Una donna su tre in Europa ha subìto molestie sessuali sul luogo di lavoro. Un dato, questo di Eurostat riferito al 2024, che conferma quanto la violenza serpeggi ovunque e che chiede, anche alle aziende, sforzi rapidi ed efficaci per contrastarla. Ecco alcune delle risposte che stanno arrivando.
Un ricerca mostra che gli italiani riconoscono poco la violenza digitale
Valore D, la prima associazione nata per promuovere l’equilibrio di genere e una cultura inclusiva, che conta oggi oltre 400 aziende ed è partner scientifico del nostro progetto Libere e Uguali, l’11 novembre ha presentato i risultati di un sondaggio SWG sulla violenza online su cui occorre riflettere. Se da un lato quasi il 75% degli italiani conosce fenomeni come il cyberbullismo, il revenge porn e le molestie sessuali sul web, la consapevolezza crolla sotto il 40% quando si parla di sextortion (l’estorsione sfruttando immagini intime) o doxing (la diffusione online di informazioni private e sensibili).
Il 64% pensa che la violenza digitale ci sia anche in azienda
Il fenomeno della violenza di genere in Rete tocca in particolare le nuove generazioni, quelle più esposte e al tempo stesso più fragili: il 15% dei 18-34enni dichiara di aver subìto personalmente episodi di questo genere e il 23% della stessa fascia di età conosce qualcuno che ne è stato vittima. Il 64% degli italiani pensa che la violenza di genere digitale possa avvenire sia nella vita privata che sul luogo di lavoro.
Valore D ha lanciato una policy aziendale contro la violenza digitale
Per questo, nell’ambito del progetto “Dal silenzio all’azione – Come le aziende possono agire e fare rete contro la violenza di genere e domestica”, realizzato in collaborazione con Fondazione Una Nessuna Centomila, Valore D ha deciso di fare un passo in più lanciando una policy per affrontare il problema, grazie anche al contributo di PermessoNegato, associazione nata per offrire supporto alle vittime di diffusione non consensuale di materiale intimo e violenza online.
Occorre sostenere le persone che sono vittime di violenza digitale
«La violenza di genere digitale è una minaccia reale e quotidiana, che si nutre di stereotipi e silenzi» spiega Barbara Falcomer, direttrice generale di Valore D. «Secondo l’Unesco, il 73% delle donne ha già subito o sperimentato qualche forma di abuso online: un dato che conferma quanto sia urgente intervenire con strumenti concreti di prevenzione e tutela. Con la nostra policy vogliamo offrire alle aziende un modello di riferimento e una responsabilità condivisa: promuovere ambienti digitali sicuri, contrastare le discriminazioni e sostenere le persone che ne sono vittime. Solo unendo le forze e facendo rete – istituzioni, imprese, media e società civile – possiamo trasformare la consapevolezza in azione».
La violenza digitale compromette il benessere psicofisico del lavoratore
Nicole Monte, vicepresidente di PermessoNegato, mette in luce come la violenza di genere online nel contesto lavorativo crei un “digital wellness deficit” – una condizione lavorativa in cui l’esposizione costante a contenuti ostili, molestie e discriminazioni digitali compromette il benessere psicofisico del lavoratore.
Deve essere chiaro che la nostra identità digitale ci appartiene
Nicole Monte aggiunge che «Il consenso digitale è il grande assente nella cultura online contemporanea. Troppo spesso gli utenti considerano immagini e dati personali come materiale liberamente condivisibile, ignorando che ogni contenuto che ci riguarda necessita del nostro esplicito consenso per essere diffuso. Con questa policy vogliamo riscrivere questa narrazione lavorando con le aziende e partendo da un presupposto chiaro: i nostri dati, le nostre immagini, la nostra identità digitale ci appartengono».
Anche l’associazione PARI si occupa di violenza nei luoghi di lavoro
Anche l’evento di PARI, associazione nata con l’obiettivo di intervenire in modo strutturato contro la violenza di genere, tramite una rete che coinvolge aziende, istituzioni e realtà locali, in collaborazione con la Fondazione Cecchettin, il 19 novembre a Roma, ha un titolo molto propositivo: La violenza di genere nei luoghi di lavoro: monitorare, prevenire, trasformare.
Serve molta attività di formazione su questi temi
«Siamo convinti che le aziende possano diventare catalizzatori di cambiamento sociale e culturale. Per questo come PARI lavoriamo sulla cultura con la cultura, attraverso eventi, policy, contenuti editoriali, tanta attività di formazione e un osservatorio permanente» racconta Federica Santini, presidente di Trenord e vicepresidente di PARI.
I corsi insegnano a riconoscere anche le forme di violenza più subdole
E che questo sia un approccio efficace lo confermano i risultati. «Il 70% delle persone che ha fruito delle nostre attività formative ha ammesso di avere imparato a riconoscere nuove forme di violenza» precisa Santini. L’azione di PARI parte dai luoghi di lavoro, ma impatta su un perimetro ben più ampio. «I dipendenti delle nostre aziende che partecipano ai corsi di formazione e non sono direttamente toccati da forme di violenza, nel momento in cui imparano a riconoscerla in tutte le sue manifestazioni, diventano più consapevoli rispetto a episodi che avvengono nel proprio nucleo di amici e di conoscenti».
Tra le forme di violenza contro le donne spesso c’è anche quella economica
Tra i temi affrontati nei corsi di formazione ci sono l’affettività, il linguaggio inclusivo e la violenza economica. Il prossimo webinar per i dipendenti delle aziende associate, in programma il 28 novembre, sarà tenuto dalla Marcella Corsi, docente di Economia politica all’Università La Sapienza sul tema Violenza economica: limitare l’autonomia attraverso il controllo del denaro. «Perché finché c’è soggezione economico-finanziaria nei confronti del partner» spiega Santini «l’indipendenza e la libertà femminili vengono negate».
Contro la violenza digitale è necessario un piano d’azione strutturato su più fronti
Come suggerito da Valore D, per realizzare un piano d’azione efficace in azienda contro la violenza online occorre agire su più fronti: la mappatura dei rischi per analizzare le vulnerabilità tecnologiche, organizzative e culturali all’interno dell’azienda; policy chiare e aggiornate, a partire dall’introduzione di codici etici e di condotta digitale; formazione continua, promuovendo la digital literacy e preparando i leader a riconoscere e gestire i segnali di disagio; sensiblizzazione ed educazione digitale, per sviluppare consapevolezza sugli strumenti digitali; supporto alle vittime, garantendo canali di segnalazione anonimi, sostegno psicologico e legale e una cultura aziendale che condanni ogni forma di colpevolizzazione.