«Il videogioco per me non è mai stato solo intrattenimento: era ed è uno spazio in cui sentire, capire, elaborare». Ilaria Gentili, 27 anni, popolare in rete come Shasam, è una graphic designer e divulgatrice videoludica, e i videogiochi l’hanno aiutata a vivere meglio.

Tendo a controllare le emozioni e a piangere poco. Ma, quando sono con il joystick in mano, nella bolla di un game mi ritrovo spesso in lacrime e provo emozioni profonde che mi fanno stare bene

Ilaria non è sola. Il report The Power of Play (“Il potere del gioco”) pubblicato nel 2025 indica che il 70% dei videogiocatori nel mondo usa i game come rimedio all’ansia e il 73% per sentirsi più felice. E oggi anche la psicologia ha deciso di fare tesoro di questo potere. A lungo liquidati come una perdita di tempo o, addirittura, demonizzati come un rischio per la salute mentale, i videogiochi sono sempre più utilizzati come strumento di benessere psicologico in percorsi psicoterapeutici strutturati.

Dal lettino al joystick: cos’è la Video Game Therapy® e come funziona

Dimenticate la gamification, in cui le dinamiche del gioco sono riprodotte in contesti come scuola e aziende, con finalità educative o motivazionali. In un percorso di Video Game Therapy® «a essere usati sono videogiochi di tipo commerciale, nell’ambito di sedute con psicologi e terapeuti». A parlarne è Elena Del Fante, psicologa digitale esperta di questo metodo ideato nel 2019 dallo psicoterapeuta Francesco Bocci. Questi due pionieri hanno appena scritto un saggio illuminante sul tema: PLAYING FUTURE I videogames per il benessere individuale e delle comunità (Eurilink University Press). «Il gioco» dice Del Fante «crea uno spazio altro, in cui si accettano nuovi ruoli, regole e possibilità. Ed è questa dimensione del “come se” ad attivare il potenziale terapeutico: il terapista può osservare la persona in maniera più autentica, vedere come affronta una sfida e reagisce alla frustrazione: se si arrabbia, se persevera, se chiede aiuto». O se va in ansia.

Il potere del flow: i videogiochi attivano logica e creatività

Il paziente può esprimersi in libertà, con meno reticenze rispetto a quelle che si esprimono parlando in terapia. «Tutto grazie alle proprietà immersive dei videogames, ma anche al cosiddetto flow, in cui i due emisferi del cervello – di logica e creatività – interagiscono in modo bilanciato». La dottoressa Del Fante sa bene di cosa parla: prima di diventare psicologa è stata una videogiocatrice, vincendo nel 2016 il titolo di Campionessa italiana di Call Of Duty, serie di game a tema bellico. «Sapere che il terapeuta è anche un giocatore aiuta a creare un rapporto di fiducia, ma non è fondamentale» dice. Il presupposto necessario, invece, è che il terapista abbia una formazione specifica in VGT® e non usi i videogames in maniera solo intuitiva: all’interno di questo approccio vengono integrate varie tecniche psicologiche, importanti nella cura, come ascolto attivo, libere associazioni, esposizione agli stimoli.

Come si svolge una seduta di Video Game Therapy®

Il ricorso alla VGT® non avviene subito. Prima c’è lavoro di anamnesi, definizione di obiettivi e strategie, ascolto, e poi, all’interno del percorso, si propone la metodologia. «In una fase della seduta la persona gioca, davanti al terapista, a un game concordato insieme; dopo, si discutono esperienze vissute e collegamenti con la vita del paziente». Questo approccio, innovativo ma già scientificamente validato, si sta diffondendo in fretta: centinaia di operatori sono formati in Italia e il metodo è presente in varie strutture. Di recente è stato anche adottato dal servizio per le Dipendenze Patologiche (SerD) della Usl Valle d’Aosta. «Le sostanze stupefacenti provocano dipendenza fisica, il videogioco no. Il problema nasce quando si instaura una relazione disfunzionale, ma in quel caso si parla di abuso» dice Del Fante.

