Chi paga o riceve un assegno di mantenimento non può considerare gli accordi presi al momento della separazione come immutabili, ma non può nemmeno chiedere di cambiarli ogni volta che le cose vadano peggio. Con la sentenza n. 19793/2026, la Corte di Cassazione ha chiarito che una contrazione delle entrate o la perdita dell’occupazione non fanno scattare in automatico un taglio o un aumento della somma dovuta.
Cosa va dimostrato per cambiare l’assegno di mantenimento
Per chiedere a un giudice di modificare quanto stabilito in passato, bisogna dimostrare che si sono verificati cambiamenti economici reali, importanti e avvenuti dopo la firma dell’intesa. Inoltre, se un evento era già noto al momento di separarsi — ad esempio la scadenza già prevista di un contratto di lavoro a tempo determinato —, non può essere usato in seguito come scusa per ridiscutere le cifre.
Il caso di Treviso
La vicenda nasce da una separazione concordata di comune accordo e approvata dal Tribunale di Treviso all’inizio del 2018. Successivamente, la moglie ha chiesto al giudice di fissare a suo favore un assegno di 6.000 euro al mese a carico dell’ex marito, spiegando di avere problemi di salute e entrate inferiori.
Mentre il Tribunale di Treviso ha respinto la richiesta perché mancavano fatti nuovi davvero rilevanti, la Corte d’Appello di Venezia ha ribaltato la decisione, stabilendo un contributo di 2.000 euro al mese a carico dell’uomo, oltre al pagamento delle spese legali e di perizia.
L’errore nei conti dei giudici
L’ex marito si è quindi rivolto alla Cassazione, contestando il modo in cui la Corte d’Appello aveva analizzato le finanze di entrambi. I giudici d’appello si erano infatti affidati a una perizia tecnica che prendeva in esame i redditi soltanto tra il 1° gennaio 2018 e il 31 dicembre 2023.
La Cassazione ha dato ragione all’uomo, spiegando che questo arco di tempo è sbagliato. Per capire se la situazione economica sia davvero peggiorata o sia cambiato l’equilibrio tra le parti, non si possono guardare solo gli anni successivi all’accordo (approvato il 4 gennaio 2018), ma bisogna mettere a confronto i redditi di oggi con quelli precedenti alla separazione, inclusi i dati del 2017.
Non basta dimostrare che si guadagna di meno
La Suprema Corte ha annullato la decisione e ha rinviato il caso alla Corte d’Appello di Venezia, che dovrà rifare i calcoli seguendo il criterio corretto.
La lezione pratica che emerge dalla sentenza è molto semplice: chi vuole chiedere una revisione dell’assegno non può limitarsi a mostrare che oggi guadagna meno rispetto al passato o che si trova in difficoltà. Deve dimostrare, numeri alla mano, che il proprio patrimonio e le proprie entrate sono cambiati in modo profondo rispetto alla situazione di partenza prima della separazione.