Gli esperti l’hanno già definita una sentenza storica. La Cassazione, infatti, è tornata ad affrontare uno dei temi più delicati e dibattuti nelle cause di divorzio, ossia quello sull’assegno di mantenimento, stabilendo che non è immutabile nel tempo e anzi deve essere ricalcolato se cambiano le condizioni economiche del coniuge che è tenuto al pagamento.
La sentenza: l’assegno può cambiare
I giudici si sono pronunciati sul caso di un padre che, dopo la separazione, era tenuto al pagamento di un assegno da 600 euro al mese (e il 50% delle spese straordinarie) per il mantenimento della figlia, nonostante avesse uno stipendio di 1.400 euro mensili. Una cifra non solo dimezzata rispetto a quella guadagnata dalla ex moglie col suo lavoro, ma anche troppo elevata in proporzione al suo reddito, che era cambiato rispetto al momento in cui era stata originariamente fissata, 10 anni prima. L’uomo, infatti, aveva cambiato lavoro, optando per una scelta che gli garantiva più stabilità economica, a fronte però di una retribuzione inferiore.
Il principio di proporzionalità
Per la Cassazione non conta il fatto che la scelta sia stata volontaria: l’uomo, infatti, aveva lasciato l’impiego per diventare dipendente della ditta di famiglia. Il cambio di condizioni economiche, invece, va tenuto in considerazione nella rimodulazione dell’importo dell’assegno per la figlia. La valutazione dei giudici ha tenuto conto del principio di proporzionalità, previsto dall’articolo 337-ter del Codice civile, che stabilisce che «ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito».
Bisogna tenere conto dei redditi reali
Nel caso specifico, quindi, la Cassazione ha bocciato quanto deciso in precedenza sia dal Tribunale di Piacenza che dalla corte d’Appello di Bologna, contro cui aveva presentato ricorso l’uomo. «La sentenza sottolinea l’importanza del principio di proporzionalità, che oggi ha ancora più importanza, data la crisi economica: viviamo una situazione di recessione e l’inflazione ha tenuto fermi gli stipendi, un impoverimento generale di cui occorre tenere conto», considera l’avvocato cassazionista Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione Avvocati Matrimonialisti italiani- AMI.
Il mantenimento non è una punizione
Nel dare ragione all’uomo, i giudici della Cassazione hanno sottolineato che il mantenimento non deve essere una “punizione” per il genitore non affidatario. «Non deve e non può esserlo, mentre spesso si ha questa sensazione. In altri Paesi europei si sta affermando il principio per cui anche il genitore tenuto al versamento dell’assegno ha diritto a una sopravvivenza dignitosa. Purtroppo in Italia c’è un mondo sommerso che non fa notizia, fatto prevalentemente di padri separati che in alcuni casi sono costretti a dormire in auto o a lavarsi nelle fontane pubbliche. A Roma sono 100mila, a Milano 80mila. È chiaro, però, che può capitare anche a una madre, se è lei a dover versare un assegno sproporzionato: ogni caso è a sé», spiega Gassani.
Verificare i redditi reali
«Nella valutazione del mantenimento vanno tenuti in considerazione diversi fattori: il quadro reddituale dei genitori, ma anche l’età dei figli, naturalmente. Certo, ci possono essere situazioni nelle quali qualcuno potrebbe pensare di fare il “furbo”, dichiarando meno. Può accadere con alcuni liberi professionisti, mentre nel caso di un lavoratore dipendente farà fede la busta paga. Per questo occorre una verifica approfondita della situazione», spiega l’avvocato. La Cassazione, infatti, ha sottolineato che occorre una «effettiva verifica della proporzionalità parametrata ai redditi», prevista dalla legge.
Aumentano le madri che pagano il mantenimento
«Questo a prescindere che si tratti di madri o padri», ricorda Gassani. Negli ultimi anni, infatti, sono aumentate anche le donne che devono versare l’assegno per i figli o l’ex coniuge, semplicemente perché guadagnano di più (come nel caso specifico). «Sono ancora prevalentemente uomini, ma molto sta cambiando. Fino a poco tempo fa, infatti, solo nel 3-4% dei casi erano le madri a versare l’assegno di mantenimento, mentre oggi, specie al centro-nord, capita in un caso su 3, pari a circa il 30%».