Non bastava l’ageismo, che colpisce gli over 50 anni, specie se donne: spesso sono gli stessi lavoratori e lavoratrici ad autolimitarsi, a non rimettersi in gioco professionalmente anche quando discriminati a causa della loro età o a non aspirare a qualcosa di più o di migliore per sé. Eppure i dati parlano chiaro: di lavoratori senior c’è bisogno, anche a causa del continuo calo di nascite. Come uscire dal vicolo cieco?

Lavoratori sempre più “vecchi”, ma discriminati

I dati non lasciano dubbi e i più recenti confermano una costante riduzione delle nascite. Un problema anche per il mercato del lavoro, dove è necessario prevedere cambiamenti in uffici e aziende: con appena 355.000 nascite stimate nel 2025 e una speranza di vita che supera gli 83 anni, l’Italia sta vivendo un record (negativo). Basti pensare che negli anni ’80 c’erano 4 persone attive per ciascun over 65 mentre nel 20250 si stima che il rapporto sarà dimezzato a 2 a 1. Da qui la necessità di rivedere il ruolo degli over 50, che invece vivono la loro età come un limite professionale.

Superare l’ageismo

«L’età non deve più essere vista come una data di scadenza, ma come una leva di valore. Un over 50 oggi ha davanti a sé 15, 20 o 30 anni di vita e di attività professionale: pensare che a 50 anni si debba solo attendere passivamente la pensione significa sprecare un capitale umano straordinario che il Paese non può permettersi», osserva Luca Furfaro, consulente del lavoro, welfare specialist e autore di Valore over 50, in cui sottolinea: «La carriera non è sul viale del tramonto a 50 anni ma si trasforma». Occorre, quindi, superare l’ageismo. Ma che fare quando invece siamo noi stessi a cadere nella trappola dell’auto-ageismo?

L’auto-ageismo: quando ci si autolimita

Il rischio, neppure tanto limitato, è infatti di incappare da soli in stereotipi e pregiudizi discriminatori che partono dall’idea che un lavoratore “maturo” non sia più la persona adatta sulla quale investire professionalmente. Capita, infatti, di rimanere vittime del falso mito della produttività, per cui ci si autoconvince che solo i giovani possono essere più produttivi. «L’auto-ageismo si manifesta quando una persona finisce per convincersi che, a causa della propria età, non sia più in grado di imparare, cambiare lavoro o affrontare nuove sfide professionali. In pratica, interiorizza gli stessi pregiudizi che spesso provengono dalla società e dal mondo del lavoro», sottolinea Furfaro.

Le donne ne soffrono di più

«Il rischio è di rinunciare a un’opportunità, a un percorso formativo o a una candidatura senza nemmeno provarci. È una forma di ageismo particolarmente insidiosa perché non serve più qualcuno che ci discrimini: siamo noi stessi a limitarci», continua l’esperto, che precisa: «Può riguardare indistintamente uomini e donne, ma cambiano le condizioni in cui si sviluppa. Le donne over 50 incontrano generalmente maggiori ostacoli nel mercato del lavoro perché alla discriminazione legata all’età si aggiunge quella di genere. Pesano le carriere più discontinue, spesso legate alle responsabilità familiari, i divari retributivi e le minori opportunità di crescita professionale».

Quando si aggiungono i pregiudizi “sociali”

Come se non bastasse, a pesare sulle donne che lavorano e che sono a cavallo o oltre i 50 anni ci sono anche altri fattori, come chiarisce Furfaro: «Esiste anche un pregiudizio culturale: l’età nell’uomo viene più facilmente associata ad autorevolezza ed esperienza, mentre nella donna non sempre riceve lo stesso riconoscimento. Questa doppia discriminazione può influire anche sulla fiducia nelle proprie possibilità». Insomma, una donna deve fare i conti sia con le discriminazioni che arrivano dall’esterno, come il mondo del lavoro, sia da quelle socio-culturali, sia da quelle che nascono da una insicurezza interiore.

La paura di non stare al passo con la tecnologia

A contribuire all’auto-ageismo, però, può essere anche il digital devide: si teme di non riuscire a tener testa a innovazioni sempre più veloci. Ma per Furfaro «l’errore nasce dal confondere la familiarità con gli strumenti digitali con la capacità di comprenderli e utilizzarli». La parola d’ordine diventa, quindi, “tandem generazionale”: i lavoratori senior non devono estranei alla rivoluzione digitale, ma possono contribuire, per esempio utilizzando le loro competenze per interpretare e verificare gli output degli algoritmi. Tra giovani e meno giovani occorre, insomma, un affiancamento dinamico basato sul mentoring e sul reverse mentoring, in cui l’esperienza del senior e l’innovazione del junior si moltiplicano a vicenda.

Pensare anche al proprio domani si può (e si deve)

In Valore Over 50, però, il consulente del lavoro sottolinea l’importanza anche del futuro dei cinquantenni di oggi, specie in un’ottica di “Piano B” o per intraprendere una seconda carriera, esplorando le possibilità di lavorare anche dopo la pensione, cumulare redditi, svolgere attività di consulenza o avviare un’attività in proprio, fino alle opportunità del nomadismo digitale e del lavoro all’estero. Ma rimettersi in discussione dopo i 50 anni non è sempre semplice: non tutti hanno il coraggio o i mezzi per farlo, magari lasciando un vecchio posto di lavoro che crea frustrazione o dove si è discriminati, ma che offre pur sempre delle garanzie).

Non servono le dimissioni immediate

«Dobbiamo partire da un presupposto: non tutti possono permettersi di lasciare un posto di lavoro, anche quando non sono soddisfatti. Le responsabilità familiari ed economiche a cinquant’anni possono essere molto diverse rispetto a quelle di un giovane. Per questo il cambiamento deve essere preparato e non necessariamente comportare dimissioni immediate – insiste il consulente del lavoro – Il primo passo può essere un bilancio delle competenze, per capire quali capacità abbiamo sviluppato e come possono essere utilizzate anche in altri contesti. Successivamente si possono individuare percorsi di formazione, aggiornare il curriculum e iniziare a esplorare nuove opportunità, valorizzando anche la propria rete di relazioni professionali create negli anni».

Longevità professionale: come valorizzare i propri punti di forza

Ma come fare, concretamente? È qui che entra in gioco il concetto di “longevità professionale”: non si tratta soltanto di una riflessione sull’età anagrafica. «L’esperienza non significa soltanto aver svolto per molti anni una determinata attività, ma anche aver imparato a gestire problemi, responsabilità e relazioni. Tra i punti di forza che un lavoratore maturo può aver sviluppato troviamo l’autonomia, l’affidabilità, la capacità di prendere decisioni, di gestire situazioni complesse e di trasferire conoscenze agli altri».

Non smettere di imparare

L’allungamento dell’età lavorativa (e dell’aspettativa), insieme al cambio dell’età pensionabile, quindi, devono spingere a modificare l’approccio al lavoro, anche da senior: «Inevitabilmente alcune competenze tecniche possono diventare obsolete, ma questo può accadere a qualsiasi età. La formazione continua è quindi indispensabile. Pensiamo all’intelligenza artificiale», sottolinea l’esperto, che fa alcuni esempi di skills da lavoratrici e lavoratori maturi: «Oggi ottenere una risposta è sempre più semplice, ma saperla interpretare, verificarne la correttezza e comprenderne le conseguenze richiede conoscenza e capacità di giudizio. Proprio qui l’esperienza può rappresentare un vantaggio competitivo».