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In difesa dell’aborto

L'interruzione volontaria di gravidanza è a rischio in tanti, troppi paesi. Italia compresa. Ma un diritto così faticosamente conquistato va tutelato a ogni costo. In gioco c'è il nostro corpo. E la nostra libertà di scelta

«Certo, Claudine, abbiamo vinto, ma temporaneamente. Basta una crisi politica, economica e religiosa per mettere in discussione i diritti delle donne, i nostri diritti. Dovrai rimanere vigile per tutta la vita». Quando Simone De Beauvoir pronunciò queste parole, nell’autunno del 1974, le francesi avevano da poco ottenuto una vittoria passata alla storia: grazie a Simone Jacob, meglio conosciuta con il cognome da sposata, Veil, l’aborto era stato ufficialmente depenalizzato in tutta la Francia con una legge che portava il suo nome.

Aborto: la storia della depenalizzazione in Francia

La ministra della Salute, della Famiglia e della Sicurezza Sociale del governo Chirac, sopravvissuta alla Shoah e prima donna francese a ricoprire il ruolo di segretario generale del Consiglio Superiore della Magistratura, dopo un discorso epocale e una seduta fiume dinanzi a 469 uomini e sole 9 donne, riuscì a convincere l’Assemblea Nazionale a depenalizzare quello che in Francia era ancora un reato.

Per Simone De Beauvoir, però, la gioia del presente non doveva offuscare le lotte dell’avvenire: la celebre filosofa femminista, con la lungimiranza delle sagge di professione, metteva già in guardia la più giovane tra le firmatarie del Manifesto delle 343: Claudine Serre, poi Monteil, a 22 anni confessò di aver abortito insieme ad altre 342 donne sulla rivista Le Nouvel Observateur. Tra le firmatarie c’erano Marguerite Duras, Catherine Deneuve, Jeanne Moreau e Françoise Sagan. Sembra ancora di vederle, Simone e Claudine, commentare l’estasi di una vittoria già velata da una nube di futuri presagi. Sembra di vederle, e subito il presente ci sembra peggiore della distopia. In questa ambigua primavera in cui le parole tornano come spettri dal passato, i diritti acquisiti vacillano ancora.

L’aborto è ancora un diritto da difendere in Italia

Quello in cui viviamo è il presente in cui in Italia, sulla televisione di Stato, 7 uomini discutono di aborto trasformandolo in un argomento da talk show. Sullo stesso canale l’interruzione volontaria di gravidanza viene definita “un delitto, non un diritto”. Quel diritto su cui i femminismi degli anni ’70 si sono così profondamente interrogati – chi chiedeva una legge, chi la depenalizzazione, chi invocava la totale indipendenza da qualsiasi legiferazione sul corpo delle donne – oggi è diventato un tema da salotto televisivo.

Non solo: come un conflitto che ha covato sotto le macerie dei tabù e dell’omertà, è di nuovo esploso dimostrando quanto le scelte autoderminate delle donne sul proprio corpo, e quindi l’aborto, ossessionino la politica e il potere sin dai tempi della stregoneria. La stessa politica pronta a trasformare questo diritto nell’ennesima moneta di scambio per un voto in più, nell’ennesima propaganda. La legge 194, compromesso storico sul corpo delle donne siglato in quell’Italia del ’78 che aveva lasciato morire di aborto clandestino le proprie sorelle, madri e mogli, è ancora oggi il diritto della discordia.

Il diritto all’aborto oggi in Italia

Dopo anni in cui attiviste, associazioni e piattaforme online hanno continuato a raccogliere testimonianze allarmanti e ad avvertire della minaccia in corso in tutto il Paese, ora l’attuazione di una precisa volontà di controllo sulle scelte delle donne in Italia si è fatta realtà. Mentre la Francia ha appena inserito l’aborto in Costituzione e l’Unione europea si prepara a votare perché questo diritto sia incluso nella propria Carta Costituzionale, con un voto di fiducia del Senato – 95 sì, 68 no e 1 astenuto – l’Italia ha approvato un emendamento al disegno di legge per l’attuazione del Pnrr che legittimizza l’ingresso e le attività delle associazioni anti-scelta all’interno dei consultori familiari, spazi laici dove ogni donna dovrebbe sempre poter ottenere il certificato necessario all’interruzione volontaria di gravidanza.

