Nessun errore, siamo donne. La soglia di tolleranza nei confronti degli errori sul lavoro, nel caso di collaboratrici, dipendenti, ma anche colleghe, è molto bassa. Il problema è che spesso siamo noi per prime a non avere la minima clemenza verso noi stesse. A dirlo sono i dati di una ricerca condotta dalla London School of Economics, dai quali emerge che se una donna lavora in un team a prevalenza maschile, il disagio nell’ammettere l’errore cresce. E l’esperta conferma quella che è più di una regola non scritta.

Un conto sono le regole, un altro è la realtà

Secondo lo studio, condotto su 1.485 professionisti del settore finanziario nel Regno Unito e pubblicato sulla rivista Frontiers in Organizational Psychology, c’è una bella differenza tra le regole formali e la realtà. Quando una donna si trova a lavorare in un team a prevalenza maschile, cioè dove il 75% dei colleghi è uomo, in caso di sbaglio anche di modesta entità prova un senso di inadeguatezza maggiore rispetto a quello provato da un uomo. In una scala da 1 a 7 le lavoratrici indicano un livello di agio di 5,46 contro il 5,94 dei lavoratori. Tradotto, significano meno imbarazzo, meno insicurezza e meno paura delle ripercussioni. Lo stesso non accade quando cambia la composizione dei compagni di ufficio e dunque ci sono più donne.

Lo stigma invisibile

A influire, quindi, è soprattutto l’idea di poter essere giudicate non tanto e non solo ovviamente per il lavoro o gli errori che si possono compiere, ma in quanto donne: «Nei team composti per tre quarti o più da uomini, le donne ci hanno raccontato di sentirsi molto meno a proprio agio nell’ammettere uno sbaglio e meno fiduciose che venga visto come un’occasione di crescita» ha detto la ricercatrice Grace Lordan, che ha guidato lo studio. Lo stigma è però invisibile, perché formalmente le regole sono uguali per tutti: «Sulla carta un errore comporta le stesse conseguenze per chiunque lo commetta, ed è esattamente ciò che abbiamo riscontrato. Ma le regole formali non sono la cultura aziendale», conferma Lordan.

Domina ancora il modello maschile

«Questo stigma è il riflesso di contesti professionali – soprattutto scientifici, tecnici e digitali – in cui resiste un modello a forte trazione maschile. In questi ambienti, l’errore commesso da una donna smette di essere un semplice episodio operativo e rischia di trasformarsi, agli occhi propri e altrui, in una presunta conferma di inferiorità o inadeguatezza. L’errore non viene vissuto come un fatto isolato, ma come un peso legato al proprio genere, alimentando un senso di vulnerabilità costante. A far riflettere è il fatto che queste percezioni non sono motivate (o almeno, nella maggior parte dei casi) da reali motivi», conferma la sociologa Virginia Vandini, presidente dell’Associazione Valore del Femminile.

Basta inseguire il “super-valore” femminile

Vandini non ha dubbi sul fatto che pesi «un retaggio culturale. Le leggi e i regolamenti aziendali sono fondamentali, ma da soli non bastano se la grammatica profonda delle relazioni di genere rimane, nella sostanza, immutata. Nonostante i passi avanti, persiste un condizionamento culturale che spinge le donne a un posizionamento quasi sistematicamente subalterno, in cui sentono di dover dimostrare il doppio degli altri per essere considerate all’altezza. Dobbiamo scardinare questa necessità del “super-valore” continuo».

Le donne sentono la pressione maschile

«I team ad alta pressione e fortemente maschili rischiano di alimentare un clima di paura, perfezionismo e il mito del ‘nessun errore è consentito’», ha chiarito ancora la ricercatrice, che sottolinea un altro aspetto. Una delle conseguenze di questa sensazione di sentirsi sempre sotto osservazione è una sorta di blocco, che impedisce non solo la serenità, ma anche la crescita professionale. Come indica la ricerca, infatti, per le donne la possibilità di poter imparare dai propri errori è percepita dalle donne a un valore di 4 su 7, mentre per gli uomini sale al 4,54.

Dagli errori si può e si deve imparare

«Il comfort e l’apprendimento attingono a dimensioni informali e culturali, ed è proprio lì che tendono a manifestarsi i pregiudizi: essere percepite come meno competenti, vedersi rinfacciare un errore in modi non scritti. Le donne possono sentirsi psicologicamente più vulnerabili, anche a fronte delle stesse conseguenze formali», ha confermato la ricercatrice inglese e Vandini concorda: c’è una frase bellissima che sintetizza questo approccio: “O si vince o si impara”. Dal punto di vista pedagogico, lo sbaglio è una tappa fondamentale del processo di crescita, una fonte preziosa di consapevolezza e persino il motore di grandi scoperte scientifiche».

Il rischio di lavorare in “stanze della pressione”

«Se trasformiamo gli uffici in stanze “della pressione”, generiamo solo l’effetto opposto: l’ansia da prestazione alimenta uno stato confusionale che moltiplica gli errori. Dobbiamo invece coltivare una cultura dove, sbagliare è di fatto un’esperienza, un’opportunità di miglioramento e non una condanna», sottolinea Vandini, osservando come però spesso sono le donne ad autocensurarsi, ad essere ipergiudicanti verso se stesse. Per paura di sbagliare o non apparire all’altezza, però, finiscono con il rivedere i propri lavori molte più volte e si paralizzano.

Donne paralizzate e autocensurate

Il risultato è che possono autolimitarsi, magari non intervenendo alle riunioni per timore di dire qualcosa fuori luogo o semplicemente ritenuto poco rilevante dai colleghi (uomini). Purtroppo sulle donne «grava un’aspettativa sociale millenaria che richiede perfezione – spiega Vandini – Questo meccanismo alimenta un “giudice interiore” inflessibile, che non tollera la minima sbavatura per paura di apparire impreparata. Ma la ricerca spasmodica dell’impeccabilità è una trappola insidiosa: quando tutta la nostra energia è focalizzata sul non sbagliare, togliamo spazio alla creatività, all’attenzione e alla serenità. Bisogna imparare a scindere l’ambizione di fare bene dal bisogno incessante di essere perfette».

Come si supera l’ipercontrollo delle lavoratrici

Secondo Lordan questa empasse si può e si deve superare a partire dall’esempio del leader, che raramente ammette una propria falla o fragilità per non perdere l’immagine dell’infallibilità. «Il vero cambio di passo parte proprio da una nuova idea di leadership. Un leader che sa dire “ho sbagliato” non perde autorevolezza, ma guadagna in umanità e credibilità. Mostrare la propria vulnerabilità crea un ambiente relazionale sicuro, in cui i collaboratori non hanno paura di esprimersi, chiedere aiuto o proporre idee innovative. L’infallibilità esibita genera distanza e, alla lunga, demotivazione; l’autenticità costruisce alleanza, fiducia e, alla fine, risultati migliori per tutto il team», conclude la sociologa.