Da tempo si discute di scuole aperte anche d’estate, per ospitare attività ricreative per i figli di genitori che lavorano. Ora, però, nel pieno della quarta (e più lunga, finora) ondata di calore del 2026, la richiesta è esattamente opposta: tenere chiuse le aule e posticipare la ripresa delle lezioni, almeno finché la morsa del caldo non si deciderà a “mollare”. Come scrive Euronews, infatti, Paesi come la Spagna, la Francia e l’Italia stanno valutando una modifica nel calendario scolastico. Che sia fattibile?
Posticipare la ripresa delle lezioni
Questa estate le giornate da bollino rosso sembra che non finiscano mai: proprio oggi sono ben 27 su 27 le città che segnano il picco di calore, ossia tutte quelle monitorate dal Ministero della Salute. Si tratta del valore massimo di allerta per il caldo che corrisponde al livello 3, cioè di una possibile situazione di emergenza con potenziali effetti negativi sulla salute, non solo sulle persone fragili, ma anche sane e attive. Proprio come bambini e ragazzi, studenti insomma. Il problema è che non si riesce a prevedere se anche a settembre si assisterà a un andamento record come quello registrato fin da giugno. E il pensiero corre a chi dovrà tornare in aule roventi: meglio posticipare?
Modificare il calendario scolastico per il caldo
Come spiega la Eurydice, la rete della Commissione UE che si occupa di educazione, la durata delle vacanze estive varia molto da Paese a Paese in Europa: in media da 8 a 12 settimane, con l’Italia che ha il primato di ben 98 giorni di pausa a fronte dei soli 36 della Svezia. Nel mezzo si trovano Grecia (87), Spagna e Romania (79), Austria (65), Belgio fiammingo (62), Francia (59), Belgio vallone (52) e Germania (46). Anche nel nostro Paese ci sono, però, differenze territoriali, con le scuole del nord che in genere riaprono prima e quelle del sud che tardano di qualche giorno, complice anche e proprio il maggior caldo. Ora il dilemma è se, di fronte ai cambiamenti climatici, non sia il caso di modificare il calendario scolastico
Spagna e Francia valutano l’idea
Non a caso, infatti, l’idea di mettere mano ai giorni di chiusura e riapertura è al vaglio delle autorità soprattutto nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, come Francia e Spagna che, come l’Italia, stanno facendo segnare record di caldo mai visti. «Intanto va premesso che l’Italia ha già una pausa estiva molto lunga, quindi da un punto di vista pedagogico ridurre un periodo così ampio sarebbe un bene. Il problema non è tanto il numero complessivo di vacanze rispetto all’anno scolastico, ma il fatto che sia concentrato soprattutto in estate, tolto il quale rimangono sostanzialmente solo Natale e Pasqua, molto corto», spiega Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale dei Presidi (ANP).
In Italia è impossibile posticipare l’inizio dell’anno
Il problema è che non è possibile, proprio perché non ci sono altri periodi di sospensione delle lezioni nel corso dell’anno sui quali intervenire: «Ipotizzare di iniziare a ottobre non permetterebbe di garantire il minimo annuale di ore, se non riducendo le pause per il periodo natalizio e pasquale. Non è materialmente fattibile. Al contrario, dovremmo iniziare i primi di settembre e terminare a fine giugno, su modello di altri Paesi che, anche nelle graduatorie internazionali, mostrano come possono migliorare anche i rendimenti scolastici», sottolinea Giannelli.
Un problema di strutture, non di insegnanti
Se l’idea di tenere le scuole aperte in estate crea problemi di tipo contrattuale per gli insegnanti, in questo caso le difficoltà hanno a che fare più con le infrastrutture che non con il personale: «Quello dei docenti oggi è un aspetto secondario, piuttosto occorre intervenire sull’edilizia scolastica e le implicazioni economiche non sono da poco. Per esempio, servirebbero condizionatori nelle aule. In Italia abbiamo 400mila aule, in parte in diminuzione a causa del decremento demografico. Si dovrebbe prevedere l’acquisto di impianti e già questa è una prima spesa», osserva il presidente dell’ANP.
Spese e interventi insostenibili
«Pensiamo poi al funzionamento e alla manutenzione: in termini di consumo elettrico, equivarrebbe a circa 1 Gigawatt ora. Poi bisognerebbe adeguare gli impianti perché, se in una scuola si installano 50 condizionatori per 50 aule, si arriva a 50 KWatt di potenza in più. E non è detto che gli impianti attuali reggano. Come detto, poi, servirebbe una manutenzione dei filtri annuale, per evitare malattie respiratorie, allergie, ecc. Tutto ciò comporta, quindi, una serie di spese aggiuntive e stanziamenti permanenti, non certo una tantum. Questa disponibilità economica esiste?», si chiede Giannelli.
Strutture vecchie e inadeguate
Il caldo ha interessato anche il nord Europa, ma con picchi meno elevati. A gravare ancora di più, però, è l’inadeguatezza delle strutture: nelle classi italiane non c’è aria condizionata (e, al contrario, spesso d’inverno ci sono problemi di riscaldamento). «Pareti più spesse e isolanti permetterebbero di evitare l’aria condizionata. Ma noi abbiamo circa 40mila edifici e anche in questo caso occorrono investimenti e tempo per l’adeguamento. Non è una soluzione a breve termine, quindi. Certo, se non si inizia, non si potrà trovare una risposta neppure in futuro, ma è un dato oggettivo che negli ultimi 30 o 40 anni non si è affrontato il problema», osserva Giannelli.
Le conseguenze del caldo sui ragazzi
C’è poi un altro aspetto da valutare: secondo l’Unicef, già nel 2024 più di 900mila giovani europei hanno risentito delle ondate di calore in termini di interruzione nei programmi educativi. È accaduto soprattutto in quei Paesi nei quali la chiusura dell’anno scolastico è avvenuta a fine giugno o a inizio luglio, quindi già in piena estate. Secondo l’European Climate and Health Observatory (ECHO), inoltre, oggi sono ben 16.650 le scuole nell’Ue dove si sono registrate temperature superiori ai 36°C durante l’anno. Entro il 2050, invece, si prevede che 34.400 istituti registreranno almeno un giorno di caldo oltre i 30°C nel corso dell’anno scolastico. Ma se le previsioni di riscaldamento globale saranno confermate, tra il 68% e l’82% dei giorni supererà questa soglia.
Quali misure occorrono
Se in Francia e Belgio le lezioni sono già state sospese nelle scorse settimane, a causa delle temperature elevate, molti Stati si stanno adoperando per pensare a soluzioni più strutturate. Per esempio, in Belgio si pensa di dotare le aule di termometro per capire quando i livelli di calore superano quelli dalla legge. In Spagna, invece, hanno sperimentato orari differenti, per esempio con inizio delle lezioni alle 8 invece che alle 8.30 e termine alle 15 invece che alle 16.30. «È chiaro che si tratterebbe di modificare radicalmente le abitudini di milioni di persone. Inoltre, in Italia si entra già alle 8, quindi si dovrebbe anticipare alle 7.30, ma non vedo un enorme vantaggio. L’unica soluzione è quella strutturale: sugli edifici», conclude Giannelli.