L’ospedale psichiatrico Paolo Pini è chiuso ormai dal 2000, ma Patrizia Frongia ricorda benissimo quando a inizio carriera quel paziente aspettava le lavoratrici al timbro del cartellino. E ogni tanto volavano schiaffi. «Noi donne ci facevamo scortare dai colleghi, o da qualche paziente più robusto» ricorda sorridendo la psicologa e psicoterapeuta, oggi consulente in una Comunità riabilitativa ad alta assistenza dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. Che aggiunge: «Nei servizi psichiatrici le violenze, spesso verbali, a volte fisiche, sono frequentissime». Già, quasi facessero parte del mestiere. È tra queste corsie che avviene il 34% delle aggressioni segnalate dal personale sanitario, circa 18mila nel 2024.

Un operatore su due si sente in pericolo

Un’indagine nazionale della Società Italiana di Psichiatria rivela che il 49% degli operatori della salute mentale ha subito almeno un episodio di violenza fisica nei due anni precedenti. Il 74% riferisce minacce verbali negli ultimi tre mesi, spesso reiterate. Più della metà, il 57%, sente che la propria incolumità è a rischio e solo il 7% si ritiene tutelato dal punto di vista della sicurezza.

La maggioranza resta però sotto traccia, come nascosti restano gli altri abusi e le sofferenze che gravano sugli operatori. Per dirla con Gianvito Elicio, psichiatra all’Asst Santi Paolo e Carlo di Milano, la violenza che colpisce chi lavora nella salute mentale ha tante facce. «C’è quella verbale di chi minaccia denunce se la visita di controllo va troppo in là, o se per via dei farmaci che diamo a suo figlio non gli rinnoveranno la patente. E poi c’è quella che ci infliggiamo noi, che a ogni episodio ci colpevolizziamo, quando pensiamo che non siamo stati “abbastanza bravi”. Ma facciamo i conti anche con la violenza che non si vede, legata all’assenza di rispetto o a un sistema che sembra sia stato via via abbandonato a colpi di mancati finanziamenti e ci fa perdere un pezzetto di fiducia alla volta, facendoci sentire sempre più soli» dice.

Dalle violenze verbali alle minacce fisiche

Le situazioni a rischio sono all’ordine del giorno, e Patrizia Frongia non riuscirà mai a dimenticare la prima vissuta a inizio carriera, quella che ti rimane dentro per anni come un trauma sotterraneo, una sirena d’allarme che ti sveglia anche la notte. «Un paziente minacciò di buttarmi dalla finestra. Per tanto tempo non sono riuscita a togliermi di dosso la sensazione di paura, ne sono uscita con l’aiuto dei colleghi. Successe durante una seduta di terapia familiare. Dissi qualcosa, non ricordo cosa. E questo omone si alzò, cominciò a urlare minacciandomi, mentre i familiari mi avvertivano di non fiatare, perché l’avrebbe fatto davvero. Trovai il modo di uscire 15 minuti per tranquillizzarmi e tornai».

Dovevo chiudere la seduta in modo che ne uscisse tranquillo, è il dovere di ogni professionista, ci riuscii. Ma non chiesi il ricovero, se lo avessi fatto mi sarebbe venuto a cercare.

«L’ho rincontrato, stava meglio, ma non ho più seguito quel paziente. Se lo temi devi avere il coraggio di fare un passo indietro per il bene di tutti», aggiunge.

Psichiatri e personale sanitario: prigionieri del senso di colpa

Un’aggressione mette paura, ma ansia e angoscia non sono i soli pesi che ci si porta dietro dopo. Da combattere c’è anche il senso di colpa e di inadeguatezza. Quel qualcosa dentro di te che ti bisbiglia che la responsabilità alla fine è anche un po’ tua, perché hai detto qualcosa di sbagliato, trascurato un dettaglio.

«Te lo dici tutte le volte: ho toccato quel punto critico, ho sbagliato. Lavoriamo con pazienti fragilissimi, stare attenti alla comunicazione è la parte più complessa, devi ragionare su due binari. Ma nessuno ti forma su questo, o su cosa fare dopo un’aggressione, e anche il tempo per confrontarsi con i colleghi è sempre meno. Con gli anni impari, ma è qualcosa che dovrebbero insegnarti subito. Così come dovrebbero aiutarti concretamente a gestire l’incontro quotidiano con una sofferenza che in qualche modo diventa tua e che tu assorbi», conclude la psicologa.

