Non mangiano alcuni alimenti, ma non sono definibili come ortoressici, né anoressici. Eppure la loro condizione rientra nella categoria dei disturbi del comportamento alimentare, tanto da essere riconosciuta anche dal manuale internazionale Dsm-5, considerato il punto di riferimento mondiale nel campo della psichiatria. Sono coloro che soffrono di Arfid, Disturbo Evitante/Restrittivo dell’Assunzione di Cibo (in inglese Avoidant restrictive food intake disorder): sono selettivi a tavola, ma non schizzinosi. Se ne parla poco, ma occorrerebbe saperne di più, per poter intervenire per tempo.

Cos’è l’Arfid

Scartare alcuni alimenti è tipico dei bambini, ma col passare degli anni in genere il menù – persino quello dei più “selettivi” – si amplia. Questo non accade, invece, con chi soffre di Arfid. Si tratta di una condizione complessa, che può avere radici profonde con risvolti psicologici. Non è collegata al desiderio di perdere peso o voler raggiungere un certo tipo di modello estetico: a volte può avere a che fare, invece, con paure o traumi, e può interessare bambini, adolescenti, ma in alcuni casi anche con gli adulti.

Quando si evita quasi tutto il cibo

«Gli psichiatri americani, che aggiornano periodicamente il DMS, descrivono questa condizione come un disturbo evitante e restrittivo dell’assunzione del cibo. È caratterizzata da una apparente mancanza di interesse verso di esso, con una progressiva restrizione nell’assunzione degli alimenti, che possono persino ridursi a soli 2 o 3», spiega Maria Gabriella Gentile, primario emerito del Centro dei disturbi alimentari dell’ospedale Niguarda e attualmente referente del Centro diagnostico italiano per i disturbi del comportamento alimentare.

Le conseguenze per la salute

«Tempo fa mi è capitato di seguire una ragazzina che era arrivata a mangiare solo 2 o 3 tipi di alimenti, con conseguenze molto importanti sul suo stato di salute. Fatta eccezione che per i neonati che assumono solo il latte materno, infatti, per tutti gli altri individui è importante l’assunzione di nutrienti differenti tra loro e bilanciati. In caso contrario si può andare incontro a un’alterazione dello stato di nutrizione, alla mancanza di una crescita di adeguata nel caso di bambini e preadolescenti, a una perdita di peso anche importante e dunque a complicanze più o meno marcate a seconda della situazione», spiega Gentile.

Il rischio di isolamento sociale

«Naturalmente ci sono anche conseguenze sociali: questa selettività porta a non uscire con i coetanei, escludendo dunque anche il confronto con gli altri perché, oltre a ridurre la gamma di alimenti da mangiare, porta a ritualità sempre più complicate – sottolinea l’esperta – Un altro caso che mi è capitato riguardava invece un ragazzo del sud che, dopo essere stato svezzato molto tardi dal biberon (a 6 anni), si era trasferito al nord per studiare. Aveva, però, ridotto progressivamente i cibi fino a mangiare solo patatine fritte, portandosi con sé la friggitrice per poterle preparare». Questo ovviamente fa capire che tipo di effetti può portare una condizione simile, alla quale possono concorrere più fattori.

Un nuovo studio sulle cause dell’Arfid

«La prevalenza di questa patologia va dall’1 al 5 per cento della popolazione ed è diffusa almeno quanto l’autismo e il disturbo di deficit/iperattività (Adhd)», ha spiegato Lisa Dinkler del Karolinska Institutet in Svezia, che ha condotto uno studio su 34mila gemelli nati tra il 1992 e il 2001 per indagare una eventuale familiarità del disturbo. Indagando su coppie di fratelli (nati dallo stesso uovo oppure da uova diverse fecondate insieme), il team di ricercatori ha cercato di capire quale fosse il peso dell’ambiente, delle esperienze di vita e quanto invece contasse la genetica.

L’Arfid si eredita?

Secondo lo studio, pubblicato sulla rivista Jama Psychiatry, il disturbo evitante/selettivo potrebbe avere una percentuale di ereditarietà pari al 79%. Non solo: sarebbe anche più diffuso tra i maschi. In realtà gli stessi ricercatori svedesi hanno sottolineato come occorrano ulteriori indagini per confermare queste indicazioni: «Si è trattato di un lavoro retrospettivo, mentre per una corretta diagnosi è importante il colloquio clinico. È difficile affermare che ci sia una prevalenza di un genere su un altro, così una eventuale componente genetica», chiarisce Gentile.

Ne possono soffrire anche gli adulti

«Ciò che è certo è che in prevalenza insorge nei bambini, in una fascia di età molto precoce, ma non è escluso che possa manifestarsi anche in età adulta. La componente ambientale e familiare può avere una certa rilevanza e occorre fare attenzione anche alla eventuale sovrapposizione con altri disturbi del comportamento alimentare, come l’anoressia. A differenza di quest’ultima, non si è in presenza di una visione distorta del proprio corpo, ma il confine tra le due condizioni può essere molto sottile. Lo stesso vale per l’ortoressia, anche se questa è meno diffusa», sottolinea la dottoressa.

Come e chi diagnostica l’Arfid

La diagnosi può avvenire tramite l’analisi da parte di un esperto, ma i primi campanelli d’allarme non dovrebbero essere sottovalutati soprattutto dai familiari: «Non si tratta di essere schizzinosi, quindi occorre prestare attenzione non tanto alla selezione di alcuni cibi, quanto al contesto generale. I primi ad accorgersi che c’è qualcosa di anomalo dovrebbero essere i genitori, poi il pediatra di famiglia, specie se si è in presenza di una perdita di peso importante o un percorso di crescita non adeguato – spiega Gentile – Nel caso, ci si dovrebbe poi rivolgere allo specialista».

Come si interviene

Un elemento importante è la progressiva restrizione degli alimenti che il giovane o l’adulto introduce: «Se non si mangia a sufficienza, il peso è basso, la crescita si blocca e la restrizione è sempre pesante, bisogna intervenire. La diagnosi non è semplicissima e spesso neppure netta, ma è sempre importante avvalersi di una terapia di tipo psicologico, affiancata da un intervento medico-nutrizionale personalizzato, coinvolgendo la famiglia, in modo da tornare alla normalità alimentare e relazionale», esorta la specialista.

Quanto è diffuso il disturbo

Lo studio svedese ipotizza, come accennato, una base genetica molto più elevata nell’Arfid rispetto ad altri disturbi dell’alimentazione come l’anoressia (48-74%), la bulimia (55-61%), il binge eating, ossia le cosiddette abbuffate sporadiche (39-57%). I livelli di ereditarietà del disturbo evitante/selettivo, dunque, potrebbero essere paragonabile più a quelli dell’autismo, della schizofrenia e dell’Adhd.

Dall’Arfid si può guarire

«Essendo l’Arfid un disturbo relativamente “giovane” (individuato nel 2013), ha al momento dei confini diagnostici ancora incerti: condivide, infatti, sintomi comuni a patologie molto diverse tra loro, come i disturbi alimentari, i disturbi d’ansia e i disturbi dello spettro autistico», ha spiegato Dinkler. «Io, però, non punterei all’eventuale correlazione genetica, su cui non esistono dati certi nella letteratura scientifica internazionale. Inoltre si potrebbe pensare che non ci sia nulla da fare: dall’Arfid, invece, si può uscire con un percorso adeguato e personalizzato», conclude l’esperta.