Filippo Mosca
Filippo Mosca, 29 anni

Filippo Mosca, la mamma: «Mio figlio in un carcere disumano»

Filippo Mosca e Luca Cammalleri sono stati condannati in appello a 8 anni e 3 mesi per un reato che non hanno commesso, scagionati dall'autrice stessa del reato. Hanno vissuto mesi in condizioni disumane, ora sono stati trasferiti in un altro carcere. La mamma chiede aiuto

Topi, che mangiano anche i materassi e le reti. Escrementi di topi, a migliaia. Topi che ti svegliano la notte dal rumore delle loro mandibole, impegnate a triturare le poche provviste del market della prigione. Topi che popolano anche il buco sozzo nel pavimento, da usare come wc. Cibo come rancio della truppa, una pappa di pasta e latte. Acqua, poca, da comprare, come la carta igienica. Così vivono da quasi un anno Filippo Mosca, 29 anni, e Luca Cammalleri, 30, due italiani di Caltanissetta arrestati nel 2023 in Romania e detenuti nel carcere di Poarta Alba per traffico internazionale di droga. Con loro anche una giovane donna italiana, di cui non si conosce l’identità, che vive a Barcelona e si è assunta tutta la responsabilità dell’accaduto. 

Luca Cammalleri, 30 anni
Luca Cammalleri, 30 anni

L’accusa a Filippo Mosca

 Nonostante la ragazza abbia scagionato i due amici, lo scorso 7 marzo sono stati condannati tutti anche in appello dopo una detenzione di quasi un anno: 8 anni e 3 mesi di carcere, dice la sentenza dei giudici romeni, chiamati a legiferare sulla precedentea sentenza di altri colleghi. L’accusa è di traffico internazionale di droga: parliamo di 150 grammi tra chetamina, hashish e mdma, contenuti in un pacco indirizzato alla ragazza ma, su sua richiesta, come dimostrano i messaggi sul cellulare di Filippo Mosca, fatto recapitare nell’hotel dove soggiornavano gli altri due amici, insieme alla fidanzata di Filippo. 

I tanti errori nella vicenda di Filippo Mosca e Luca Cammalleri 

La storia non è ingarbugliata, ma solo il frutto di tanti, tantissimi errori, come denuncia Ornella Matriaxa, la mamma di Filippo Mosca, che vive con le altre due figlie a Londra, dove insegna italiano. «Filippo era partito con la fidanzata e Luca Cammalleri per il Sunwaves, il festival di musica tecno che si tiene ogni anno a Costanza e che richiama migliaia di persone. Il giorno prima di ripartire per l’Italia vengono tutti arrestati nell’albergo dove risiedevano e dove, su richiesta di un’altra ragazza italiana, era stato recapitato un pacco destinato a lei, che il corriere non aveva potuto consegnare nell’hotel da lei appena lasciato. La polizia li arresta tutti, nonostante la ragazza dichiari l’innocenza degli altri e che il pacco era per lei. Vengono tutti messi in una stanza e ascoltati di nascosto per 21 ore, senza la possibilità di chiamare un avvocato né un interprete né le famiglie. Le intercettazioni non vengono trascritte nella lingua originale, per poi essere tradotte in italiano successivamente, ma scritte direttamente in romeno, con errori clamorosi che traducono modi di dire in modo letterale: come “mi ha fatto il pacco” o l’espressione “fra”, intesa come “Francesco” quando tra ragazzi vuol dire “fratello, amico”. Insomma tante espressioni che puntano a costruire una colpevolezza a  tavolino, per lui e per gli altri. Unica a uscire indenne è la fidanzata di Filippo, rimasta terrorizzata in silenzio in quelle ore di intercettazioni».

La cella del carcere di Porta Alba fotografata da una delle sorelle di Filippo Mosca
La cella del carcere di Porta Alba fotografata da una delle sorelle di Filippo Mosca

«Il carcere in Romania è un business»

Tutti gli errori di traduzione non sono affatto casuali. «In Romania esiste un vero e proprio sistema che campa sulla detenzione degli stranieri. Mio figlio e i suoi amici erano andati al Sunwaves, il festival di musica tecno che si tiene ogni anno a Costanza. Guarda caso, quest’anno sono state appena arrestate 200 persone, tra stranieri e romeni: tutto ciò per alimentare un’economia parallela che nutre il sistema giudiziario, tra avvocati locali che si è costretti ad assumere per difendersi, le spese giudiziarie da coprire quando si viene condannati, i costi di affitto delle strutture in cui soggiornare per partecipare alle udienze e poter vedere il proprio familiare in carcere, i soldi che il detenuto spende in carcere per poter acquistare il cibo». Cibo talmente pessimo che costringe i detenuti a procacciarselo al market interno del carcere, dove però si possono prendere solo scatolette, con conseguenze importanti sulla salute.

