Sandra ha cinquant’anni, fa la libraia, vive da sola. È femminista, libera e senza figli, perché, dice, «i bambini sono al di sopra delle mie forze». Una dichiarazione netta e consapevole. Poi arriva Elliott, coi suoi cinque anni e un dramma familiare, e tutta la vita di Sandra inizia a smarginare.

Nel film L’attachement si scopre l’attaccamento

Nel film di Carine Tardieu, L’attachement (in arrivo in autunno), succede qualcosa di imprevisto e rivoluzionario: è un’estranea a prendersi cura. Ma non per dovere, né per un afflato materno stereotipato. Sandra, facendo spazio a Elliott, scopre l’istinto irrefrenabile della cura dell’altro. Scopre l’attaccamento.

La madre di Elliott muore di parto il giorno in cui lui viene posteggiato temporaneamente a casa di Sandra. La sorellina torna a casa col padre frastornato, e Sandra – che non è madre, zia, non è nulla – resta lì, accanto. Non rimpiazza la madre, non rimpiazza nessuno. Ma cambia, l’emozione dell’attaccamento, tenuta tutta la vita fuori dalla porta, ora la attraversa. Il film non parla di famiglie da spot, ma di relazioni senza etichetta, talvolta poco visibili ma che reggono le nostre vite in complesse geometrie salvifiche.

Cos’è l’attaccamento: non solo materno

Nel suo intreccio mi ha fatto riflettere su che cosa intendiamo quando diciamo “materno”. Andrea O’Reilly, teorica dei Motherhood Studies, distingue tra motherhood e mothering. Il primo è la maternità istituzionale, fatta di biologia, norme, aspettative (per lo più patriarcali).

To mother: prendersi cura è attaccamento

Il secondo è un verbo: to mother, prendersi cura, ogni giorno, con gesti piccoli e fondamentali. E può farlo chiunque: donne, uomini, chi ha partorito e chi no. Chi ha scelto, chi ci si è trovato. Il film porta in scena proprio questo: il materno come spazio aperto, non come ruolo assegnato. Un’occasione trasformativa, accessibile anche a Sandra “che di bambini non capisce niente”, come dice Elliott. Sandra scopre una versione di sé che non tradisce i propri principi, ma li espande. E nel farlo, ci mostra che mothering non è una categoria identitaria, ma un modo di abitare il mondo. Che permette il moltiplicarsi dei genitori elettivi, in nome della cura.