Meno lavoro (mentale), più semplificazione. O forse no: l’intelligenza artificiale, che dovrebbe facilitare la vita in molti campi (in alcuni lo fa già) rischia, invece, di creare anche qualche nuovo problema, specie per il cervello. A dirlo sono i risultati di un’analisi secondo la quale l’uso sempre più massiccio dell’AI al lavoro sta causando quella che gli esperti hanno ribattezzato il brain fry, ossia un affaticamento specifico, dovuto all’eccessiva velocità a cui costringe.
Cos’è il Brain Fry, gli effetti dell’AI al lavoro
L’espressione inglese (da “brain”, cervello” e “fry”, “friggere”) indica quella sensazione di “cervello fritto”, stanchezza mentale, affaticamento, quasi esaurimento a livello cognitivo che si prova quando si lavora con l’intelligenza artificiale in modo eccessivo. O meglio: eccessivamente veloce. Perché la differenza, ad esempio, rispetto alla brain fog, la condizione di annebbiamento mentale, è proprio nella causa del fenomeno. Secondo gli esperti, che hanno indagato gli effetti del ricorso sempre maggiore a tools e strumenti che seguono algoritmi man mano più sofisticati, è dovuto alla velocità con la quale questi elaborano le informazioni ed eseguono i passaggi, eccessiva per il cervello umano.
Il sovraccarico mentale del brain fry
Mentre i computer sono in grado di elaborare una quantità enorme di informazioni in poco tempo, infatti, la mente umana fatica a elaborare pensieri e conclusioni allo stesso ritmo, anzi non è proprio “progettata” per questo: quindi chi lavora molto con l’AI finisce con il provare un senso di sovraccarico mentale e, talvolta, burn out, quindi di sentirsi esaurito. «È così, il nostro cervello non è progettato per digerire così tanti stimoli e processare informazioni generate dall’AI», spiega Luca Vescovi, esperto di neuromarketing e comunicazione digitale, autore di Inquinamento cognitivo (Edizioni Lswr).
Impossibile paragonarsi all’AI al lavoro
I casi in cui ci si trova a confrontarsi con l’AI sono moltissimi: «Noi, per esempio, progettiamo i chatbot: in fase di configurazione, il sistema di intelligenza artificiale crea migliaia di domande e risposte ed è umanamente impossibile controllarle tutte. Se tenti di farlo finisci con il provare proprio il brain fry», conferma Vescovi, che è anche responsabile ricerca e sviluppo di Openrosetta.AI. Per evitare questa situazione, «ricorriamo a sistemi di intelligenza artificiale antagonisti che controllano il primo sistema. Può sembrare paradossale mettere a competere due macchine, ma è così che si allenano i sistemi di AI», spiega l’esperto.
Lo strumento è sempre più bravo di noi
«È esattamente quello che è accaduto con AlphaGo, il programma di AI di Google DeepMind, che per primo ha battuto un giocatore professionista e, successivamente, il campione mondiale del complesso gioco da tavolo Goai. Per allenare il sistema, è stata usato lo stesso procedimento: sono state giocate migliaia di partite tra due sistemi di AI, che si sono controllati a vicenda – prosegue l’esperto. Una possibile conseguenza di questo nuovo scenario, però, è l’idea di sentirsi inadeguati, non all’altezza del compito richiesto: «Infatti pensare di competere con le macchine, soprattutto nei calcoli complessi e nell’elaborazione di una enorme mole di informazioni, è semplicemente impossibile, non si può che perdere. L’effetto sarà un livello di insoddisfazione e insicurezza dovuto all’idea – reale – che lo strumento è più bravo di me».
Lo studio americano: cosa emerge sul brain fry creato dall’Ai al lavoro
Chi finora ha già sperimentato questa condizione, però, potrà “consolarsi” perché non è solo. Uno studio americano, condotto su un campione di quasi 1.500 lavoratori di grandi aziende in settori come marketing, risorse umane, finanza e IT, dimostra quanto il brain fry sia diffuso. Proprio nella prima categoria, soffre di brain fry più di una persona su 4 (26%). I sintomi sono chiari: incapacità nel pensare lucidamente, difficoltà nella concentrazione e nel prendere decisioni (ne è risultato interessato fino al 33%), ma – paradossalmente – aumento della frequenza di errori (fino al 39%) e mal di testa.
Usare l’AI senza esserne sfiniti
La stessa ricerca, però, ha mostrato anche un lato positivo. Se usata in modo adeguato, l’AI può davvero aiutare e semplificare la vita ai lavoratori. Avviene, per esempio, quando il suo impiego serve ad alleggerire compiti di routine, ripetitivi, dunque che portano via soltanto tempo, senza che sia richiesto un valore aggiunto umano. In altre parole, quando viene introdotta come mero strumento di esecuzione. «Il primo passo che possiamo e dobbiamo fare è di stabilire quali sono i nostri obiettivi, suddividendoli in framework di lavoro: a breve, medio o lungo termine, altrimenti finiremmo con il sentirci come un uomo di Neanderthal in una ferramenta», spiega Vescovi.
Lavorare per obiettivi
Per non finire in sovraccarico cognitivo, quindi, «occorre capire bene qual è il risultato che si vuole raggiungere e quindi quali strumenti sono più adatti a questo scopo, per evitare, appunto, di sentirsi come un uomo preistorico che si trova davanti seghe, martelli, viti e altri strumenti potenzialmente utili, ma che potrebbero distrarlo dal lavoro che deve fare, senza essergli d’aiuto. Se, invece, abbiamo chiaro quale sia il traguardo da raggiungere, possiamo eliminare attività (o strumenti non congeniali) e concentrarsi sul risultato. L’AI offre migliaia di possibilità, ma non tutte sono vantaggiose o adeguate».
Evitare la competizione
Un altro passaggio fondamentale è di non mettersi in competizione con l’AI, perché inevitabilmente su certe attività ne usciremmo perdenti: in sostanza non ci dovremmo limitare a fare domande a ChatGPT o altri strumenti analoghi, perché finiremmo per pensare di non essere altrettanto bravi. Dovremmo, invece, scegliere i tools giusti creandoci un ecosistema di applicazioni che davvero aiutano a raggiungere gli obiettivi finali, togliendoci lavoro che richiede tempo ed energie, per lasciarcene per compiti più complessi. Solo così avremo la soddisfazione di aver demandato alla macchina un lavoro in meno per noi», spiega Vescovi. Ovviamente questo richiede lungimiranza anche da parte delle aziendednel mettere a disposizione gli strumenti giusti, dopo un’adeguata formazione del proprio personale, in modo da ottenere migliori risultati e con meno “stress digitale”.