«Pronto? Mi sente?». La videochiamata con Paola Davoli va e viene: è in Egitto, nel Fayyum, una depressione nel deserto occidentale a sud-ovest del Cairo, dove scava da 25 anni. Del resto questo mestiere si fa spesso ai margini delle mappe. Sotto il mare, tra le dune, nella savana: ovunque lavorino, queste quattro archeologhe vogliono restituire una voce a ciò che è stato.

Paola Davoli: 25 anni di scavi nel Fayyum, la sua “seconda casa”

Davoli, professoressa ordinaria di Egittologia all’Università del Salento, dirige la missione archeologica di Soknopaiou Nesos nel sito di Dime es-Seba, l’antica «isola del dio Soknopaios». La sveglia suona alle 5.30: per ragioni di sicurezza la squadra dorme in un albergo sull’altra sponda del lago, e alle 8 è già sulla collina con una ventina di operai.

Paola Davoli nel Fayyum, in Egitto. Foto: Bruno Bazzani

«Scaviamo con tecnica stratigrafica: ogni strato ha un numero e raccogliamo tutti gli oggetti che si trovano in quello strato» spiega. Ceramiche, tessuti, cestini, sandali, papiri: sul campo, per via di vento e sabbia, si scheda tutto su carta, e la sera ogni dato finisce nel computer. Si riposa solo il venerdì, giorno di preghiera. La passione per l’Egitto è nata alle elementari, davanti alla foto della maschera di Tutankhamon sul sussidiario. Oggi il Fayyum è la sua «seconda casa».

Corinna Rossi: un forte romano nel deserto, senza acqua né elettricità

Ma se il Fayyum è lontano, l’Oasi di Kharga è lontanissima. Qui lavora da 25 anni Corinna Rossi, professoressa associata di Egittologia al Dipartimento ABC del Politecnico di Milano, architetta di formazione con master e dottorato a Cambridge. Con Davoli ha collaborato alla mostra Aegyptus, al Museo Nazionale Romano fino al 15 novembre. Dirige la missione archeologica di Umm al-Dabadib, un forte romano in pieno deserto. «Nessuno aveva mai lavorato lì prima»: non ci sono acqua corrente, elettricità né segnale, 45 gradi d’estate e notti sotto zero d’inverno. Per un mese sveglia alle 4.30, con una mamma volpe che al mattino aspetta i biscotti e ragni grandi come una mano.

Corinna Rossi in un antico acquedotto nel sito di Umm al-Dabadib, in Egitto. Foto: Francesco Fassi

Ma il deserto restituisce. L’anno scorso, sotto il pavimento di una casa, sono comparsi 24 vasetti di vetro sepolti dagli abitanti prima di partire, come se pensassero di tornare: «In uno si sentiva ancora il profumo di qualche unguento». Con lei scavano solo operai del posto, che così si riappropriano della memoria del luogo. Guidare la squadra, con l’ospedale più vicino a due ore di macchina, richiede autorevolezza, ascolto e sangue freddo. «Diventare madre mi ha forse rallentato la carriera, ma mi ha fatto guadagnare una prospettiva umana che si è rivelata poi fondamentale».

Enza Spinapolice: sulle tracce dei primi Homo sapiens nella savana etiope

Sotto il sole lavora anche Enza Spinapolice, ma il suo passato è molto più remoto. Professoressa associata di Archeologia del paleolitico e Archeologia evoluzionista alla Sapienza Università di Roma, dirige missioni e scavi in Italia e all’estero e ha appena raccontato l’evoluzione umana nel libro Noi prima di noi (Longanesi).

Noi prima di noi (Longanesi): un viaggio tra archeologia e biologia per capire come siamo diventati umani, con aneddoti personali dalle missioni di scavo in Africa di Enza Spinapolice.

Ogni estate è nel sud dell’Etiopia. Si scava con coltellini e bisturi, e ogni reperto più grande di 1,5 cm viene registrato con uno strumento chiamato stazione totale, per ricostruirne l’esatta posizione. «Bisogna essere un po’ portati» sorride. «Divido le persone in quelle che porterei in Africa e quelle che non porterei in Africa!». La ricompensa? Quei rari istanti in cui, in scavi di 50-100mila anni fa, si coglie il gesto di un individuo. Come a Gotera, dove ha trovato le tracce di antichi fuochi: «E ti figuri chi li accendeva».

Enza Spinapolice al Kruger Park in Sudafrica.

Barbara Davidde: l’archeologia subacquea e i mosaici restaurati sott’acqua

Barbara Davidde, invece, ha scelto il mare. Direttrice del Nucleo per gli Interventi di Archeologia Subacquea (NIAS) dell’Istituto Centrale per il Restauro (ICR) e presidente dello STAB, lo Scientific and Technical Advisory Board della Convenzione UNESCO 2001 per la protezione del patrimonio culturale subacqueo, racconta: «Tutto è cominciato da bambina, con due passioni che devo a mia madre: il mare, passavamo ore a nuotare in Liguria, e la lettura, che ha acceso in me il desiderio di conoscere il mondo antico». Sott’acqua il lavoro somiglia a quello a terra, «ma in un ambiente che detta le sue regole. Al posto di pala e piccone usiamo la sorbona, una specie di aspiratore che rimuove sabbia e sedimenti, strato dopo strato».

