Non piangono, non si lamentano e non sono i classici capricciosi. Ma forse non è un bene, perché i “Karen kids” sono invece spesso arroganti, sicuramente molto decisi e determinati a ottenere ciò che vogliono. Il termine è diventato virale sui social e ora ci si interroga sul fenomeno: è nuovo o è sempre esistito? Di sicuro chi non ha precedenti è Karen, la donna da cui deriva il termine.

Chi è Karen

Il nome dei Karen Kids, infatti, deriva da Karen, protagonista di un meme diventato virale e nello stesso tempo iconico nel rappresentare un certo tipo di donna: capelli biondissimi, portamento da “leader”, tono di voce da “maestrina”, da colei che ne sa più degli altri e per questo si impone. Arrogante e convinta di essere sempre depositaria della verità sono altre due caratteristiche che la contraddistinguono. A completare il quadretto c’è anche l’incuranza delle polemiche o delle reazioni negative che è in grado di suscitare con il suo comportamento. Questo suo essere così determinata, al limite della maleducazione e sfacciataggine, però non è un tratto distintivo solo di Karen, ma quanto pare si sta diffondendo anche tra i bambini.

Da Karen a Karen kids: chi sono i bambini arroganti

Ma chi sono, quindi, i “Karen kids”? Non i classici capricciosi o lamentosi, quei bambini che piangono nella speranza di ottenere qualcosa. I Karen Kids sono molto determinati nell’ottenere ciò che vogliono: non prendono neppure in considerazione l’ipotesi di ricorrere al condizionale “vorrei” o al verbo “desiderare”. Sono, di fatto, quelli che non accettano i “no”, né da madre e padre, né da altri adulti.

Un tema antico, in versione moderna

«Credo che stiamo descrivendo con un nome moderno Karen kids qualcosa che nella realtà educativa esiste da sempre: bambini che faticano a regolare le emozioni, gestire la frustrazione e accettare un limite. Vent’anni fa, quando ho iniziato a formare i genitori, le richieste più frequenti riguardavano proprio temi come “I no che aiutano a crescere”, “i capricci dei bambini” o il cosiddetto stile genitoriale autorevole (che non ha nulla a che vedere con l’autoritarismo, ma con regole chiare dentro una relazione calda). Questo per dire che il problema non nasce oggi: è un tema antico dell’educazione», spiega la pedagogista e formatrice Giovanna Giacomini.

Perché i bambini non accettano i “no”

I motivi alla base del comportamento dei Karen Kids sono chiari, per gli “addetti ai lavori”: «Un bambino che non sperimenta mai il limite o un “no” rischia di costruirsi un’idea distorta del mondo: prima venivano descritti come bambini tiranni, ma la radice è sempre stata la stessa: la fatica a stare dentro una frustrazione. La differenza rispetto al passato è che oggi queste situazioni sono forse più visibili e più diffuse. Perché viviamo in una società in cui i bambini hanno molto: molte opportunità, molti stimoli, molti oggetti, molte attenzioni. Cinquant’anni fa si cresceva con pochissimi giochi, poche scelte, poche possibilità di “pretendere”», spiega ancora Giacomini.

Cosa cambia: bambini più frustrati

Come chiarisce l’esperta, «Oggi i bambini vivono in un benessere che li espone anche al rischio opposto: non avere quasi nulla da desiderare davvero, perché già tutto è a portata di mano. E quando un bambino ha “troppo”, spesso fa più fatica a sviluppare la tolleranza alla frustrazione, proprio come accade quando mangiamo dolci tutti i giorni: non ci basta più. Io li leggo soprattutto come bambini che chiedono aiuto nel regolare la propria emotività, in una società che offre tanto, ma non sempre accompagna nel saper gestire quel “tanto”».

Karen kids non si nasce: si diventa

Si potrebbe anche pensare che i Karen kids siano bambini dal carattere “forte”. Ma le cose sembra non stiano proprio così: «Molti adulti hanno l’impressione che questi comportamenti siano più diffusi di un tempo. Un fondo di verità c’è: rispetto a qualche decennio fa, vediamo più bambini con bassa tolleranza alle frustrazioni. Un tempo l’educazione tradizionale era più severa e ai capricci si poneva un freno immediato talvolta anche in modo brusco; oggi, invece, alcuni genitori evitano i no per non traumatizzare i figli o per senso di colpa. È come se fossimo scivolati dall’altra parte. Dall’autoritarismo al permessivismo. Perdendo di vista lo stile genitoriale più significativo, quello autorevole. La differenza la fanno soprattutto gli adulti di riferimento. Infatti non si nasce Karen kids, lo si diventa».

