Marta convive da 10 anni con un figlio hikikomori. «Io ci provo a spingere Marco a parlare di sé, specie con altri nella sua situazione, ma lui non ce la fa, dice che quei ragazzi li capisce e che, se sono infelici stando fuori, fanno bene a rintanarsi in casa. È una storia senza fine» racconta. In Italia la forma più estrema di ritiro sociale volontario – chiamata, appunto, con la parola giapponese hikikomori, che significa “stare in disparte” – coinvolge tra i 100.000 e i 200.000 ragazzi, secondo le stime dell’associazione Hikikomori Italia.

Ora la racconta VAS – Il film, al cinema dal 20 novembre. Il titolo riprende il concetto della “Visual Analogue Scale”, strumento usato in medicina per misurare il dolore: sullo schermo diventa il filo conduttore della storia d’amore e di sofferenza fra Camilla (Demetra Bellina) e Matteo (Eduardo Scarpetta), entrambi hikikomori. «Dopo essermi trasferito da Napoli a Parigi, mi sono ritrovato schiacciato dalla frenesia di questa città e facevo molta fatica a uscire. Così è nato il desiderio di approfondire il tema» racconta il regista Gianmaria Fiorillo.

Hikikomori: non ribellione ma sfiducia

«Dalla pandemia i casi continuano ad aumentare e per molti la condizione tende a cronicizzarsi» spiega lo psicologo Marco Crepaldi, presidente di Hikikomori Italia (hikikomoriitalia.it), associazione che da anni lavora per far luce su una realtà ancora poco compresa e spesso confusa con una normale crisi adolescenziale. «Solo col tempo capisci che non è una forma di ribellione» dice Marta. «Loro non vogliono fare ciò che gli va, non vogliono più fare quello che non gli va». Cioè, tutto.

A differenza dell’agorafobia, la “semplice” paura di uscire, l’hikikomori si chiude in casa per una forma di sfiducia nel genere umano. «Alcuni provano odio verso le persone e accusano i genitori di averli messi al mondo» continua Crepaldi. «In certi casi la frustrazione si trasforma in rabbia, o addirittura in violenza, con comportamenti manipolatori o vessatori». A volte può esserci un evento scatenante – un atto di bullismo, una storia d’amore finita – ma più spesso il processo è graduale e parte intorno agli 11-12 anni.

La storia di Marco

«Per Marco è iniziato in prima superiore, anche se qualche segnale si era già manifestato alle medie» aggiunge Marta. «Mio figlio è sempre stato un bastian contrario, ma quando lo abbiamo iscritto a un liceo molto competitivo di Roma non ha retto la pressione e, dopo le vacanze di Natale, ha detto che lui in classe non ci voleva più tornare. Era il 2015, io non avevo mai sentito parlare di hikikomori. Quando vedevo i ragazzi che facevano comunella davanti alla scuola, piangevo: perché loro sì e mio figlio no?».

Le cause del fenomeno Hikikomori

Le cause del fenomeno – che riguarda perlopiù i maschi (il 90% in un sondaggio condotto su 288 genitori nel 2019 da Hikikomori Italia) – sono molteplici, spiega Crepaldi. La prima è la perdita della speranza: molti giovani non credono che le cose possano migliorare, percepiscono il mondo del lavoro come minaccioso. A questo si aggiunge la difficoltà a emanciparsi. «Nel Nord Europa i numeri sono inferiori, perché i ragazzi lasciano prima la famiglia. Lo stesso accade nel Sud Italia, dove già a 18-19 anni i ragazzi vanno a studiare o lavorare in un’altra città. Infatti, il fenomeno è più radicato al Nord». La terza causa, forse la più insospettabile, è la bassa natalità. «Avere pochi figli, sempre più spesso uno solo, significa riversare su di loro aspettative altissime e stabilire un legame iperprotettivo che non fa bene». Non a caso, molti hikikomori provengono da famiglie benestanti, dove la pressione sociale aumenta creando l’ansia di non essere all’altezza. «All’inizio reagivo male» ammette Marta. «Urlavo, lo sgridavo, qualche volta lo menavo pure. Ma poi vedevo che soffriva».

La storia di Luca

Anche Chiara, 51 anni, di Torino, racconta un percorso simile: «Rimproveravo e punivo mio figlio Luca e lui si irrigidiva ancor di più. Dopo aver conosciuto l’associazione Hikikomori Italia ho cambiato atteggiamento al punto che, durante una lite furibonda, lui mi disse: “Come madre non ti voglio più, mi hai rovinato la vita” e io risposi solo: “Farò il possibile per migliorare”, salvo piangere per due giorni. Sei mesi dopo, Luca si è avvicinato e mi ha detto: “Sono contento che sei la mia mamma, perché quando ho bisogno di te tu ci sei, quando voglio stare solo mi lasci libero”».

