Il count down in vista delle vacanze natalizie è iniziato ormai per molti, ma non per tutti si tratterà di un periodo di riposo e relax. Per i caregiver, infatti, comincerà il cosiddetto “secondo turno”: giorni nei quali l’assistenza a un familiare non autosufficiente non solo diminuirà, ma aumenterà. Complici le ferie di chi generalmente supporta in questo genere di attività, come le badanti.

I caregiver a Natale

In Italia l’Istat stima che ci siano 7 milioni di caregiver, che sono senza supporto e dunque devono prendersi cura da soli dei propri cari che hanno bisogno di assistenza. Per loro il Natale non rappresenta un momento di riposo, ma un “secondo turno” di lavoro, che implica un carico fisco e mentale non di poco conto. Nella maggior parte dei casi, infatti, aumenta rispetto al resto dell’anno, perché vengono meno anche quei supporti che quotidianamente posso alleviare gli impegni.

Quando vengono meno i normali supporti

«Con l’arrivo delle festività infatti i caregiver affrontano una carenza di servizi e un aumento dei costi che non fanno che gravare sul loro carico fisico e mentale, con ricadute anche sulle persone di cui si prendono cura. E così, mentre la maggior parte delle persone vive la magia delle feste, chi si deve occupare ogni giorno di un familiare più fragile entra in una maratona fatta di turni doppi, notti insonni, imprevisti, ansia organizzativa e totale assenza di pause», osserva Helena Pozzi, Project Manager di In&Valid, piattaforma che ridefinisce l’accesso ai servizi per le persone con disabilità e i loro caregiver.

Il cortocircuito emotivo dei caregiver

«Capita molto spesso che i caregiver arrivino a Natale già molto stanchi: svolgono un lavoro emotivo, fisico, organizzativo tutto l’anno e in questo periodo si somma proprio il “secondo turno”, che comprende anche la gestione di cene, ospiti, altri parenti o le aspettative di una festa perfetta. Il problema è che le feste non sospendono la cura: la persona fragile continua a dover essere assistita come avviene quotidianamente, con in più la pressione sociale fortissima, che spinge a essere (o mostrarsi) felici, sorridenti, disponibili. Per questo si verifica spesso un cortocircuito emotivo: da un lato la stanchezza, dall’altro la frustrazione se non si è all’altezza della situazione», conferma lo psicologo e psicoterapeuta Alessandro Calderoni.

I segnali del burn out dei caregiver

I campanelli d’allarme di questa condizione sono diversi: «Molti sono i classici che si verificano quando il burn out ha motivazioni differenti: sensazione di svuotamento, irritabilità, maggiore facilità al pianto, difficoltà di concentrazione, insonnia, fino a pensieri più drammatici, come “non ce la faccio più”, o addirittura un senso di colpa, come accennato. Bisogna, invece, ricordarsi sempre che chi si prenda cura di qualcuno ha diritto al riposo e ad avere dei limiti, proprio come chi svolge qualsiasi altro lavoro», sottolinea Calderoni.

Le 4 sfide dei caregiver

Per i caregiver, dunque, non è possibile prendersi una vera pausa. Sono 4, in particolare, le sfide che si trovano ad affrontare: «La prima è l’assistenza intermittente: badanti e colf sono in ferie, dunque i caregiver si trovano alle prese con l’interruzione dei servizi domiciliari. Molte famiglie infatti si trovano senza supporto per giorni, dovendo riorganizzare il lavoro, ridurre attività quotidiane o pagare assistenza extra», ricorda Pozzi. Proprio i costi aggiuntivi rappresentano una seconda sfida.

Costi aggiuntivi e fragilità economica

«Se la badante lavora nei giorni festivi di Natale – aggiunge Pozzo – la legge prevede una maggiorazione del 60% sulla retribuzione giornaliera, un costo non sempre sostenibile. Questo genera un livello di stress elevato sia per chi assiste sia per chi viene assistito. Le spese impreviste legate all’assistenza privata, ai trasporti adattati per visite mediche o alla necessità di acquistare nuovi ausili si sommano alle normali uscite del periodo festivo». Il rischio è che le famiglie in queste condizioni si trovino a dover rinunciare a servizi importanti o a rimandare interventi necessari, anche sanitari.