“Colpa” anche dei genitori

Una dose di responsabilità, quindi, è anche dei genitori. Ma c’è una buona notizia: «Nessun bambino si comporta in questo modo in modo irreversibile: molto dipende dall’educazione e dal contesto. Certo, alcuni hanno sicuramente un temperamento più tenace e testardo di altri ma queste caratteristiche personali possono evolvere in positivo o in negativo a seconda di come gli adulti le guidano. Un bimbo molto determinato, se cresciuto con limiti chiari ed empatia, potrà diventare un adulto assertivo e sicuro di sé in senso buono. In pratica questi comportamenti emergono quando trovano terreno fertile. E il terreno fertile è un ambiente educativo senza confini chiari, dove spesso per stanchezza o per convinzione i genitori lasciano correre», osserva Giacomini.

La fatica di dire “no”

La pedagogista, però, ribadisce il ruolo dei genitori, insieme alla fatica che spesso accompagna l’educazione: «La domanda da porsi è “Ho la forza necessaria per dire di NO e per mantenere coerente e stabile la mia scelta?”». Un altro aspetto, invece, riguarda da vicino il rapporto tra madri, padri e figli, specie se sono figli unici: «Di per sé questo non porta a sviluppare determinate caratteristiche. Tutto dipende ancora una volta dallo stile educativo. Le ricerche più recenti, infatti, mostrano che le differenze di personalità tra figli unici e non sono minime, e dipendono più dall’educazione che dall’assenza di fratelli. La famosa “sindrome del figlio unico” è in gran parte uno stereotipo. Dunque direi contano di più le regole e i valori trasmessi a casa, non il numero di fratelli», spiega la pedagogista.

Come comportarsi con i Karen kids

Dopo un primo momento di spaesamento di fronte all’atteggiamento del figlio “Karen kids”, però, occorre soprattutto “sangue freddo”: «La prima cosa è mantenere la calma e riprendere in mano il ruolo educativo. Serve agire con fermezza. Il punto chiave è capire che dire dei “NO” ai figli non è affatto negativo, anzi, è un atto d’amore educativo. Ripeto spesso che rendere i bambini felici non significa privarli di tutti i problemi, ma permettere loro di convivere con la frustrazione. Non è una tragedia se un bambino rimane deluso, se cade, se commette un errore, se non ottiene qualcosa. Anzi, porre dei limiti ai bambini è fondamentale proprio per insegnare loro ad autocontrollarsi e a riconoscere i confini della realtà», sottolinea Giacomini.

Costruire il senso del limite

«Quando diciamo “no” a nostro figlio gli offriamo l’opportunità di costruire dentro di sé il senso del limite e di controllare i propri impulsi, cosa che col tempo lo renderà più sicuro di sé. Sul piano pratico, se un bambino reagisce in modo esagerato a un rifiuto, il genitore dovrebbe mantenere un atteggiamento calmo, ma fermo, sulla decisione. Ad esempio dirgli con voce tranquilla: “Capisco che sei arrabbiato però non si urla”. In questo modo riconoscete il suo sentimento ma allo stesso tempo ribadite il limite», suggerisce l’esperta.

I consigli dell’esperta

Ma cosa non bisognerebbe fare mai? «Mai cedere o ridere di fronte a un comportamento: il bambino deve capire chiaramente che esiste una regola. È importante anche tornare sull’accaduto spiegando in base all’età perché il suo comportamento era sbagliato e quali conseguenze ha avuto. Così lo aiutiamo a sviluppare consapevolezza e a trovare altri modi per esprimersi. In generale, consiglio ai genitori di allenare giorno per giorno la tolleranza alla frustrazione. Ad esempio, non soddisfare ogni richiesta all’istante, insegnare ad aspettare il proprio turno, a condividere e a darsi da fare in casa con piccole responsabilità. Coinvolgerli in attività che richiedono pazienza è un ottimo esercizio».

Cosa dovrebbero fare gli adulti

«Passando agli altri adulti (insegnanti, nonni, commessi, ecc.), il principio resta simile: l’adulto dovrebbe mantenere la propria autorevolezza con calma. Una maestra, ad esempio, di fronte a un bambino che risponde male in classe dovrà parlargli con fermezza e ricordargli le regole di rispetto verso i compagni e gli adulti. In questi casi è fondamentale che scuola e famiglia facciano squadra: se l’insegnante segnala ai genitori un atteggiamento, il genitore dovrebbe collaborare, non mettersi a difendere a oltranza il figlio (purtroppo succede anche questo). E se pensiamo alla commessa di un negozio alle prese con un bambino che urla anche lei può (anzi, deve) mantenere gentilezza ma far valere le regole. Ad esempio: “Posso aiutarti solo se me lo chiedi con calma, altrimenti non capisco quello che vuoi”. In ogni caso, nessun adulto educatore dovrebbe mai subire passivamente: dovrebbe intervenire con tranquillità ma decisione», conclude Giacomini.