Videogiochi per adolescenti e adulti: uno strumento terapeutico per tutte le età

Ad avvicinarsi alla VGT® sono in prevalenza adolescenti, ma anche adulti poco digitalizzati. Osserva la psicologa: «Il videogioco è uno strumento democratico e si adatta a tutti. Chi non ha mai tenuto in mano un joystick all’inizio sarà più focalizzato sull’apprendimento, ma anche questo è un training». Molte metafore potenti emergono grazie al gioco: ci sono games che affrontano il lutto, la depressione, la famiglia; altri che obbligano a prendere decisioni morali importanti. «Tutto avviene in un contesto protetto e sicuro, dove rabbia, frustrazione e senso di impotenza vengono opportunamente riconosciuti e rielaborati». E anche nei casi in cui una persona sviluppa una relazione problematica con il videogioco, questo può diventare uno strumento di osservazione per il terapista. «E, in ogni caso, se una persona è molto sensibile alla violenza non la si esporrà a contenuti di questo tipo senza consenso» sottolinea la psicologa. «Il problema non è mai il videogioco in sé. La cooperativa L’Aquilone, per esempio, lavora con ragazzi hikikomori (in condizione di isolamento e ritiro sociale completo, ndr) e ha trovato nel videogioco un linguaggio per agganciarli e farli uscire pian piano dalla stanza dove avevano rinchiuso la loro vita».

I benefici dei videogiochi per ADHD, DSA e autismo

I videogiochi svolgono un ruolo anche nel potenziamento cognitivo. «Esistono games che allenano attenzione, percezione visiva, tempi di reazione, capacità decisionali» dice Del Fante «e ora studi sul trattamento di disturbi come DSA e ADHD parlano di risultati positivi». Certo, questo è un settore in cui si stanno muovendo ancora i primi passi, ma che promette di dare soddisfazione. Un esempio per tutti, il lavoro fatto pochi anni fa da alcuni ricercatori su bambini con disturbo dello spettro autistico. Li hanno fatti giocare con Minecraft, un videogame in cui si costruiscono ed esplorano mondi. Il risultato è che questa sfida digitale ha aiutato i bimbi a interagire anche con il mondo fisico. Intanto sul tema ADHD lavorano alcuni ricercatori dell’Università di Padova: «In un soggetto con questo disturbo» spiegano «gli obiettivi chiari, i feedback immediati e il coinvolgimento emotivo dei videogiochi possono trasformare fragilità come impulsività e ricerca di stimoli in leve terapeutiche».

Videogiocare è un aiuto, non una cura miracolosa

Videogiocare, però, non deve mai diventare totalizzante e non va considerata una cura miracolosa: «La Video Game Therapy® non sostituisce altri interventi e non è in alternativa alla psicoterapia tradizionale» chiarisce la dottoressa Del Fante «così come i game sportivi non sostituiscono la palestra». È un linguaggio in più, sicuramente efficace. Per chi fatica a relazionarsi e a comunicare.

Videogiochi e bambini: cosa devono sapere i genitori

Secondo Elisa Fazzi, presidente della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, i videogiochi sono un’ottima attività, purché gestiti con criterio.
Sotto i 5 anni ne sconsiglia l’uso, perché il pensiero astratto non è ancora sviluppato.
Tra i 7 e i 10 anni possono favorire apprendimento e attenzione.
In adolescenza diventano rilevanti per lo sviluppo identitario e per agganciare la relazione con gli adulti. Possono persino favorire la socialità, offrendo uno spazio di appartenenza al gruppo.
Attenzione però ai segnali di abuso: servono tempi e modi d’uso chiari, evitandoli prima di dormire. Fondamentale che i genitori conoscano i giochi e li usino insieme ai loro figli.