Essere genitori non significa solo crescere, prendersi cura ed educare i propri figli, ma in qualche modo ci porta a riscoprire anche il lato infantile dentro di noi. Ne sono convinti, da tempo, gli esperti di psicologia che portano avanti il reparenting, o ri-genitorializzazione. Di recente, però, si assiste a un fenomeno nuovo: un percorso che riguarda i Millennials, alle prese con l’obiettivo di non ripetere gli errori dei propri genitori con i loro figli. Ecco come.

Cos’è il reparenting

Il termine reparenting indica (o almeno indicava finora) una psicoterapia, un percorso di rieducazione emotiva, soprattutto in casi di disturbi psicologici. Utilizzata a partire dagli anni ’70 dall’analista e psicoterapeuta Jaqui Lee Schiff, prevedeva che il terapeuta rivestisse il ruolo di genitore nei casi in cui i pazienti avevano vissuto un’infanzia traumatica o emotivamente insoddisfacente. Proponendo un modello più attento, amorevole, rispettoso delle esigenze del paziente-figlio, si proponeva quindi di aiutarlo a superare le problematiche legate all’infanzia. Oggi, però, ha assunto una nuova valenza, anche alla luce dei risultati di uno studio.

Il nuovo studio sulla ri-genitorializzazione

Secondo una ricerca, pubblicata sul Journal of Family Psychology, si sta affermando una nuova forma di reparenting che – altra novità – riguarda la gran parte dei Millennials, ossia i nati tra il 1981 e il 1996. Il percorso di ri-genitorializzazione, infatti, avviene mentre l’adulto diventa genitore: in concreto si cerca di non ripetere gli “errori” commessi dalle proprie madri e dai propri padri. Significa, per esempio, pronunciare quelle parole che troppo poco ci si è sentiti rivolgere, come “ti voglio bene”. Reparenting, quindi, vuol dire anche rivolgere ai propri figli quei gesti mancati nella propria infanzia e, così facendo, aiutando anche se stessi a cancellare qualche “ferita” del passato.

Riparare ai propri bisogni insoddisfatti

«Il reparenting nasce proprio come tecnica di intervento terapeutico: si soddisfano bisogni emotivi dell’infanzia del paziente, focalizzandosi su quelli che nel passato non sono stati soddisfatti in ambito genitoriale: è una vera e propria “riparazione” che avviene però nell’ambito della nuova genitoriali che si vive quando si hanno, a propria volta, dei figli. È la presa di consapevolezza dei bisogni non soddisfatti, ai quali si cerca di porre rimedio», conferma Marina Cirio, psicologa, psicoterapeuta, componente della Società italiana di Schema Therapy, di cui è responsabile a Genova, che utilizza proprio l’approccio del reparenting nelle terapie.

Millennials, genitori più consapevoli

Una volta diventati madri e padri, quindi, i Millennials assumono maggiore consapevolezza del proprio ruolo, cercano di offrire il meglio ai figli, ma di fatto mirano (e spesso riescono) a lasciarsi alle spalle un vissuto non soddisfacente, a nutrirsi l’anima (non a caso in inglese si parla di “nurturing”), sviluppando maggiore autostima e capacità di resilienza. La chiave è dare voce a quello che gli esperti chiamano “inner child”, il bambino interiore, e alle emozioni troppo spesso taciute quando si era piccoli.

Qualche esempio concreto

Come spiegano gli esperti, sono 5 gli esempi di “negligenze” più comuni che avvengono durante l’infanzia: il mancato riconoscimento delle emozioni di figli; la percezione di non essere amati in modo incondizionato; l’assenza di un ambiente sicuro intorno a sé; la mancanza di routine, che sono invece fondamentali per costruire un senso di sicurezza nei bambini; infine, il venir meno dell’empatia e della comprensione dei bisogni, che insieme alle altre carenze portano a sviluppare insicurezza e ansia che spesso si trascinano nell’età adulta.

Come si fa reparenting

Tra i suggerimenti indicati da esperti come Lindsay C. Gibson, psicoterapeuta, psicologa clinica e autrice di Adult Children of Emotionally Immature Parents, ci sono esempi di pratiche utili, come la mindfulness e meditazione: aiutano, infatti, a sviluppare la consapevolezza di sé e a gestire le emozioni in modo più sano. Può essere utile anche la scrittura di un diario, perché permette di mettere nero su bianco le proprie emozioni, dar loro concretezza tramite le parole. È molto importante anche dedicare del tempo per la cura di se stessi e rivolgersi affermazioni positive, come piccoli complimenti.

I consigli dell’esperta

«Sicuramente il diario è un primo passo importante perché permette di riconoscere le emozioni e i bisogni come innati: significa non pensare che fossero dovuti a una peculiarità personale, magari vista come negativa (“Forse ero io che avevo troppo bisogno, che ero troppo emotivo”, ecc.): certi bisogni come quelli di connessione e riconnessione all’altro, infatti, vanno riconosciuti come tali e accettati. Sia in se stessi che negli altri, cosa non facile: non è semplice, infatti, sintonizzarsi con un neonato, per esempio», osserva la psicoterapeuta, co-autrice anche del libro “Mindful interbeing mirror therapy. La terapia allo specchio. Manuale per psicoterapeuti”.

Dedicarsi del tempo

Un altro passaggio utile può essere quello di imparare a dedicarsi del tempo: a volte, infatti, si pensa o si rinfaccia ai propri genitori di non aver dedicato tempo sufficiente ai figli, a causa degli impegni quotidiani, o a se stessi. «Oggi c’è sicuramente più consapevolezza dell’esigenza di condivisione del tempo. Così come dell’importanza del dialogo: se si tratta dei figli, ovviamente ci si riferisce non alla primissima infanzia. È molto importante, poi, imparare a esternare le proprie difficoltà, perché un genitore non è infallibile, può dichiarare le proprie difficoltà e non per chiedere aiuto, ma semplicemente come gesto di coraggio nell’esprimere ciò che sente, dando così l’esempio».

Migliorare resilienza e rapporti con gli altri

Se le mancanze affettive dell’infanzia, dovute all’assenza di un caregiver, possono lasciare cicatrici profonde interiori, capita anche spesso che ci siano conseguenze nelle relazioni con gli altri, in età adulta. «Sicuramente è utile, anche se in questo caso i rapporti sono paritari: la capacità di essere consapevoli di ciò di cui si ha bisogno, però, insieme al fatto di esternare questi sentimenti, è importante. Attenzione, però, a non pensare che l’altro debba soddisfarci: il partner, l’amico o quello specifico partner o amica, non è tenuto a farlo: ciò che conta è poter esprimere le proprie emozioni e negoziare con l’altro, è un passaggio che si impara proprio nella relazione con i genitori e che poi ci si porta dietro nel corso della vita», conclude Cirio.