Viviamo ormai sommersi dalle notifiche, sonore e non, che hanno sostituito e in qualche caso affiancato i cari vecchi post-it. Con il risultato che diventa sempre più difficile trovare la giusta concentrazione. Come emerge da uno studio di Gloria Mark, condotto su quella che viene definita la “soglia di attenzione”, questa negli anni si è ridotta da 2,5 minuti ad appena 40 secondi. Colpa (anche) dello stress e di qualche falso mito che The Guardian ha tentato di sfatare.

Il drastico calo della soglia di attenzione

Come spiega Mark, autrice di Attention Span: A Groundbreaking Way to Restore Balance, Happiness and Productivity (“Soglia di attenzione: un modo innovativo per ripristinare l’equilibrio, la felicità e la produttività”), «i dati del nostro primo studio, condotto nel 2003, hanno rivelato che le persone dedicavano in media 2,5 minuti a un’attività prima di passare a un’altra. Il nostro studio più recente, condotto negli ultimi cinque anni, mostra che questa cifra è scesa a 40 secondi». Un calo drastico, dovuto a molti fattori.

Un continuo passare da un compito all’altro

Il parametro preso in considerazione dalla studiosa si riferisce all’attenzione focalizzata, ossia la capacità di rimanere concentrati su un compito prima di passare a un altro o ad attività diversa: per esempio, leggere le email prima di aprire una nuova scheda del browser o controllare le notifiche WhatsApp. Mark ha effettuato il monitoraggio prima seguendo un campione di dipendenti di un ufficio, poi negli ultimi anni ha impiegato anche un software di rilevamento delle attività da computer. Va precisato che una minore soglia di attenzione non coincide con una perdita perenne di capacità di concentrazione, ma riflette una condizione diffusa.

Bombardati da stimoli e notifiche digitali

D’altra parte il nostro cervello è ormai bombardato da informazioni, stimoli e notifiche: si calcola che ogni secondo arrivino circa 11 milioni di bit di informazioni. È evidente che solo una minima parte può essere oggetto di reale (e prolungata) attenzione, mentre la maggior parte viene filtrata in modo automatico e spesso inconsapevole. Anche questa operazione di selezione, però, richiede energie mentali e l’effetto finale è una sensazione di affaticamento.

Perché si perde concentrazione

I fattori che portano a una minore capacità di focalizzazione sono molteplici e sempre più diffusi: «È un fenomeno evidente in tutti gli aspetti delle nostre vite quotidiane. L’attenzione, per essere efficace, deve agganciarsi a punti di riferimento precisi: quando gli stimoli sono troppi, invece, i punti di riferimento si perdono insieme alle priorità. Per ovviare alla confusione che ne consegue si aumenta la velocità con cui processiamo le diverse informazioni, perdendo capacità di analisi e accuratezza, e consumando molte energie in un’attività che diventa sempre più inefficiente», sottolinea Stefano Nicoletti, fondatore di PlayTheNow, centro di formazione e mental coaching che mira a migliorare benessere aziendale e performance sportive.

Gli effetti negativi sulla produttività e sullo stress

Come è facile immaginare, questo continuo cambio del focus attentivo può portare non solo a maggiore stress e ad aumentare gli errori, nell’esecuzione perenne (ma discontinua) di operazioni, ma anche a un calo di produttività. I dati e l’esperienza sul campo da parte degli esperti lo confermano: «La produttività cala perché le energie si disperdono in mille rivoli diversi e non raggiungono la massa critica necessaria per svolgere bene ciascun compito. Ne conseguono frustrazione e stress», sottolinea Nicoletti.

Un fenomeno reversibile

Eppure allenarsi alla concentrazione è possibile, a partire da piccoli accorgimenti che riducono la dispersione dell’attenzione. Il primo, infatti, è proprio sfatare alcuni falsi miti come l’idea che nella società moderna si sia tutti “condannati” a una corsa continua contro il tempo, al multitasking (che ormai è stato dimostrato essere proprio un’illusione); occorre, invece, ritrovare la capacità di rallentare, di ritagliarsi il giusto riposo, di sospendere momentaneamente ogni notifica, rumore, dialogo e altre forme di distrazione, come ricorda anche il britannico The Guardian.

Il multitasking non rende più produttivi

Uno dei falsi miti ormai smascherati è che il multitasking possa permettere di portare a termine più attività con efficacia. Nonostante spesso sia una necessità – e le donne lo sanno bene – i risultati sono la prova che il fatto di occuparsi di più attività contemporaneamente non rende più produttivi: «Il multitasking ha dei limiti. È possibile renderlo efficiente quando si usa l’istinto in compiti per cui siamo preparati, come nell’esempio del gesto sportivo. Se il multitasking si applica in modo indiscriminato, però, prevarrà l’improvvisazione completa, la confusione oppure l’eccesso di analisi, che porta però alla paralisi».

Lo stato di flow esiste davvero?

Strettamente correlato al multitasking c’è anche il concetto di disordine digitale, dato dalle troppe finestre di dialogo aperte sul computer. Per concentrarsi occorre, invece, il cosiddetto “stato di flow”, che implica anche la sospensione delle notifiche. «Indica uno stato di massima attenzione in cui l’istinto e la naturalezza dell’azione prevalgono sul pensiero – spiega Nicoletti – È estremamente, però, difficile creare i presupposti per questa condizione quando siamo bombardati da troppi stimoli di cui non siamo in grado di determinare facilmente utilità, importanza e affidabilità. Sospendere le notifiche, quindi, è proprio un primo passo utile per interrompere questo cortocircuito».

Le giuste pause e il riposo

Un altro passaggio importante è dimenticarsi che lavorare di più renda più produttivi: servono, invece, anche riposo e pause. Ma non basta spegnere il computer, perché lo scroll sullo smartphone implica il ricevere informazioni. Meglio puntare, invece, su attività che permettano al cervello di recuperare, come camminare, fare sport o anche solo osservare l’ambiente esterno, cioè attività che favoriscono il ripristino delle funzioni cognitive. Proprio lo sport rappresenta un valido modello, come conferma Nicoletti: «Occorre allenarci a gestire l’attenzione perché rimanga il più possibile dove vogliamo che sia. Lo sanno bene gli sportivi, ma si possono ottenere risultati sostenibili nel tempo anche solo eseguendo attività semplici, come appunto camminare o respirare in modo consapevole, quindi concentrato, rispetto a ciò che si sta facendo».