L’emendamento presentato da Fratelli d’Italia e approvato in Commissione Bilancio dichiara che le Regioni, nell’organizzare i servizi dei consultori, possono «avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, anche del coinvolgimento di soggetti del terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità».

Ed è qui che l’ambiguità di quel compromesso storico discusso nel 1978, durante i giorni concitati e terribili del rapimento Moro, appare in tutta la sua amara ambiguità: l’emendamento è infatti in linea con le direttive della legge 194, che all’articolo 2 prevede che i consultori debbano contribuire a «far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza» e che possano avvalersi «della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita». Insieme alla Polonia e a Malta, 2 dei Paesi Ue con le direttive più restrittive, anche l’Italia è già stata richiamata.

La clausola di coscienza

La Commissione europea ricorda che in alcuni Stati membri, come appunto il nostro, l’aborto sia di fatto negato da una “clausola di coscienza” e che l’operazione dell’attuale governo, che sposta il soggetto dai consultori alle Regioni, quindi alle amministrazioni, non rientri nel decreto Pnrr: «Ci sono altri aspetti che non sono coperti e non hanno alcun legame con il Pnrr, come ad esempio la legge sull’aborto» si legge nella nota ufficiale.

A fotografare parzialmente la situazione italiana è l’ultimo report del Ministero della Salute, fermo al 2021 e ottenuto con 9 mesi di ritardo dopo le innumerevoli richieste dell’Intergruppo per i Diritti Fondamentali della Persona e un’interrogazione parlamentare: il 63,4% dei ginecologi è obiettore di coscienza. In alcune regioni la percentuale supera l’80%: come in Sicilia (85%), Abruzzo (84%) e Puglia (80,6%).

In Italia l’aborto viene sempre più osteggiato

Il report Legge 194. Mai dati di Chiara Lalli e Sonia Montegiove dice che in 11 regioni italiane c’è almeno un ospedale con il 100% del personale obiettore. Anche il percorso che culmina con il recente emendamento parte da lontano: dal fondo “Vita Nascente” del Piemonte, istituito nel 2022 con un budget di 400.000 euro, poi più che raddoppiato nel 2023 a 1 milione di euro, e gestito da associazioni che possono operare nei consultori. Parte, tra gli altri, anche dal fondo “Nasko” della Lombardia che nel 2010 nacque prevedendo l’erogazione di 3.000 euro in 18 mesi alle donne che rinunciavano all’aborto.

Mentre scrivo, in Florida è stata approvata la legge che vieta di abortire dopo 6 settimane di gravidanza. Dopo il ribaltamento da parte della Corte Suprema della storica sentenza Roe v. Wade del 1973, è uno dei divieti più restrittivi degli Usa, dove l’Associazione nazionale medici racconta di 65.000 donne rimaste incinte in seguito a un abuso che non hanno potuto interrompere la gravidanza.

Le testimonianze

Intanto ad Aosta Maria, un’ostetrica di 38 anni, conferma a Repubblica la denuncia pubblica della presidente del centro anti-violenza Anna Ventriglia. Le sue parole sono quasi sussurrate sull’uscio del reparto di Ginecologia e Ostetricia dell’ospedale Beauregard dove lavora da anni: «I medici, quando fanno l’ecografia alla paziente che ha scelto di interrompere la gravidanza, chiedono sempre se vuole guardare il monitor o ascoltare il battito cardiaco. A volte qualcuna accetta».

Intervenuta a Fuori Tg su Rai 3, Silvana Agatone, presidente di Laiga, Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della 194, ha raccontato di un gruppo che ci riporta ai tempi delle informazioni clandestine: «Abbiamo una chat tra colleghi: se qualcuno a Milano ha un posto libero, la donna che deve interrompere la gravidanza arriva dalla Campania. O magari dalla Sicilia va a Roma».