Servizi pubblici e uffici con orari ridotti

Come se non bastasse, ci si mette anche la burocrazia: «Sportelli chiusi, orari ridotti o personale limitato rendono complicato attivare pratiche urgenti o ottenere informazioni importanti. Anche una semplice richiesta di supporto può trasformarsi in un percorso a ostacoli, generando ritardi che incidono direttamente sull’organizzazione della cura quotidiana», ricorda Pozzi che sottolinea come «le festività, in questo senso, non sospendono le necessità delle persone fragili, ma spesso sospendono le risposte istituzionali».

Natale dei caregiver: non serve fare gli eroi

Il problema che si pone, quindi, è come gestire quanto accade al caregiver a Natale. «Non basta dirsi “devo resistere”, ma occorre un piano concreto. Il primo passo è abbassare l’asticella: non aspettarsi feste perfette e semplificare tutto, che si tratti di menù o inviti, magari anche rinunciando ad alcune tradizioni. La domanda chiave è: cosa è davvero importante per noi quest’anno e cosa posso lasciar andare. Il secondo passaggio è programmare dei cambi, se possibile, accordandosi su chi può alternarsi nell’assistenza e quando. Basta anche solo un’ora fissa al giorno in cui qualcuno resta con il familiare e il caregiver possa avere uno spazio per fare una passeggiata o anche solo per riposare: la pausa può fare la differenza», spiega Calderoni.

Come ridurre il carico mentale

Il terzo suggerimento può apparire come il più difficile da mettere in pratica talvolta: «Per decidere le cose da fare è utile condividere i pensieri e le liste degli impegni con altri familiari, e delegare piccole attività: aiuta ad alleggerire la mente e avere meno stress. Ma aggiungerei anche un altro consiglio: crearsi alcuni micro rituali di autoregolazione emotiva, per esempio provare il respiro lento, oppure una doccia calda e lunga, durante la quale concentrarsi solo sulla sensazione dell’acqua sul corpo. Bastano anche solo 10 minuti nei quali si va in giro da soli, senza una meta specifica: sono azioni che rappresentano una sorta di Pronto Soccorso psicologico. Ma se la fatica è troppa, non bisogna esitare a parlarne con qualcuno», esorta Calderoni, founder di Psymind, centro clinico a Milano e Torino, e Relief, servizio di sollievo psicologico rapido.

Un problema ancora (troppo) femminile

Resta la considerazione che il problema è ancora soprattutto femminile: «Sì, perché il lavoro di cura è ancora in larga parte in carico alle donne, che spesso hanno “tre turni”: il lavoro, la cura quotidiana della famiglia e la regia emotiva del periodo natalizio, in questo momento dell’anno. Io penso che il primo passo sia dare un nome a questo carico e smettere di viverlo come qualcosa di naturale. Non è scritto da nessuna parte che sia la figlia o la nuora a doversi occupare di tutto, è solo una distorsione naturale». Ma se ciò non basta, e non basta, occorre chiedere un aiuto concreto.

Chiedere aiuto è doveroso, oltre che utile

«L’errore più comune è dire “datemi una mano”, ma spesso non porta a nulla. È più efficace affidare compiti chiari a persone precise: qualcuno porterà il familiare a una visita, un altro o un’altra prepareranno i pasti, ecc. Infine, è fondamentale accettare che gli altri facciano le cose a modo loro, senza pretendere il perfezionismo o che siano fatte “come le farei io”: il motivo per cui molte donne si ritrovano a occuparsi di tutto da sole. In tutto questo è necessario coinvolgere anche gli uomini, che siano mariti o figli, non solo nelle attività pratiche, ma anche nella responsabilità emotiva, per ridistribuire i carichi e riconoscere che la cura è un lavoro di tutti. Per concludere, ricordiamo che le donne hanno diritto anche a non essere solo caregiver, ma ad avere tempo per sé, per la propria salute, per le proprie relazioni e passioni. Evitiamo, quindi, che il Natale diventi la festa del sacrificio», conclude Calderoni.