La proposta di legge per introdurre in Italia il congedo parentale paritario e obbligatorio non andrà avanti.
La Commissione Bilancio della Camera ha deciso di fermare il testo dopo la relazione della Ragioneria generale dello Stato, che ha giudicato inadeguate le risorse previste per finanziarlo. In Aula la maggioranza ha poi confermato lo stop con 137 voti favorevoli, 117 contrari e 2 astenuti.
Il provvedimento, presentato in modo unitario da Pd, M5s, Iv, Azione e Avs, era arrivato in Aula il 20 febbraio ma l’esame si era interrotto in attesa dei chiarimenti tecnici sui costi.
Dopo il via libera della Commissione al blocco del testo, la proposta è stata di fatto archiviata. Le opposizioni parlano di scelta politica, la maggioranza richiama la necessità di coperture solide.
Cos’è il congedo parentale obbligatorio
Il congedo parentale è il periodo di astensione dal lavoro riconosciuto ai genitori nei primi anni di vita di un figlio.
In Italia le madri hanno un congedo obbligatorio di maternità, mentre per i padri è previsto un congedo obbligatorio molto più breve, pari a dieci giorni.
La proposta respinta puntava a introdurre cinque mesi obbligatori e non trasferibili per ciascun genitore, con un’indennità pari al 100 per cento della retribuzione.
La non trasferibilità avrebbe impedito a un genitore di cedere la propria quota all’altro, con l’obiettivo di garantire una condivisione effettiva delle responsabilità familiari.
Il peso della relazione tecnica
A determinare lo stop è stata la valutazione economica della Ragioneria dello Stato. Secondo la stima, la riforma avrebbe comportato una spesa di oltre 3 miliardi di euro l’anno: troppi rispetto alle coperture indicate nel testo.
Le opposizioni avevano chiesto di riaprire i termini per modificare la proposta o individuare nuove risorse, ma la maggioranza ha scelto di non proseguire l’esame. Un passaggio che ha trasformato un confronto tecnico in uno scontro politico.
Le reazioni: «Il governo dica perché no»
La segretaria del Pd Elly Schlein ha invitato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a spiegare le ragioni della chiusura: «Noi chiediamo alla maggioranza e alla presidente del Consiglio, prima donna premier di questo Paese, di fermarsi, di ripensarci o quantomeno di assumersi la responsabilità di dirci perché no». Secondo Schlein, la misura avrebbe rappresentato un sostegno concreto a famiglie e genitori.
Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha collegato la decisione al tema demografico: «Ormai il tasso di natalità è sceso a 1,18 e ci aspettiamo un tasso ancora più basso. Continueremo a insistere, la battaglia non si ferma qui».
Duri anche i coportavoce di Avs Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, che hanno accusato il governo di nascondersi dietro la questione delle risorse. Per Maria Elena Boschi si è persa un’occasione per intervenire sulle disuguaglianze nel lavoro, mentre la presidente di Azione Elena Bonetti ha parlato di una scelta che mantiene uno squilibrio sia nelle famiglie sia nelle imprese.
Parità, lavoro e natalità al centro del confronto
Il tema del congedo paritario si intreccia con quello della partecipazione femminile al lavoro e con il calo delle nascite.
Proprio nel giorno dello stop, il Rendiconto di genere dell’Inps ha segnalato che nel 2024 le donne guadagnano in media il 25,73 per cento in meno rispetto agli uomini.
Nel dibattito è stato citato anche il modello della Spagna, dove un sistema di congedi paritari è già in vigore.
Per le opposizioni, una riforma di questo tipo avrebbe potuto incidere sia sull’equilibrio tra vita e lavoro sia sulle scelte di genitorialità.
Per la maggioranza, invece, la priorità resta la sostenibilità economica. Il confronto politico, assicurano i promotori, non si chiude qui.