Non c’è tregua: prima l’allarme per la violenza dopo le manifestazioni del 17 ottobre, poi gli attacchi hacker ai supermercati e refrigeratori delle banche del sangue, in particolare in Francia, ma che non hanno risparmiato alcuni punti vendita di alimentari anche in Italia. Nel mezzo ci sono state le violazioni delle caselle di posta elettronica istituzionali (compresa quella di Giorgia Meloni) e gli accessi illeciti ai database delle banche. Come se non bastasse, i 27 allarmi bomba per voli aerei anche italiani delle ultime ore. Ce n’è quanto basta per aumentare lo stress, già altissimo, degli italiani.
Allarmi bomba e attacchi informatici aumentano l’ansia
C’è chi parla di “effetto panico” e chi di interesse ad “alimentare le tensioni”, come ha fatto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, appena poche ore fa, nel giorno dell’allarme bomba “diffuso” che ha riguardato poco meno di 30 voli aerei in tutta Europea. Ben 8 hanno coinvolto l’Italia e il titolare della Difesa non ha esitato a collegare tra loro quegli alert, partiti da una email scritta in italiano, insieme anche agli episodi più recenti in grado di generare insicurezza diffusa: «Noi abbiamo l’interesse a fare il contrario e a garantire la sicurezza del Paese. È un lavoro continuo e costante che riguarda tutti i settori dello Stato, la Difesa fa la sua parte, come la Polizia e chiunque altro».
Una “guerra sotto soglia”
Ma Crosetto non ha nascosto l’idea che si tratti di una «guerra sotto soglia», perché – ha spiegato – «è sotto la soglia di attribuzione. Viene fatta apposta in questo modo perché nessuno la possa attribuire a un colpevole». Il filo rosso che unisce gli allarmi bomba sugli aerei, però, si collega a quanto accaduto solo pochi giorni fa, con gli attacchi hacker ai supermercati e ai centri che custodiscono il sangue, o alle incursioni nei sistemi informatici istituzionali: «La stessa cosa vale per gli attacchi cyber: sono al 99% sotto la soglia di attribuzione. Quindi tu lo subisci, tu devi difenderti, magari ti fa dei danni ma nessuno può dimostrare che arriva da A, da b o da C. Uno può dubitare da dove può arrivare, ma… È una nuova minaccia e sono quattro anni che dico che in qualche modo dovremo abituarci a difenderci».
Lo stress in aumento: ne soffrono 6 su 10
Intanto, però, l’effetto immediato nella popolazione è un aumento dell’ansia e dello stress. Secondo il rapporto Gallup 2026, il 51% dei lavoratori italiani ha sperimentato livelli di stress elevati nell’ultimo periodo, contro una media europea del 39%. Da un’indagine Ipsos del 2025, inoltre, emerge che quasi 6 italiani su 10 (il 59%) hanno vissuto nell’ultimo anno momenti di stress così intensi da non riuscire a gestirli. Un’ulteriore conferma arriva dall’ultimo Report 2026 dell’Osservatorio Benèpsys, nel quale lo ‘Stress Index Italia’ ha un valore medio di 5,26 su una scala di 7. Dati che arrivano proprio alla vigilia della Giornata per la consapevolezza dello stress, il 7 novembre. Il problema «non è soltanto quanto stress viviamo: è il rapporto tra le richieste che dobbiamo affrontare e le risorse che abbiamo a disposizione», ha commentato all’Adnkronos Salute David Lazzari, presidente di Benèpsys.
Lo stress sta diventando normale?
Secondo l’esperto ciò che sta accadendo è una sorta di “normalizzazione” dello stress: «Quando questo equilibrio si altera e non riusciamo a recuperarlo, lo stress rischia di trasformarsi da normale e utile meccanismo di adattamento in una condizione persistente di sovraccarico. Oggi le pressioni derivano da una combinazione di fattori: ritmi di vita e di lavoro, responsabilità familiari, difficoltà economiche, incertezza sul futuro». Proprio il domani rappresenta una fonte di preoccupazione crescente, secondo gli esperti, sia in termini di ecoansia, sia per il bombardamento di notizie che riguardano conflitti, guerre e, di recente, minacce alla sicurezza sempre più nuove e sofisticate, come per i centri del sangue e i supermercati.
Aumenta l’insicurezza sociale
«Sia per gli allarmi bomba aeroportuali, sia per il sabotaggio ai refrigeratori del plasma, per esempio, l’obiettivo finale è lo stesso: creare una profonda insicurezza nella società. Nel caso degli allarmi bomba, si sfrutta la paura immediata legata al viaggio per scatenare il panico tra le persone. In questo scenario, il vero scopo non è uccidere o ferire fisicamente, ma paralizzare i trasporti, bloccare la vita quotidiana e causare pesanti danni economici e logistici. Quanto agli attacchi informatici ai sistemi di refrigerazione medica, non puntano al profitto economico, ma a causare danni letali, sfruttando la vulnerabilità dei pazienti in modo indiretto», chiarisce la psicologa e criminologa Cristina Brasi.
Nuove forme di terrorismo (psicologico)
Se si confrontano i recenti attacchi hacker ai frigoriferi dei supermercati o a quelli del sangue con gli allarmi bomba delle ultime ore, «si comprende la reale gravità anche dei primi: anche se entrambi creano molta paura, l’attacco al plasma rappresenta un vero e proprio salto evolutivo nel terrorismo: non si colpisce più una struttura, come un aeroporto, ma la possibilità stessa di essere curati e di sopravvivere», spiega Brasi, che sottolinea come «gli aggressori minano la fiducia pubblica nel sistema sanitario». La conseguenza è che in qualche modo tutti finiscono col sentirsi più vulnerabili, per esempio nella libertà di movimento o nel poter reperire cibo o farmaci o sangue, ritenuti fondamentali per la salute.
