Il freddo mantiene giovani e, soprattutto, potrebbe contribuire ad allungare la vita. La scoperta, che non ha nulla a che vedere con la crioterapia, chiama in causa i muscoli. Secondo uno studio, infatti, le basse temperature favoriscono la produzione di un enzima, che a sua volta stimola la produzione di nuovi tessuti nei muscoli.
Ma basta a stabilire un nesso? Per verificarlo sono state anche analizzate le popolazioni che vivono in Siberia e in altri luoghi freddi, proprio mentre gli scienziati sono preoccupati per il riscaldamento globale e siamo reduci da un’estate di caldo record.
Freddo e longevità: come sfruttarne i benefici
Come dimenticare le temperature roventi della scorsa estate? Proprio mentre la colonnina di mercurio si sta abbassando, a ridosso di novembre, ecco che arriva uno studio che mostra come il freddo può avere un’azione anti-age. Non che si tratti di una novità assoluta, perché la crioterapia parte proprio da questo presupposto. Quello che risulta interessante, invece, è il fatto di aver scoperto l’azione di un enzima, che coinvolge anche i muscoli, che potrebbe aiutare a sfruttare i benefici nel freddo, pur senza doversi esporre a temperature troppo rigide, né senza doversi immergere in acque gelide o sottoporsi a docce scozzesi da brivido.
Cosa è stato scoperto
La ricerca è stata guidata da David Vilchez, ricercatore del centro CECAD dell’Università di Colonia, in Germania: secondo quanto pubblicato sulla rivista Nature, il gruppo di studiosi coordinato da Vilchez ha individuato la chiave per sfruttare i benefici del freddo, agendo a livello muscolare. Si tratta della diidrobiopterina, o BH2, che si trova nei muscoli, ma che può raggiungere anche altri tessuti, come l’intestino e i neuroni. Il ruolo è centrale perché permette di innescare un meccanismo di protezione anti-age, chiamato proteostasi: consiste nella capacità delle cellule di mantenere le proteine funzionanti, garantendone il ricambio, la qualità e il reimpiego.
Cosa c’entrano i muscoli
La chiave della ricerca sta nella scoperta di un processo innescato dal freddo: analizzando un modello animale, nello specifico il verme Caenorhabditis elegans, si è visto che le basse temperature aumentano l’attività di un enzima chiamato CAT-4, che stimola la produzione di BH2 nei muscoli, che a sua volta può raggiungere altri tessuti. Durante i test, inoltre, è stata somministrata BH2 per ottenere la tirosina, un amminoacido precursore di molti ormoni, ottenendo alcuni effetti protettivi associati al freddo, pur mantenendo i vermi a temperature normali o più elevate. In tutti i casi si sono visti processi analoghi a quelli frutto dell’esposizione al freddo.
I benefici del freddo, pur stando al caldo
Come spiegato dai ricercatori, dunque, l’aver incrementato la produzione di BH2 nei muscoli dei vermi, dunque, è stato sufficiente a osservare un aumento della durata della loro vita, lasciando intravedere la possibilità di ottenere un effetto analogo anche nell’uomo. Se così fosse, si potrebbe sperare che anche negli umani quindi, si possa lavorare per ridurre la perdita di funzionalità dei neuroni, tipica dell’invecchiamento, aumentando la sintesi di Bh2 nei muscoli. Un altro beneficio sarebbe un mantenimento migliore delle proteine, anch’esse destinate a diminuire negli anni.
I risultati sperimentali sull’uomo
Un ulteriore test condotto dai ricercatori ha interessato alcune cellule umane. In questo caso l’aggiunta di BH2 o di tirosina ha ridotto l’aggregazione di proteine con alterazioni, associate alla malattia di Huntington e alla sclerosi laterale amiotrofica. Va precisato, però, che l’osservazione si è limitata agli aggregati di proteine nelle cellule, senza arrivare a conclusioni su possibili effetti sul decorso delle malattie o sull’aspettativa di vita degli individui in carne e ossa. È ancora presto, dunque, per poter concludere che sia sufficiente assumere BH2 o tirosina, oppure esporsi al freddo, prevenire o trattare queste o altre patologie.
