
«Lo sport può cambiarti la vita. Io ero una bimba molto chiusa, stavo sempre a casa a studiare». La voce di Diana Bianchedi si scalda mentre rievoca quella bambina che osservava il mondo da dietro un libro. Sorride dolcemente e le mani si muovono nell’aria come a disegnare un ricordo lontano. Poi, un giorno, il fioretto. La disciplina, la squadra, la fatica e la scoperta che dietro un gesto atletico c’è una forza capace di cambiare tutto.
Diana Bianchedi: dallo sport alla leadership per Milano Cortina 2026
Oggi quella bambina è una donna solare, energica, sempre sorridente. Capace di parlare con naturalezza davanti a migliaia di persone, con la stessa determinazione con cui, anni fa, scendeva in pedana. Atleta di spicco nel fioretto, ha vinto due ori olimpici a squadre — Barcellona 1992 (prima squadra femminile italiana a conquistare l’oro) e Sydney 2000 — e cinque titoli mondiali a squadre tra il 1991 e il 2001. Dopo la laurea in Medicina e la specializzazione in medicina dello sport, oggi guida uno dei progetti più complessi e visionari del Paese: è Chief Strategy Planning & Legacy Officer della Fondazione Milano Cortina 2026. «Lo sport è uno strumento potentissimo» racconta e nel tono c’è la certezza di chi lo ha vissuto sulla propria pelle. «Può parlare a tutti di tutto: di salute, di parità, di inclusione, persino di salute mentale. Ecco perché credo così tanto nella legacy dei Giochi, in ciò che resta dopo o meglio, in ciò che comincia proprio adesso».
Legacy olimpica: costruire un’eredità che va oltre la medaglia
La legacy per lei non è una parola astratta, ma un progetto vivo, che si costruisce giorno dopo giorno. «Significa lasciare un’eredità positiva, tangibile e intangibile. Da un lato infrastrutture e servizi, dall’altro valori, competenze, cultura del movimento. È un lavoro corale, che parte oggi e guarda al futuro». I suoi esempi sono concreti: «Il Villaggio Olimpico di Milano diventerà uno studentato universitario, il nuovo palazzetto di Santa Giulia sarà un’arena per sport e cultura, a Predazzo investiamo su efficienza energetica e accessibilità, e in montagna stiamo contrastando lo spopolamento grazie a nuovi collegamenti e visibilità internazionale. L’Olimpiade è un grande evento sportivo, certo, ma soprattutto è un acceleratore. E bisogna saperlo sfruttare».
Parità di genere in pista
Il suo percorso dentro la Fondazione è stato, come lei dice, “una maratona fatta di sprint”. «All’inizio mi sono occupata della strategia, poi del planning — più di 26.000 milestone! — e adesso finalmente della parte che amo di più: la legacy. Dopo aver “rotto un po’ le scatole”, posso dedicarmi a ciò che davvero mi appassiona: lasciare un segno» dice. C’è una legacy che si tocca — infrastrutture, fibra, servizi — e una che si sente, più profonda e culturale. «Penso alla gender equality: nel Comitato abbiamo raggiunto il 50% di donne e 50% di uomini, e non è stato semplice. Gli icemakers (i tecnici specializzati nella preparazione e manutenzione del ghiaccio per le competizioni, ndr) per esempio, sono quasi tutti uomini! Ma oggi possiamo dire che Milano Cortina sarà anche un simbolo di parità reale» racconta.
Dual career e nuove opportunità
Quando parla delle Olimpiadi, Diana racconta un mondo in movimento continuo. «È un percorso particolare: parti da zero, arrivi a oltre cinquemila persone e poi tutto si chiude. Serve correre, essere multitasking, avere empatia. E in questo noi donne siamo fortissime». Accanto ai temi dell’inclusione e della sostenibilità, c’è la grande sfida dell’educazione sportiva e della dual career. «Troppi ragazzi oggi lasciano lo sport a 14 anni. Con il percorso della dual career, invece, possono conciliare studio e sport senza rinunciare a nulla. È un cambiamento culturale enorme. Grazie all’accordo con CONI, CIP e la Conferenza dei Rettori, e a un decreto ministeriale, gli studenti-atleti possono finalmente seguire percorsi flessibili e personalizzati. È un passo avanti decisivo» specifica.
Giovani e sport: le opportunità di Milano Cortina
E poi c’è il futuro, quello che si costruisce giorno per giorno. «In queste Olimpiadi, il 30% dei ragazzi avrà il primo impiego. È una generazione che sta imparando un mestiere nuovo — quello dell’organizzazione sportiva — e che porterà questo patrimonio nel futuro del Paese. Nelle nostre università dovremmo iniziare a insegnarlo: è una competenza preziosa, che può aprire tante strade».
Mentre parla, è impossibile non lasciarsi trascinare dal suo entusiasmo. C’è la lucidità della manager, il rigore del medico e la passione dell’atleta. «Lo sport mi ha insegnato che non si vince mai da soli. E che il vero successo non è la medaglia, ma quello che lasci dietro di te». E lo dice con un sorriso che riassume tutto: la determinazione dell’atleta, la visione della dirigente e la leggerezza di chi sa che l’impegno può anche essere gioia. Forse è questa la sua vera eredità: un’Olimpiade che non finisce con la cerimonia di chiusura, ma continua ogni giorno, nelle vite delle persone che ha saputo ispirare.