Dopo la Great Resignation, che ha caratterizzato il periodo post Covid, è tempo di Great Detachment, ossia la presa di distacco – soprattutto emotivo – dal lavoro. Qui non si tratta di dare le dimissioni, di lasciare il posto fisso per dedicarsi ad attività autonome, ma di non farsi più coinvolgere (troppo) dalle dinamiche lavorative, specie se tossiche. Insomma, è la scelta di chi mette più spazio tra l’ufficio e casa, tra i colleghi e la famiglia. A quanto pare è anche l’unico modo per non incappare nel burnout e in livelli di stress eccessivi.
Cos’è il Great Detachment
Come spesso accade, questo tipo di approccio è poco “italico” e molto più anglosassone: è Oltremanica o Oltreoceano, volendo estendere il fenomeno anche agli Stati Uniti, che da tempo si vive il lavoro in modo meno assoluto. È nel Regno Unito e in generale in altri Paesi del nord Europa che l’orario lavorativo e anche le sedi di lavoro non sono più necessariamente rigide, dalle 9 alle 17 alla propria scrivania. Da tempo, piuttosto, si stanno diffondendo i centri di co-working e aumenta il lavoro da remoto, a progetto, dove l’importante non è timbrare il cartellino, ma portare a termine il progetto affidato.
La trappola del troppo lavoro
In Italia, invece, è duro a morire l’atteggiamento dei lavoratori pronti a “immolarsi” per il lavoro, a regalare ore di straordinario non pagato rimanendo in ufficio e talvolta portandosi anche a casa qualche pratica da finire o il semplice pensiero di quanto ancora resta da fare in ufficio, con annesso senso di colpa. Un atteggiamento di cui a volte approfittano i datori di lavoro o i capi. Le conseguenze, però, possono essere molto dannose, specie per il benessere. Non a caso, secondo una ricerca del Politecnico di Milano realizzata lo scorso anno, ben una persona su 3 era pronta a cambiare lavoro entro 18 mesi, a patto di trovarne.
L’alternativa alle dimissioni
Il problema, infatti, è la mancanza di alternative, che costringe a rimanere al proprio posto. «Il Great detachment è il passo successivo, dopo le Grandi Dimissioni e il quiet quitting, ma non lo leggo come una conquista, quanto come un sintomo. Se un’azienda sa spiegare perché esiste e a cosa serve il lavoro di ciascuno, allora le persone si accendono. Quando questo manca, si spengono, al di là del loro ruolo e del settore. Penso che ogni lavoro possa essere coinvolgente ed è importante che lo sia, perché rappresenta ancora gran parte della nostra vita. Quindi sì, al lavoro restiamo attaccati, almeno sulla carta. La sfida è tornare a sentirci realmente ingaggiati, ogni giorno», osserva la career coach Irene Bosi.
Non solo Gen Z
Il fenomeno, però, al momento sembra riguardare soprattutto le giovani generazioni e il mondo anglosassone: «In realtà non del tutto. Il termine nasce nel mondo anglosassone e sicuramente sono soprattutto i più giovani a parlarne. Detto ciò, l’Europa è da anni la regione con l’engagement più basso al mondo, e tra una generazione e l’altra le differenze sono minime. I giovani hanno solo meno paura di dirlo. Credo che per le aziende sia un segnale da prendere sul serio. Il lavoro occupa la maggior parte delle nostre ore da svegli. Un tempo così grande non può essere vissuto in modo così disinteressato e distaccato. Deve diventare un contesto che motiva, che fa crescere e in cui si sta bene», sottolinea Bosi.
Come evitare il burnout
Eppure è ritenuto l’unico modo per evitare il burnout, anche se Bosi insiste su un concetto: «Credo che la questione non sia tanto di imparare a mettere distanza tra sé e il proprio lavoro, quanto far sì che il lavoro si adatti al meglio alla propria vita, ovvero che permetta di vivere la vita che si vuole e di staccare quando se ne ha bisogno». Un’impresa impossibile, almeno per molti. «In ogni caso, se si sente l’esigenza di mettere più distanza tra sé e il lavoro consiglierei innanzitutto di coltivare qualcosa che non c’entra con il lavoro: uno sport, un corso, un progetto personale. Avere interessi fuori dal lavoro è importante perché ci ricorda che siamo molto più del nostro ruolo».
Le tips quotidiane
Tra gli altri suggerimenti per vivere meglio il tempo al lavoro e bilanciarlo con la vita privata, Bosi indica alcuni semplici accorgimenti: «Quando possibile, usare un telefono aziendale o due schede telefoniche: tenere vita privata e vita lavorativa su due dispositivi diversi è il modo più semplice per effettivamente riuscire a staccare quando non stiamo lavorando; mettere in agenda i momenti off, di stacco, che vanno pianificati con la stessa diligenza con cui si programmano le riunioni; infine, organizzarsi per periodi di stacco totale. Ogni tanto serve allontanarsi del tutto per dedicare tempo alle persone care e alle proprie passioni o al semplice relax».