Ho 58 anni e una figlia di nove che vive in Corea senza essersi mai mossa da casa. Margherita ha colonizzato il soggiorno con il K-pop di una girl band che ha scoperto grazie a un cartone animato.

La routine di un padre tardivo

Alle sette del mattino, quando io scaldo la mia tazza d’acqua nel microonde, lei ha già acceso la sua discoteca portatile: luci a batteria, volume da concerto, coreografie in ciabatte. Io arrivo in camera sua e sembra di entrare in un videoclip girato dentro un frigo aperto. Lei conosce ogni dettaglio: nomi impronunciabili, date di nascita, retroscena delle “ragazze” innamorate, pare, di demoni coetanei. Io, che al massimo guardavo Jeeg Robot e per cambiare canzone usavo una matita nella cassetta, mi presento con il mio accento fatto di mescolanze della provincia italiana e scimmiotto per lei. «Papà, si dice Jinu, non Gino».

Il padre tardivo si adatta

Ripeto, sbaglio, ripeto, sbaglio: un allenamento per la memoria che non porta alcun risultato ma la fa ridere. Quando la musica parte mi arruola come ballerino di rincalzo. Mi muovo come un armadio che scende le scale. Lei ride e mi incoraggia: «Sei abbastanza bravo ma io di più». Incasso l’ovvio e ballo lo stesso, perché a quest’età il ridicolo è un vezzo da sopravvissuti. Se sono arrivato fino qui posso permettermi quasi tutto, specie se lo chiede la Marghe.

La figlia 20 anni, il padre 70

Ogni tanto mi attraversa una fitta: quando lei avrà vent’anni io ne avrò quasi settanta. Forse il K-pop sarà archeologia e io un reperto neanche troppo raro. Ma è proprio questa sproporzione a dare peso al presente: ogni canzone che condividiamo è un frammento di tempo che non tornerà. A volte mi chiede di tradurre i testi. Con lei scopro che dietro i ritornelli a mitraglia ci sono storie di amicizia, di ostinazione, di sogni. In fondo parlano di noi due: lei che prova passi impossibili, io che provo a starle dietro. Essere un padre tardivo è così: non tentare di restare giovane, ma farsi trovare curioso. La vita non segue il copione: ti mette in salotto il K-pop e ti dice «balla, se vuoi restarle vicino». Io, che non amo le imposizioni, ho imparato che questa è l’unica che conta.