San Valentino è passato da meno di un mese, ma i segreti delle dinamiche di coppia rimangono attuali. Per questo, sapere quali sono i segreti per un rapporto duraturo è un tema che da sempre attira l’attenzione di tutti, studiosi compresi. Secondo due psicologi americani, il “trucco” sta nel tempo che intercorre tra un litigio e il far pace, che non dovrebbe superare i 30 minuti. Ecco il motivo e perché la regola vale anche nei rapporti con i colleghi di lavoro.
Cosa rende duraturo un rapporto di coppia
“L’amore non è bello se non è litigarello”, recita un vecchio adagio. Ma è davvero così? Secondo alcuni esperti no. In particolare, di recente si è tornati a parlare di quale sia il “segreto” di un legame d’amore duraturo il dottor Charlie Fantechi, psicologo clinico, psicoterapeuta e ipnotista ha ricordato uno studio condotto negli Stati Uniti secondo cui le coppie più inossidabili sono quelle capaci di fare pace entro 30 minuti dopo un litigio. A confermarlo sarebbero gli studi condotti da due psicologi americani, John Gottman e Robert Levenson, pionieri in questo campo. Il motivo risiederebbe nella regolazione emotiva nelle relazioni.
Cos’è la regolazione emotiva
Con la definizione di regolazione emotiva si intende la capacità di controllare e gestire le proprie emozioni in modo appropriato. Il che non significa sopprimere ciò che si prova, ma imparare a riconoscere i sentimenti e ad esprimerli in modo efficace e sano. I meccanismi che stanno alla base della regolazione emotiva, una volta conosciuti, consentono infatti di migliorare il proprio benessere e, di conseguenza, anche le relazioni con gli altri. Ma cosa c’entra questo con un rapporto di coppia?
Perché non aspettare più di 30 minuti
Come spiegavano tempo fa Gottman e Levenson, quando una coppia ha un contrasto il sistema nervoso si attiva: i sintomi sono il classico battito cardiaco accelerato, una certa tensione muscolare e reazioni più istintive. Riuscire a ricucire lo strappo entro 30 minuti, secondo gli esperti, permette di tornare a una condizione di normalità. In caso contrario, invece, il cervello comincerebbe a percepire il partner come una minaccia, dunque a prenderne le distanze in modo inizialmente impercettibile, poi man mano sempre più evidente. Una condizione di questo tipo, quindi, renderebbe sempre più difficile un riavvicinamento e dunque minerebbe il rapporto nel lungo periodo.
Non erodere la fiducia reciproca
Un’altra conferma dell’importanza del sapersi riconciliare in tempi rapidi arriva dalla teoria polivagale di Stephen Porges: secondo lo psicologo statunitense la capacità di superare i contrasti è indice di maturità emotiva, di sicurezza del sistema nervoso, della volontà di salvaguardare il legame di coppia e di rispetto reciproco. Al contrario, un atteggiamento di chiusura, il silenzio prolungato e una eccessiva resistenza e fermezza sulle proprie posizioni portano il cervello a indurre un atteggiamento di difesa e diffidenza nei confronti del partner (o del proprio interlocutore, se si tratta di altri ambiti, limitando le possibilità di dialogo e aprendo la strada alla rottura.
Come ricucire in tempi rapidi
Il problema, però, è spesso proprio l’intransigenza, a volte dettata da un eccesso di orgoglio nell’ammettere anche propri errori o mancanze. «Va premesso che l’idea dei “30 minuti” non va intesa come una regola rigida, ma come una cornice simbolica, cioè significa non lasciare che il conflitto sedimenti e si trasformi in distanza emotiva, quello che blocca davvero la ricomposizione non è il litigio in sé, ma l’attivazione emotiva. Quando discutiamo, infatti, il nostro sistema nervoso entra in modalità difensiva: orgoglio, bisogno di avere ragione, paura di perdere potere o di non essere compresi», precisa la sessuologa e psicoterapeuta Eleonora Sellitto.
Superare la rigidità, anche con i gesti
«Spesso dietro la rigidità c’è una vulnerabilità non espressa. Ammettere un errore implica esporsi, e per molte persone esporsi equivale a sentirsi deboli. In realtà, nelle relazioni mature, è l’opposto: la riparazione è un atto di forza emotiva – spiega l’esperta – Per questo anche la comunicazione non verbale è un mezzo potentissimo nei momenti di tensione Anche la vicinanza fisica contribuisce». Se la mente è la chiave per aprire a un nuovo dialogo dopo un litigio, anche i gesti del corpo possono aiutare: per esempio, spesso può essere sufficiente uno sguardo per comunicare una distensione, oppure una carezza.
I gesti che avvicinano
In concreto, «Uno sguardo più morbido, un tono di voce che si abbassa, una postura meno rigida, una carezza sul braccio: sono segnali di disarmo. Il corpo può anticipare le parole e dire “non sono tuo nemico”», consiglia ancora Sellitto, che aggiunge: «Il contatto fisico, quindi, se la relazione è sicura, può aiutare a ridurre l’attivazione fisiologica e favorire una distensione. Anche sedersi vicini, orientare il corpo verso l’altro, sospirare profondamente insieme: sono micro-gesti che riattivano la connessione».
Chi fa il primo passo?
Rimane comunque difficile compiere il primo passo. A chi tocca? «Nelle relazioni sane non esiste “a chi tocca”. Non è una questione di colpa, ma di responsabilità relazionale. Fare il primo passo non significa ammettere di avere torto, ma scegliere la relazione invece dell’orgoglio. Vale la pena agire per primi quando l’obiettivo è capirsi, non vincere. Essere nel “giusto” non sempre protegge il legame. A volte dire: “Possiamo riparlarne con calma?” è un atto di maturità emotiva, anche se si resta convinti delle proprie ragioni», sottolinea l’esperta.
Una regola valida anche al lavoro
La regola dei 30 minuti, comunque, può essere estesa e applicata anche ad altri ambiti, come quello lavorativo o delle relazioni interpersonali in genere: «Il principio in sé sì, è la tempistica che va adattata. Nel lavoro o nelle relazioni interpersonali in generale è utile non lasciare che i conflitti si cronicizzino. Prima si interviene per chiarire, minore sarà il carico emotivo accumulato. Naturalmente il contesto cambia – chiarisce, però, Sellitto – Sul lavoro serve maggiore regolazione e formalità, ma il meccanismo è lo stesso. Più si rimanda il confronto, più la mente costruisce narrazioni che irrigidiscono le posizioni. In conclusione, la vera regola non è “30 minuti”, ma: non lasciare che il silenzio diventi distanza».