Tutti più vulnerabili
Oggi, rispetto al passato fatto di guerre tradizionali, cambia la percezione del pericolo e della vulnerabilità di tutti: «L’allarme bomba paralizza i trasporti per causare un disagio e un danno economico. Colpire le cure salvavita lancia un messaggio ancora più crudele: l’aggressore vuole dimostrare di avere il controllo totale sulla vita e sulla morte delle persone. In definitiva, in questa evoluzione del terrore cibernetico, l’aggressore non ha più bisogno di fabbricare ordigni o piazzare esplosivi: sfruttando l’invisibilità della rete, è il corpo stesso del malato, con la sua assoluta e tragica vulnerabilità, a essere trasformato nell’arma perfetta per ricattare e colpire l’intera società».
Come si reagisce alla paura diffusa?
La reazione nella popolazione, però, dipende anche dall’età. A provare una paura, a volte paralizzante, per esempio per il timore di non trovare cibo, di imbarcarsi su un aereo o di frequentare i luoghi pubblici «colpisce quasi esclusivamente le vecchie generazioni. Parliamo di un target adulto, lo stesso che in gioventù era abituato al finto allarme bomba per saltare la scuola. Sulle nuove generazioni l’effetto è diametralmente opposto perché i giovani sono cresciuti in un ambiente iper-sterilizzato, che non sa riconoscere e processare il senso del pericolo. Abbiamo parchi giochi progettati per azzerare ogni minimo rischio fisico, scuole che vietano attività ludiche tradizionali per timore di infortuni e, soprattutto, la costante presenza di ‘genitori spazzaneve’, pronti a rimuovere preventivamente qualsiasi ostacolo o frustrazione dal percorso dei figli».
I giovani, gli allarmi bomba e le violenze
Per questo, «di fronte a un procurato allarme, a un blocco delle strade o degli aeroporti o a una sommossa, il giovane non vive la paura del rischio, ma ne coglie l’opportunità, come è accaduto in alcuni casi nei saccheggi di capi di marca; oppure ricercando un picco adrenalinico: abituati all’adrenalina e alle endorfine prodotte quasi esclusivamente dai videogiochi e dai social network, il caos reale, la sommossa o l’allarme diffuso sono visti come minacce alla sopravvivenza. A volte sono persino un palcoscenico fisico, nella vita vera, per rilasciare la dopamina che fino a quel momento era stata stimolata solo dietro a uno schermo», osserva Brasi.
Come superare l’ansia da guerra diffusa
Per i tanti che però, a prescindere dall’età, vivono con ansia le nuove minacce può essere utile il ricorso a un paio di consigli pratici: «Per difenderci dal panico, dobbiamo innanzitutto riconoscere che stiamo affrontando questa minaccia con un sistema nervoso già stanco. Il clima di insicurezza va a riaccendere l’allarme che abbiamo già sperimentato con il Covid-19, portando la nostra mente a interpretare ogni imprevisto logistico come un pericolo di vita imminente. Il primo passo per non farsi travolgere dall’ansia è capire la differenza tra l’evento critico in sé, che non possiamo impedire, e il trauma, che invece possiamo gestire», spiega la psicologa.
Come sviluppare una sana “abituazione”
«Dobbiamo sviluppare una sana “abituazione”. Questo non significa rassegnarsi, fare finta di nulla o diventare facili bersagli, ma insegnare alla nostra mente a smettere di reagire con un picco paralizzante di adrenalina a ogni singolo allarme. L’obiettivo è spostare il controllo dall’emozione pura, che ci fa scappare o congelare, alla parte logica e razionale del cervello. Dobbiamo imparare a convivere con l’allerta mantenendo una costante “lucidità vigilante”. In pratica, intanto è vitale limitare l’esposizione alle notizie. Il nostro cervello non è strutturato per sopportare un senso di minaccia 24 ore su 24. Scorrere continuamente i social network o guardare i notiziari senza sosta satura la mente e ci tiene in uno stato di allerta perenne, meglio stabilire delle finestre temporali», sottolinea l’esperta.
Concentrarsi su ciò che possiamo controllare
Inoltre, «l’ansia si nutre della nostra frustrazione di fronte a cose più grandi di noi. Dobbiamo imparare a tracciare una linea netta tra ciò che subiamo, come i falsi allarmi nazionali o le decisioni geopolitiche, e ciò che possiamo gestire attivamente, come la nostra routine, i piani B per i trasporti e l’organizzazione della famiglia. Concentrare le nostre energie solo su ciò che è concretamente nelle nostre mani abbatte lo stress e ci restituisce un forte senso di sicurezza –spiega Brasi – Quando sentiamo che il panico sta comunque per salire, magari contachicardia o respiro corto, dobbiamo ancorarci al presente».
Come ritrovare la calma
«Funziona molto bene costringere la mente a eseguire un compito logico, come contare all’indietro o concentrarsi su tre oggetti specifici attorno a noi. Subito dopo, dobbiamo correggere il nostro pensiero, sostituendo l’idea catastrofica “siamo in pericolo di vita” con un’analisi reale della situazione: “siamo di fronte a un grave disagio organizzativo, ma non a una minaccia fisica immediata”». Infine, un’attenzione particolare anche ai più piccoli: «Questa lucidità è vitale anche per proteggere i nostri figli, evitando di trasformarci in genitori iperprotettivi, ma aiutandoli a costruire una reale resilienza di fronte agli imprevisti», conclude l’esperta.