Barbara Davidde e Roberto Petriaggi presso il Parco Archeologico Sommerso di Baia, nel Golfo di Pozzuoli. Foto: Gabriele Gomez de Ayala

L’innovazione tecnologica passa da progetti come il MUSAS: «Il subacqueo si immerge con un tablet collegato a una rete di sensori sottomarini, la cosiddetta Internet of Underwater Things. Vede dove si trova, legge le informazioni storiche, controlla aria e temperatura dell’acqua, vede la ricostruzione 3D di com’era il sito in antichità». Nel Parco Sommerso di Baia, nei Campi Flegrei, ci sono ville e terme romane. Qui l’ICR lavora dal 2003 con il progetto “Restaurare sott’acqua”: l’idea rivoluzionaria di Roberto Petriaggi, allora direttore del NIAS, ha dimostrato che sì, restaurare in situ era possibile. «I resti rimangono nel loro contesto, il mare e il monumento si proteggono insieme, e i siti diventano visitabili da subacquei e snorkelisti» racconta Davidde. «Freddo, correnti, mare mosso e scarsa visibilità possono bloccare il lavoro anche per giorni. Il tempo sul fondo è limitato, e per ogni gesto bisogna essere molto precisi. Ma quando l’acqua è limpida e il mosaico restaurato riemerge dalla sabbia, la fatica la dimentichi».

Donne in archeologia: come si conquista la fiducia sul campo

E l’essere donne in un mondo a lungo maschile? Intanto, sul campo, sono spesso la maggioranza: la missione di Davoli, per esempio, è prevalentemente al femminile, ispettrici egiziane comprese. Davidde ricorda: «Nel 1993 sono stata la prima donna del Ministero autorizzata, con un decreto del Ministro Alberto Ronchey, a coordinare in situ il rilievo e la documentazione grafica di uno scavo subacqueo». Ed è stata anche la prima a dirigere nel 2020 la neonata Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo. Oggi dice: «Nel nostro settore, per fortuna, non siamo discriminate». Spinapolice ammette che a volte conquistare la fiducia è più difficile, quel sottinteso «vediamo questa che fa». Ma «se non ci si lascia scoraggiare, la stima cresce». Davoli, già trent’anni fa, superava le resistenze di genere con una strategia: «Dire agli uomini cosa dovevano dire agli altri uomini». Rossi, invece, ha scoperto un alleato inatteso: «Avere un po’ più di capelli bianchi aiuta, perché l’autorevolezza dell’età è molto riconosciuta in Egitto».

Come diventare archeologo: i consigli delle archeologhe ai giovani

Per i giovani che sognano questo mestiere, le archeologhe hanno preziosi consigli. «Non vi fate scoraggiare: il mondo ha ancora bisogno di noi» dice Spinapolice, invitando a capire presto se si ama più lo scavo o il laboratorio. Davoli raccomanda di scegliere con cura università e docenti: «Ci vogliono tenacia e passione. Se non si hanno queste due cose, si molla». Rossi insiste sull’esperienza sul campo e sulla specializzazione, ricordando che dopo lo scavo «gli oggetti restano lì muti se uno poi non li elabora, non li condivide, non li racconta». Davidde invita a studiare con impegno, confrontarsi presto con realtà diverse, anche all’estero, e seguire la propria passione con costanza. «È un percorso lungo e a volte faticoso, la curiosità è il motore che ti fa andare avanti».

Il lavoro di archeologo oggi in Italia: requisiti, formazione e sfide

NORMATIVA La professione è riconosciuta dalla L. 110/2014 e regolamentata dal D.M. 244/2019 del ministero della Cultura, che fissa i requisiti per l’iscrizione agli Elenchi Nazionali dei Professionisti dei Beni Culturali, articolati in 3 fasce.
PERCORSO Per la prima fascia occorrono la laurea magistrale (LM-2) e specializzazione o dottorato. Il Censimento ANA 2024 attesta un livello di formazione tra i più alti d’Italia: il 94% ha la magistrale e il 70% un titolo post-laurea.
COMPETENZE Dalla progettazione di opere allo studio del territorio, fino a tecnologie avanzate, IA e analisi dei dati. «La vera sfida sarà fare in modo che a competenze sempre più elevate corrisponda anche un adeguato riconoscimento professionale ed economico», evidenzia la Presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi Marcella Giorgio.
SFIDE DELLE DONNE Il nodo è il welfare nel privato (quasi l’80% del settore). «Una divisione paritaria della gestione familiare con i partner, e il perfezionamento di congedi e permessi, aiuterebbero a portare significativi miglioramenti nella qualità di vita delle professioniste» conclude Marcella Giorgio.