospirare, ti fanno anche invecchiare più in fretta. Secondo uno studio finanziato dal National Institute on Aging e pubblicato su Pnas, circa il 30% delle persone ne ha almeno uno nel proprio giro. Una percentuale sorprendentemente bassa, se consideri tutte le chat di gruppo in cui compare il tuo nome, volente o nolente. Ma il dato interessante è un altro: ogni hassler in più sarebbe associato a un’accelerazione dell’invecchiamento biologico di circa nove mesi. Nove mesi. Praticamente una gravidanza di stress. Naturalmente, don’t panic: non stiamo parlando di un rapporto causa-effetto scolpito nella pietra, hanno detto gli esperti al Washington Post. Più che altro di una relazione sospetta, di quelle che fanno alzare un sopracciglio agli scienziati e abbassare la pazienza a noi. Il meccanismo ipotizzato è quello dello stress cronico: piccole gocce quotidiane che, alla lunga, scavano. Meglio, logorano.

Quegli hassler fastidiosi sangue del tuo sangue

E se stai già facendo mentalmente una lista di nomi (tranquilla, lo stiamo facendo tutti), c’è una categoria che spicca: i parenti. Perché si sa, “Natale con i tuoi” è anche un esperimento longitudinale sull’invecchiamento cellulare. Ma davvero dobbiamo arrenderci all’idea di essere circondati da disturbatori seriali? Ne abbiamo parlato con Ilaria Albano, psicologa e divulgatrice (@psicologascortese è la sua community su Instagram), che subito puntualizza: «Lo stress relazionale non è una novità. La differenza è che oggi sappiamo che non è un capriccio o un’invenzione: è qualcosa supportato da dati scientifici». Traduzione: no, non sei esagerata. Sei solo circondata.

Diventa anche tu cintura nera in evitamenti

Il problema, però, è che gli hassler raramente arrivano con un pulsante “unfollow”, non puoi archiviare la chat e ciao. Spesso sono persone che non possiamo evitare: colleghi, coinquilini, familiari. E allora? «Il punto non è sopportare meglio, né aspettarsi che gli altri cambino», spiega Albano. «Il punto è difendere i propri spazi, perché nessuno lo farà al nostro posto, stare dentro queste relazioni in modo meno logorante». Che, nella pratica, significa cose rivoluzionarie tipo: ogni tanto, dire di no. Non rispondere subito. Non essere sempre disponibili. Insomma, comportarsi come un essere umano e non come un servizio clienti h24. E quando l’hassler è qualcuno a cui vogliamo bene? Qui la questione si complica.

Caro hassler fastidioso, ogni tanto mollami

«Entra in gioco l’ambivalenza: “ti voglio bene, ma mi stressi”», dice Albano. «Se l’ironia non basta, serve comunicare. Dire chiaramente: “quando fai così mi sento in affanno”». Un’idea semplice, no? E spesso più efficace di anni di frecciatine passivo-aggressive, che – sorpresa – non funzionano mai. «Il punto non è evitare sempre tutte le fonti di disagio, puntare il dito contro una categoria di persone, colpevolizzare o escludere; il punto è smettere di lasciare a qualcun altro il potere di rovinarci la vita», suggerisce la psicologa. Il rischio è la rottura di qualche rapporto (fastidioso) in meno: dunque, tutta salute (nove mesi di vita guadagnati con una sola frase!). E se neanche parlare serve? «Allora bisogna chiedersi quanto siamo disposti a tollerare per mantenere quella relazione». Tradotto: non tutte le relazioni sono da salvare a ogni costo. Nemmeno quelle con playlist condivise.

Guardati allo specchio: e se l’hassler fossi tu?

A questo punto potrebbe sorgere una tentazione drastica: eliminare tutti gli hassler dalla propria vita. Un po’ Marie Kondo, ma con le persone. Albano frena subito: «Se togliessimo tutti quelli che ci infastidiscono, rischieremmo di restare soli… o di diventare noi l’hassler di qualcun altro». Plot twist. Perché sì, c’è anche questa possibilità. Che il problema, ogni tanto, siamo noi. «Chi è un hassler spesso non si percepisce come tale», osserva la psicologa. «Si definisce diretto, sincero, uno che dice le cose come stanno». La reazione spontanea potrebbe essere “chi ti ha chiesto niente?” ma meglio evitare. Qui però si apre una crepa salutare: il dubbio. «Chiedersi “che clima creo quando entro in una conversazione? Alleggerisco o appesantisco?” è già un enorme passo avanti». Non serve diventare improvvisamente zen o parlare per aforismi. Basta qualche aggiustamento: ascoltare di più, sfogarsi un po’ meno, ricordarsi che la sincerità non è una scusa per essere devastanti.

Gli hassler fastidiosi per eccellenza: i bambini

Infine, una categoria controversa: i bambini. Per alcuni, hassler in miniatura. «I bambini sani fanno rumore», chiarisce Albano. «Non sono progettati per essere sempre comodi per gli adulti». Quindi no, non sono loro il problema. O almeno, non sempre. A volte è la nostra tolleranza – o il contesto – a dover essere ripensato. «La riflessione va spostata anche su un piano sociale: non dobbiamo “aggiustare” i bambini per renderli più “comodi” al mondo, non sono solo le famiglie a doversi adattare, ma è il contesto sociale che dovrebbe diventare più a misura di genitori e bambini». Morale? Gli hassler esistono, resistono e probabilmente sono già nella tua rubrica. Non puoi eliminarli tutti, ma puoi decidere quanto spazio occupano nella tua vita. E magari, ogni tanto, fare un controllo qualità anche su te stesso. Perché in questa storia, la vera domanda non è solo “chi mi fa invecchiare?”, ma anche: “io, quanto contribuisco all’età biologica degli altri?”.