Sono gli effetti collaterali del mestiere. E un altro di questi è lo stare in una relazione sbilanciata, dove da un lato c’è la persona che soffre, chiede ascolto, protezione, contenimento, e dall’altro c’è il professionista, chiamato a essere stabile, presente, affidabile, anche quando l’altro è arrabbiato, confuso, ostile.

Gli psichiatri vengono abbandonati con i pazienti

Tra servizio territoriale e Pronto soccorso, Elicio situazioni limite ne vive quotidianamente: «La maggior parte cominciano con una telefonata dal triage del Pronto soccorso, con l’addetto che ti dice “c’è uno psichiatrico, è tuo”, a volte senza nemmeno spiegare il perché, non c’è tempo. Così, mi sono anche ritrovato alle tre di notte in una stanza con un ragazzo sulla trentina completamente fuori di sé. Era arrivato scortato dalle forze dell’ordine, aveva minacciato di gettarsi dai Navigli. In queste situazioni, se il paziente non è in stato di fermo, lo affidano a te e vanno via. Dicono “è tuo”, e tocca a te gestire gli imprevisti».

«Dovresti avere un infermiere al tuo fianco, ma i sanitari sono pochi, non è raro che siano impegnati in un codice giallo o rosso. Così, quella volta ho impiegato più di mezz’ora solo per calmare una persona allucinata, verosimilmente intossicata da alcol e sostanze e, quindi, imprevedibile. La paura in questi casi è compagna di lavoro. Ma tu, psichiatra in quella stanza, da solo, non sei chiamato solo a curare un paziente. Sei costretto a tenere insieme la sua fragilità e la responsabilità di proteggere chiunque possa incrociare il suo caos. È una relazione asimmetrica che richiede una capacità di tenuta. Il paradosso, in tutto questo è che siamo formati per riconoscere la sofferenza di altri, ma non autorizzati a curare la nostra» spiega lo psichiatra.

Non c’è psicoterapia per i sanitari in crisi

Curare le ferite degli altri, ma non avere chi curi le proprie. I professionisti che seguono la psicoterapia lo fanno con le risorse personali. Il tempo e la possibilità di confrontarsi con i colleghi per studiare insieme i casi, aiutarsi, in luoghi come i centri psico sociali dove, dice lo psichiatra, ogni medico arriva a gestire oltre 4-500 casi all’anno, non c’è.

«Al San Carlo, a Milano, organizziamo ogni anno eventi formativi di intervisione tra pari, parliamo e portiamo i casi che ci hanno colpito di più dal punto di vista emotivo e cerchiamo un sostegno dagli altri. È importantissimo, ma dovrebbero esserci più iniziative di questo tipo». Dietro l’angolo ci sono il burnout, la stanchezza, lo stress cronico che diventa per gli operatori malessere vero e proprio, ma non viene dichiarato: «Il 65% dei casi resta sotto traccia. In Italia questo stato non è riconosciuto come malattia professionale, esiste più genericamente lo stress da lavoro correlato» spiega Pierino Di Silverio, segretario dell’Anaao Assomed, il sindacato dei dirigenti medici.

Contro le violenze, il governo ha varato nel 2024 un decreto diventato poi la legge 171/2024 che istituisce un reato specifico per chi aggredisce sanitari, l’arresto in flagranza di reato, anche differita, e pene severe – fino a 16 anni di reclusione per le lesioni gravissime e multe salate per i danni. Ma come i medici sanno bene la soluzione va ricercata alla radice. «Dove? Nel contesto caotico di certi ambienti, come la psichiatria, in cui vedi pazienti e familiari in attesa assiepati in corridoi dove nessuno viene a chiedere come stanno, o a portare loro una bottiglietta d’acqua. La violenza che investe il sistema è soprattutto il sintomo di una macchina che non funziona più.

Chi viene aggredito verbalmente non denuncia

Chi aggredisce non è solo una persona che è andata fuori dai ranghi, è qualcuno alla ricerca disperata di una risposta che non riesce ad avere nei termini che avrebbe voluto» riflette il dottor Di Silverio. E la pensa così anche Guido Di Sciascio, presidente della Società italiana di psichiatria, che definisce le aggressioni «il risultato di scelte organizzative e politiche che vanno corrette. La carenza cronica di personale è uno dei principali fattori di rischio, ma serve un lavoro a 360 gradi, che definisca protocolli integrati con le forze dell’ordine per la prevenzione e la gestione delle urgenze, garantisca tutela legale, assicurativa e organizzativa. In psichiatria la maggior parte delle aggressioni sono verbali. I più non denunciano, non si sentono tutelati, ma questa impotenza scava in noi medici ferite troppo profonde».