Conoscere la storia per cambiare il futuro

Ci aveva già messo in guardia, Simone de Beauvoir. E ora noi dobbiamo mettere in guardia le bambine e le ragazze che saranno presto donne. Lo dobbiamo alle donne venute prima di noi che hanno lottato per l’aborto, e quindi per una maternità libera e consapevole. La maternità oggi sacralizzata, mitizzata e poi abbandonata dalle istituzioni.

Lo dobbiamo a Milla Pastorino, la giornalista ligure che osò sfidare a mezzo stampa il crimine contro l’integrità e la sanità della stirpe realizzando per Noi Donne la prima inchiesta sull’aborto clandestino in Italia: I figli che non nascono. Lo dobbiamo a Simonetta Landucci, poi Tosi, la biologa che fondò il celebre consultorio autogestito nel quartiere di San Lorenzo a Roma, aprendo la strada alla legge del ’75 con cui il Parlamento istituì i consultori familiari. Al civico 100 di Via dei Sabelli, il suo volto è inciso su una mattonella accompagnata da una targa che è anche un monito: “Noi crediamo che la conoscenza diretta del nostro corpo e la salute fisica sia una tappa fondamentale sulla strada dell’autodeterminazione”.

Lo dobbiamo alla dottoressa Maria Luisa Zardini De Marchi, che sfidò l’enciclica di Papa Paolo VI pubblicando il suo libro Inumane vite, uscito nel 1969 come «un esperimento di assistenza sociale che svela le inutili tragedie provocate dai divieti legali e morali all’informa-zione sessuale e anticoncezionale. La più lunga inchiesta del genere condotta nel mondo». Lo dobbiamo a Margaret Crane, detta Meg: senza il suo prototipo del 1967, non avremmo avuto il test di gravidanza casalingo.

Un debito morale

Lo dobbiamo anche alle studentesse delle scuole superiori che ho incontrato nel borgo ligure di Cervo, incuriosite ed appassionate dalle vite di queste donne incredibili. Alla donna che ha preso parola durante una presentazione a Milano, alzandosi in piedi e pronunciando con coraggio una confessione lontana ma ancora viva: «Come la protagonista del suo romanzo, anche io ho viaggiato clandestinamente per compiere la mia scelta. Non ero su un pulmino, ma su un aereo diretto a Londra, aiutata dai Radicali». Come lei, tante ragazze del tempo sfidarono lo Stato, la morale e il destino per scegliere, ma anche per non morire.

Le ha ricordate anche il primo ministro Gabriel Attal dinanzi all’Assemblea Nazionale in una giornata memorabile per la Francia: «Abbiamo un debito morale con tutte queste donne che hanno sofferto nella loro carne e nel loro spirito, a volte fino al punto di perdere la vita. Queste donne che sono morte per aver voluto essere libere ancora ci perseguitano. Gli aghi degli aborti clandestini ci perseguitano». Il tempo, dicevamo, si riavvolge su se stesso.

Le parole di Oriana Fallaci

E come una beffa del presente oggi sono paradossalmente le parole di 50 anni fa a illuminare i nostri tempi bui. Bisogna tornare a un’anonima serata del 1976: sulla Rai è in onda il rotocalco giornalistico AZ, un fatto come e perché. Oriana Fallaci, prima donna a intervenire dopo 3 uomini, prende la parola:

«Io mi auguro che stasera ognuno di noi non dimentichi… Uno: che l’aborto non è un gioco politico. Io fo un compromesso con te e tu fai un compromesso con me. Tu chiudi un occhio su questo, io chiudo un occhio su quest’altro. Due: che a restare incinte siamo noi donne, che a partorire siamo noi donne, che a morire partorendo, abortendo o non abortendo, siamo noi donne. E che la scelta dunque tocca a noi. La decisione dunque tocca a noi. A noi donne. E dobbiamo essere noi, di volta in volta, di caso in caso, a prenderla, che a voi piaccia o meno. Tanto, se non vi piace, siamo lo stesso noi a decidere. Lo abbiamo fatto per millenni. Continueremo a farlo. Abbiamo sfidato le vostre prediche, il vostro inferno, le vostre galere. Le sfideremo ancora».

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