«Di vergogna si può anche morire». Spesso, nel corso della nostra chiacchierata, la voce chiara di Daria Colombo s’inabissa dentro un dolore insondabile, per poi riprendere tenacemente la sua traiettoria. Giornalista, scrittrice, art director, attivista, Colombo è da 45 anni anche moglie di Roberto Vecchioni, docente amatissimo, immenso cantautore. Ma qui i ruoli pubblici stanno sullo sfondo. In primo piano ci sono una madre e un padre che rievocano sedici anni vissuti accanto alla malattia mentale del figlio Arrigo, fino alla fine più crudele.
Parlare di malattia mentale è un gesto di cura
E prima del lutto, il calvario: il senso d’impotenza dentro un sistema che troppo spesso si mostra incapace di intervenire per tempo e di farsi carico della sofferenza dei pazienti. «Dopo il suicidio di Arrigo» confessa Colombo «sono riemersa grazie a un gruppo di auto mutuo aiuto». Da quella comunanza, spiega, è arrivata un’idea semplice e testarda: «Usare la nostra visibilità per aprire varchi, agganciare chi soffre a una rete di realtà già esperte e, soprattutto, scardinare lo stigma che avvolge la malattia mentale attraverso la cultura, perché anche parlarne può diventare un gesto di cura».
Nasce la Fondazione Vecchioni, per combattere la vergogna
Nasce così la Fondazione Vecchioni: nel primo cantiere sono previsti eventi di sensibilizzazione, a partire da un concerto con Radio Italia in Piazza Duomo, a maggio: un palco per dire davanti a una moltitudine ciò che spesso si sussurra con pudore tra pochi.
Perché avete deciso di esporvi pubblicamente?
«È cruciale che il dibattito sulla salute mentale si allarghi, emancipandosi dai pregiudizi. Lo dico con consapevolezza: troppo spesso, quando viene diagnosticata una malattia mentale, le famiglie si chiudono, provano vergogna, i malati stessi si nascondono. Ma se non se ne parla, se i ragazzi non imparano a prendere coscienza e a chiedere aiuto, si crea un corto circuito insanabile».
Parla di un sentimento di vergogna intorno al disagio mentale, come lo riconosce?
«Basta che io racconti la mia storia e chiunque – davvero chiunque – mi confessa che anche nella sua famiglia c’è un caso simile. Dal negozio di fronte all’attrice famosa. Ciò significa che è un fenomeno diffusissimo, eppure non si dice. La vergogna è una cortina che isola».

Da qui nasce l’idea della Fondazione?
«Non è stata tanto la perdita di Arrigo – che considero un fatto privato – ma l’esperienza di attraversare la sua sofferenza per anni a fronte di un’offerta sanitaria insufficiente. Realizzare che nel nostro Paese la malattia mentale è considerata la Cenerentola delle patologie, prima di tutto dal punto di vista culturale. Così, al di là del dolore personale, un giorno io e il papà di Arrigo, Roberto, e la sorella maggiore, mia cugina e un gruppo di amici abbiamo deciso di fare la nostra parte».
L’importanza del supporto alle famiglie e ai malati
In che modo?
«Prima di tutto utilizzando la cultura, organizzando eventi che richiamino l’attenzione».
Il sostegno, concretamente, come lo immagina?
«Come Fondazione, ci siamo messi in rete con altre associazioni e fondazioni che si occupano di supporto alle famiglie. Siamo appena nati, non abbiamo la maturità e l’esperienza che possono avere, per esempio, associazioni come iSemprevivi o Progetto Itaca, coi quali ci siamo orgogliosamente partenariati per poter affidare alle loro cure chi, grazie alla nostra visibilità, si rivolge a noi in cerca di aiuto».
In famiglia quando avete capito che anche voi avevate bisogno di aiuto?