Cosa si sa dei benefici del freddo
«In effetti l’esposizione controllata al freddo attiva meccanismi biologici legati alla longevità. Però non ci sono prove dirette sull’allungamento della vita negli esseri umani, solo sull’aspettativa di vita su piccoli animali, come topi, verme e mosche. C’è da dire che, comunque, tutte le cosiddette Blue Zones, cioè le aree dove sono concentrati i centenari, non si trovano in zone climatiche fredde, ma a clima caldo o medio-temperato: basti pensare alla nostra Sardegna (in particolare Ogliastra, Barbagia e Arzachena) alla Costa Rica e alla Grecia», spiega Francesco Balducci, medico specializzato in anti-age e autore del libro Medicina della Longevità.
Sì all’esposizione controllata al freddo
«Vero è – aggiunge l’esperto – che l’esposizione controllata al freddo innesca meccanismi ormetici, cioè uno stress positivo che attiva i geni della longevità, ma soprattutto l’attività mitocondriale, la cosiddetta “mito-condrio-biogenesi”. Per esempio, il freddo facilita la trasformazione del grasso bianco in bruno, migliorando la sensibilità all’insulina e la gestione della glicemia. Riduce anche l’infiammazione e stimola l’autofagia, cioè l’eliminazione delle cellule “vecchie”, più precisamente dei mitocondri più datati. Quindi ottimizza la loro funzione di quelli che sono i centri energetici cellulari. Infine, ha un’azione positivo sul sistema cardio-vascolare e immunitario».
Chi vive al freddo, vive anche di più?
Riguardo alle zone fredde e all’aspettativa di vita, anche la scienza non dimostra un nesso. Un’indagine condotta a Jakutsk, nella Siberia orientale, ha rivelato che la mortalità non aumentava, nonostante temperature esterne fino a -48°C. Per i ricercatori, però, tra i fattori da tenere in considerazione c’erano anche protezioni efficaci, come abbigliamento termico, riscaldamento degli ambienti interni e tempi di permanenza al chiuso elevati, proprio in concomitanza con i picchi di freddo. Ad entrare in gioco, dunque, non sono solo parametri biologici, ma anche elementi esterni come le condizioni abitative o la possibilità di accesso alle cure, l’alimentazione, ecc.
Dalla crioterapia alle docce fredde: cosa fa bene
Eppure da tempo esistono “terapie” basate sui benefici del freddo, come la crioterapia (cioè l’esposizione controllata a basse temperature per ridurre le infiammazioni e accelerare la rigenerazione cellulare) o le docce fredde e i bagni nel ghiaccio. Una revisione pubblicata su PLOS ONE ha analizzato gli effetti su livelli di stress, qualità del sonno, infiammazione e benessere, confermando alcuni benefici, ma osservando anche risultati molto dipendenti dal momento della misurazione, oltre a qualche limite nella quantità e nella qualità delle prove. Insomma, nessuna prova univoca di un oggettivo vantaggio.
Cosa aiuta davvero e perché
«Il modo più semplice ed efficace per sfruttare i benefici del freddo è tramite docce (o il bagno), iniziando con acqua tiepido-calda e poi concludendo con 1 minuto di acqua completamente fredda, dirigendola prima su mani e piedi, poi progressivamente sulla schiena – suggerisce Balducci – Si può man mano estendere questo tempo fino a raggiungere i 2/3 minuti consecutivi. Possono giovare anche immersioni in acqua fredda (ma sono per esperti), per esempio in un fiume o in un torrente, per 2/3 minuti o massimo 5, per evitare rischi: è molto importante, comunque, il controllo del respiro, per superare lo shock termico iniziale».
Cosa fare nella routine quotidiana
Le buone pratiche, però, iniziano fin da casa e dal controllo della temperatura dei locali interni: «In casa si dovrebbe restare intorno ai 18/19 gradi, anche di notte, per stimolare la produzione di melatonina. Sempre pensando alla quotidianità, suggerirei di fare attività fisica e sportiva all’aperto con un abbigliamento non eccessivamente coprente, per beneficiare sia del movimento che del freddo che, insieme, danno uno stimolo ai meccanismi ai quali accennavamo prima. Esistono, è vero, anche centri di crioterapia, ma non credo sia necessario ricorrervi se si seguono delle buone pratiche quotidiane».