Il “bagno” del carcere

«Filippo in quest’anno vissuto così si è gonfiato e ha iniziato ad avere disturbi svariati. Sempre meglio comunque dei primi 21 giorni, vissuti in una cella in isolamento assalito giorno e notte dai topi, in seguito ai quali è stato spostato in una stanza di 30 metri quadrati con 24 persone e un bagno solo. Lì è stato aggredito più volte col coltello e l’acqua bollente, finché finalmente sono riuscita a contattare il Ministero degli Esteri, che si è attivato». 

Da una cella all’altra

La mamma di Filippo è così riuscita a far spostare il figlio in un’altra cella. «Per mesi ho comunicato solo con l’ambasciata, senza ottenere risposte significative. Ogni mese prendevo in affitto un appartamento a Costanza per poter cucinare del cibo e glielo portavo in carcere. Poi ho capito che dovevo contattare il Ministero degli Esteri, e lì ho finalmente ricevuto ascolto e attenzione» racconta Ornella Matriaxa. «Filippo e Luca sono stati quindi trasferiti in un’altra cella con sei ragazzi tra italiani e inglesi, tutti in attesa di giudizio Dopo la sentenza di condanna in appello, sono stati spostati nel carcere di Bucarest e stiamo aspettando di potergli parlare». Le famiglie faranno ricorso contro la sentenza e anche ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, per la violazione dei diritti fondamentali avvenuta nelle prime fasi della detenzione. Il prossimo passo concereto, però, è trasferire i ragazzi in Italia, come recita la convenzione di Strasburgo.

Cosa dice la Convenzione di Strasburgo

Questa convenzione stabilisce che un detenuto possa richiedere di scontare la pena nel Paese di provenienza: perché quindi non è di facile applicazione? Lo chiediamo a Katia Anedda, presidente dell’associazione Prigionieri del silenzio che tutela i detenuti italiani nelle carceri straniere e autrice del libro Prigionieri dimenticati. «La Convenzione andrebbe rivista perché lo spostamento del detenuto è a discrezione del Paese di condanna. Basti guardare al caso Chico Forti: per molti anni il governatore della Florida si era rifiutato di concedere il permesso per questioni politiche. Sappiamo che negli Usa i magistrati sono molto forti: piu cause vincono più hanno possibilità di mantenere il loro status. Lo so per esperienza personale, avendo affrontato nel 2004 un calvario di anni per una condanna ingiusta calata sul mio ex compagno, proprio in America. Da lì è nata l’associazione». C’è poi un altro aspetto da considerare: la Convenzione in molti casi non è conosciuta. «Non è automatico riconoscere ai detenuti questo diritto: a volte ci sono problemi burocratici, altre volte i consolati non danno informazioni precise, o vengono travisate. Tutti gli ingranaggi devono funzionare al meglio per trasferire una persona:  gli avvocati per esempio devono fare certe azioni, ma è poi il consolato che deve agevolarle».

Tanti gli italiani in carceri straniere, alcuni ingiustamente

Ilaria Salis e Chico Forti sono diventati casi mediatici, cavalcati dalla politica: una ha ottenuto di trascorrere ai domiciliari la carcerazione preventiva, l’altro di venire in Italia a scontare la sua pena. Poi ci sono Filippo Mosca e Luca Cammalleri, su cui ora si stanno accendendo i riflettori. Ma quante storie come quella di Filippo e Luca non conosciamo? «Sono 2.168 gli italiani in carcere in altri Paesi: numeri comunque sottostimati, perché ritraggono solo quelli che hanno chiesto aiuto alla Farnesina. Gli altri non rientrano in questa casistica» spiega Katia Anedda. «Storie come quella di Marcello Doria, che dal 2005 è recluso in Argentina per un omicidio che sostiene di non aver commesso, o Fulgenzio Objang, un ingegnere italiano originario della Guinea Equatoriale residente a Pisa dal 1988, con moglie e figli, che ha sempre combattuto il regime del suo Paese. Nel 2018 si reca in Togo per un viaggio di lavoro e lì viene rapito dai servizi segreti. Poi si apprende che è in prigione con una condanna a 60 anni. Il nostro ambasciatore l’ha incontrato a febbraio ma al momento non si vedono sbocchi».

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