Non metterò mai più piede in Svizzera. Dopo la tragedia di Crans-Montana, con il sindaco della cittadina che dice che sono loro i più colpiti. Dopo che hanno dichiarato lutto cittadino il 9 gennaio, sia mai che si rovinasse l’incasso delle Feste e gli sciatori disertassero gli chalet. Dopo che nessuno si è dimesso.
Crans-Montana e l’ipocrisia delle regole svizzere
Nessuno di quelli che dovevano controllare, sorvegliare, multare. Loro che ti multano se superi il limite di 3 chilometri all’ora, salvo poi sfrecciare a 190 sulle nostre strade. Loro che si infarciscono di regole impettite, salvo poi controllare i locali solo quando aprono, e poi basta. Loro che – ascoltando (e traducendo) l’intervista al sindaco sulla testata Blick – dicono che il rivestimento non era da controllare; che un estintore basta, e c’era; che le uscite di sicurezza erano sufficienti; che nei lavori di rinnovo non serve l’autorizzazione se la destinazione d’uso non cambia (cioè in pratica rinnovi un locale pubblico come ti va e a noi non ce ne frega nulla).
Dov’è la Svizzera in cui tutto è perfetto?
Ho frequentato la Svizzera del Canton Ticino qualche volta, negli anni Novanta. Per me Lugano era un lussuoso e asettico non luogo e dei pochi svizzeri conosciuti conservo ricordi come di ectoplasmi impagliati in salsa di status symbol, impalati di regole e benpensantismo, tutti di facciata. L’ho sempre visto come territorio di neutralità amorale e di personaggi con delirio di superiorità che si sentono bene solo se si blindano di norme, per di più tendenti alla cupezza montagnola innevata di ipocrisia. Del resto, l’assurda dottrina calvinista nacque qui.
Troppo facile incolpare gli smartphone
Trovo ripugnante chi sui social ha spostato l’attenzione dai responsabili della tragedia ai ragazzi, che avrebbero perso tempo riprendendo l’incendio. Chi ha dato in pasto all’algoritmo la tragedia di queste famiglie colpevolizzando i genitori e la società tutta che non saprebbe educare i ragazzi. Non li sapremmo educare a riconoscere il pericolo, a scappare, a salvarsi. Ma noi, invece, noi adulti, come siamo stati educati? Ma ve lo ricordate?
Com’eravamo noi da ragazzi?
I cellulari non c’erano, eppure le tragedie accadevano lo stesso. E se non accadevano, era pura fortuna. Quante volte abbiamo ballato in stamberghe sotterranee con le sigarette accese? Quante volte siamo stati al cinema con la gente che fumava? Quante volte abbiamo fatto l’autostop rischiando, noi ragazze, di essere violentate, se non peggio? Quante volte abbiamo accettato passaggi dagli sconosciuti? Quante volte abbiamo corso sui motorini, senza casco e col motore truccato? Quante volte abbiamo pigiato sull’acceleratore della macchina nei piazzali con la ghiaia, per derapare? Io le ho fatte tutte, queste cose, anche se sapevo che non dovevo farle. È questa l’adolescenza, ieri come oggi. E non scomodiamo gli esperti a spiegarci la faccenda dell’amigdala che non è ancora sviluppata: lo sappiamo tutti com’è il cervello degli adolescenti.
La mancata percezione del pericolo
Lo sappiamo tutti che la percezione del pericolo a 15, 16 anni non ce l’hai. Che anche se i tuoi genitori ti hanno fatto prediche su prediche, non ascoltarle, anzi violarle e sfidare il rischio con i tuoi amici è più forte di tutto. E fa niente se il rischio è il fuoco: è successo tutto in pochi secondi, con la musica altissima, e tutti che continuavano a ballare, senza capire. I veri colpevoli sono solo quelli che hanno permesso tutto ciò, non quei poveri ragazzi e i loro cellulari. Addossare la responsabilità sugli smartphone è solo un altro modo per distogliere l’attenzione da chi le responsabilità ce le ha davvero.