«È stato molto difficile. Dopo la maturità, Arrigo aveva mostrato manifestazioni che potevano essere confuse con atteggiamenti adolescenziali. Io stessa ero stata una ragazza ribelle, irrequieta: Arrigo mi assomigliava molto e credevo rispecchiasse quei comportamenti. Non so ancora se fossero esordi della malattia o altro. Poi è arrivato un momento in cui è stato evidente che quei sintomi non fossero più riconducibili a uno stato di “normalità”. Ricordo perfettamente quando, dopo un primo ricovero, rincorsi un medico nell’atrio di un ospedale e gli chiesi: “Mio figlio potrà avere una vita normale?”. Mi rispose: “Se si cura, non vedo perché no”».
Una frase che ammette speranza, ma anche vulnerabilità.
«Esatto. Anche la disponibilità a curarsi o meno fa parte della malattia. Mio figlio era bipolare, significa che spesso sentirsi bene vuol dire smettere di curarsi. E tutto è reso più arduo dal fatto che i genitori non vengono coinvolti nel progetto terapeutico, specie quando i ragazzi sono maggiorenni, la famiglia è completamente esclusa. Nei Paesi anglosassoni, per esempio, c’è sempre uno psicologo a sostegno dei genitori. Noi invece ci siamo sentiti abbandonati».

Di fronte alla malattia mentale il buon senso non basta
Che cosa è successo?
«Abbiamo fatto di tutto: ci siamo rivolti ripetutamente alla struttura pubblica e a quella privata, abbiamo provato ciò che a noi sembrava giusto, via via che la malattia prendeva forma, col nostro buon senso. Ma il buon senso dei genitori non basta: devono essere guidati da professionisti».
Un altro peso ricade spesso sui genitori: il senso di colpa.
«Vorrei dire loro di non pensarci. Uno psichiatra un giorno m’ha chiesto: “Si sentirebbe in colpa se suo figlio fosse morto di tumore?”. Si tende a colpevolizzare genitori e malati. C’è sempre un contorno psicologico, una fragilità di contesto, ma ricordiamoci che le malattie mentali – lo dice la parola – sono malattie e vanno curate: con la psicoterapia, certo: ma ci vuole anche la farmacologia, non si può farne a meno».
Convivere con il dolore e dissipare la solitudine
Dopo la morte di Arrigo, com’è riemersa?
«Sono stata due anni fuori dalla vita. Mi ha aiutato frequentare l’AMA, il gruppo di auto mutuo aiuto: ritrovavo madri, padri, famiglie che come me avevano perso dei figli. Nel confrontarmi con loro, gli unici che sentivano in modo esatto la mia stessa sofferenza, scalino dopo scalino, ho potuto riaffacciarmi al mondo, per gli altri miei figli, soprattutto per mio marito. Il dolore della perdita, quello invece non lo superi mai: impari a vivergli accanto. Condividendo la tua esperienza con gli altri. Uno degli obiettivi della Fondazione è proprio questo: aiutare a dissipare almeno un po’ di quella solitudine».
La malattia mentale è un’emergenza sociale
I dati ci restituiscono il quadro di un’emergenza. «Lo conferma l’Istituto Superiore di Sanità» precisa Daria Colombo. «La seconda causa di morte tra i ragazzi tra i quindici e i ventiquattro anni oggi è il suicidio, subito dopo gli incidenti stradali. Numeri che fanno accapponare la pelle». Nell’Unione Europea, documentano gli esperti del Comitato scientifico di Fondazione Vecchioni «più di 11 milioni di persone soffrono di disturbi mentali e il 13% sono giovani, bambine e bambini.
Già prima del 2021 si registrava un incremento di minori con disturbi neuropsichiatrici: ansia, depressione, disturbi dell’umore, comportamenti autolesivi, disturbi del comportamento alimentare e del sonno, abuso di alcol e sostanze e ritiro sociale».
Dopo il Covid si rileva anche un incremento dell’intento suicidario del 147%, con un picco del 15,25% dei disturbi neuropsichiatrici in Lombardia, «fragilità legate alla rarefazione dei legami sociali, all’incremento dell’uso dei social e a stili di vita scorretti, vero e proprio allarme sociale. È necessario aumentare i presidi territoriali, che sono assolutamente insufficienti. C’è bisogno di interventi psicoterapeutici puntuali, di un numero maggiore di strutture che sappiano come accogliere le persone che vivono il disagio».