L’importanza per la famiglia di cercare un sostegno

Per Chiara e Marta l’incontro con Hikikomori Italia è stato decisivo. «Mio figlio sapeva di non stare bene, è stato lui a mettermi in contatto con l’associazione» racconta Marta. «Un giorno ha detto: “Guarda questo video e ne capirai di più su di me”». Anche Chiara ha trovato sostegno nei gruppi di genitori: «Era il 2022, mio figlio faceva la prima superiore. Alle medie aveva cominciato ad accumulare assenze: lamentava dolori, mal di pancia, ma nessun esame aveva mai rivelato cause fisiche. Durante il lockdown era quasi stato meglio, visto che poteva rimanersene a casa, da solo, come tutti. Ma, quando la vita è ripresa, non è più voluto uscire. Io, che sono un’appassionata di Giappone, avevo sentito parlare degli hikikomori e ho capito subito di che cosa si trattasse. Tuttavia frequentare l’associazione mi ha ridato fiducia».

Tra le famiglie, spiega Marta, le situazioni sono molto variegate. «Ci sono quelle sfasciate ma anche quelle che restano solide e unite» osserva. A complicare la situazione, nel suo caso, la presenza di una figlia maggiore: «Oggi lei adora suo fratello, ma immagino che in passato lo abbia odiato, perché non riceveva la stessa attenzione». Crepaldi conferma che il lavoro con i genitori è fondamentale: la maggior parte degli interventi parte proprio da loro, attraverso gruppi di auto-aiuto e percorsi di accompagnamento. I risultati positivi sono ancora minoritari, ma in aumento: molti raccontano di figli che hanno ricominciato a parlare, a mangiare insieme, a manifestare piccoli desideri di uscire. Spesso è una passione creativa – la musica, il disegno, la scrittura – a riaccendere la scintilla. È un processo lento, ma possibile.

Marco e Luca oggi

Marco oggi ha 25 anni e vive con la madre in una casa in campagna alle porte di Roma. «Alle volte non ci incontriamo per giorni, ma ogni tanto ci abbracciamo. Certo, io devo fare sempre attenzione a soppesare ogni parola, però comincio a intravedere la luce» dice Marta.

Luca ha 18 anni e mezzo, è iscritto alle scuole serali ed è andato a vivere da solo. «Non è ancora autonomo economicamente ma vuole trovare un lavoro» racconta Chiara. «Tiene la casa pulita, non come la sua stanza quando stava male. I tempi di recupero sono lunghi, ma come genitori non possiamo né forzarlo né farci carico della sua sofferenza. Possiamo solo provare a stare meglio noi e, così facendo, togliere un peso anche a lui».

Eduardo Scarpetta e il film “VAS”

Prima di girare VAS non aveva mai sentito parlare degli hikikomori. «Se non mi avessero spiegato il significato, avrei pensato a un manga giapponese» dice l’attore Eduardo Scarpetta, nipote d’arte che negli ultimi anni si è affermato in titoli importanti come Qui rido io e L’amica geniale. «Mi ha colpito immaginare persone che non escono mai di casa. Il mio personaggio è un interprete che, a poco a poco, elimina ogni contatto umano, fino a mantenere solo interazioni virtuali di tipo erotico».

Eduardo Scarpetta in una scena del film VAS, che indaga il tema degli hikikomori
Eduardo Scarpetta è protagonista, insieme a Demetra Bellina, di “VAS -Il film”, al cinema dal 20 novembre per la regia di Gianmaria Fiorillo. È nei panni di un interprete che ha una storia d’amore con Camilla, hikikomori come lui.

Lei ha 32 anni. Si è mai chiesto che tipo di adolescenza avrebbe avuto oggi?
«Probabilmente avrei passato più tempo da solo, come questi ragazzi. Quando ero adolescente io bisognava per forza uscire per incontrare gli amici: chiamarli costava, non c’erano chat né social.
Oggi, invece, si può essere con tutti e con nessuno allo stesso tempo».

Un’illusione di connessione?
«Avere accesso a tante informazioni in tempo reale è positivo, meno lo è dare voce a chiunque e, soprattutto, sentirsi sempre in diritto di giudicare, offendere. Questo film mi interessava perché volevo indagare il modo in cui ognuno oggi può creare un avatar di sé perfetto e lontano dalla realtà».

Il mondo dei social è pieno di maschere?
«Molti curano soltanto la vetrina, e questo genera diffidenza. Ma quando i social non li hai o non li usi, si pensa che tu abbia qualcosa da nascondere. Purtroppo, il numero di follower è diventato una misura del valore: ne hai 100.000? Allora sei importante».

Lei come si comporta online?
«Uso i social solo per lavoro, mai per la vita privata. Quando qualcuno mi scrive o si avvicina, lo fa sempre con rispetto e curiosità: questo per me vale più di qualsiasi like».

Cosa le ha lasciato la storia di VAS?
«Mi ha fatto riflettere su quanto sia facile rimanere chiusi nella propria comfort zone. Nel film, come nella realtà, chi vive isolato sta bene così. E, quando provi ad aiutarlo o spronarlo, spesso si spaventa e si chiude ancora di più».