Si può essere amiche di una stronza e dormire sonni tranquilli? O il fatto di tollerare atteggiamenti poco ortodossi ci rende in qualche modo complici, corree? C’è una cosa che accomuna tutti gli stronzi
– o, per essere più tecnici, le persone che si appropriano con disinvoltura di privilegi che nessuno ha mai concesso loro: non si sentono in difetto. Anzi. Si muovono nel mondo con un radicato, spesso inconsapevole, senso di superiorità morale. Come se il manuale delle relazioni umane avesse un’edizione speciale solo per loro.

Piccola parentesi personale: da qualche tempo mi sono votata a serie tv vintage, un po’ datate e mi sono riguardata da cima a fondo Dottor House. Dove lui, House, medico brillante con tendenza al genio assoluto, nei rapporti umani è una schifezza. Il suo miglior amico, il collega James Wilson, assiste basito alle sue prepotenze, vede fallire i suoi legami sentimentali perché House – in quanto genio – decide che quelle donne non sono per lui. Ci vede lungo, spesso ha ragione, ma tutto viene perpetrato in totale assenza di tatto. Tantomeno gli viene in mente che farsi i fatti propri è quasi sempre un’ottima idea. House, chi ti ha chiesto niente? Wilson invece resta lì, a chiedersi se il problema non sia lui.

L’amica stronza e come conviverci

Perché la vera domanda non è tanto: «Lei è una stronza?”» ma: «Io che ci faccio qui, dentro questa amicizia?». «Voler bene a qualcuno non è un atto morale, è un’esperienza emotiva. L’affetto non si costruisce per deliberazione etica – “giusto/sbagliato” – ma attraverso il tempo, le esperienze condivise, le risonanze. Le relazioni non definiscono chi siamo: raccontano piuttosto quali bisogni, paure e parti di noi sono attive», riflette Valentina Vicari, psicologa clinica della riabilitazione. La convinzione molto diffusa – un po’ moralista, un po’ ingenua – che essere amici di una brutta persona sia automaticamente compromettente è dunque da smontare. «Come se l’amicizia fosse una società e tu fossi corresponsabile delle malefatte dell’altro. Non è affatto detto che gli amici si assomiglino moralmente. A volte si assomigliano in certe crepe, in certe nostalgie, in certi bisogni».

Né strana né schizofrenica, solo umana

E il carattere morale, tra l’altro, lo sperimentiamo a pezzi: possiamo ammirare una persona per la sua intelligenza e detestare la sua crudeltà con il cameriere. E no, non è schizofrenia: è ambivalenza, cioè essere adulti. «È semplicemente umano. L’amicizia adulta non è la versione glitterata di quella infantile. Non è “stiamo bene sempre”. Integrare il buono e il faticoso è maturità, non ingenuità. L’ambivalenza è fisiologica. «La domanda vera è: riesco a stare bene dentro questa ambivalenza senza negare me stessa? Posso dire quando qualcosa mi ferisce? Oppure mi rimpicciolisco per non perdere il legame?» ci interroga Vicari. «Puoi sapere benissimo che una persona è egoriferita, poco empatica, a tratti insopportabile – e volerle bene lo stesso. L’amore (in tutte le sue forme) non è un premio alla virtù».

L’amica stronza sta interrogando te

«A volte una persona attiva parti molto antiche di noi, esperienze del passato. Però, soprattutto da adulti, se i comportamenti dell’altro vanno contro i nostri valori, è difficile che l’attaccamento resti sereno. Se i “campanelli d’allarme” suonano e noi restiamo comunque, vale la pena chiederci perché: cosa mi trattiene? Di cosa ho bisogno in questa relazione?», ragiona la psicologa. «E poi c’è un dettaglio interessante: spesso diciamo “ha avuto un’infanzia difficile”, “non è cattiva, è fatta così”. Tutto vero, magari. Ma spiegare non significa giustificare». Forse la morale ciascuno la declina a modo suo? «Esiste una dimensione culturale e personale della morale, certo. Ma esistono anche valori più universali: rispetto, sicurezza, dignità. Due persone possono avere idee diverse e restare amiche se condividono l’obiettivo di sostenersi, non di buttarsi giù».

Amica, stammi un po’ a sentire

Sarò sospettosa, ma vedo labili i confini di un’amicizia simile con la tossicità. «Dipende. Se posso dissentire, dunque dire: “Guarda, questa cosa mi ha ferita”. Se posso non ridere quando lei tratta male qualcuno e restare me stessa senza mortificarmi. Perché il limite tra un’amicizia imperfetta e una relazione tossica non passa per i difetti dell’altro, ma per la mia libertà. Se sto zitta per paura di perderla, l’amicizia l’ho già persa. Quando mi adeguo per non restare sola, sto pagando un affitto emotivo altissimo per occupare uno spazio che non mi somiglia più. Se sono abbastanza forte da dire: “In questo periodo non stai dando il meglio di te, ma io sono qui”. E a viso aperto aggiungere: “E se continui così, io mi regolo di conseguenza”, allora è tutto ok», chiosa Vicari.

Amica stronza sì, tossica no

«Non tutto ciò che è imperfetto è tossico. Tossico è ciò che, nel tempo, erode la tua autenticità. Che ti fa vivere in allerta. Che ti costringe a scegliere tra te e l’altro». Forse, alla fine, la domanda più onesta non è: “Sono una brutta persona se le voglio bene?”. Ma: “Questa relazione mi permette di restare una buona persona per me stessa?”». Il resto – le etichette, le morali divergenti, le analisi sociologiche – viene dopo, molto dopo.