In Italia otto giovani su dieci sotto i 30 anni vivono ancora con mamma e papà. L’ultimo rapporto Ocse colloca il nostro Paese ai vertici mondiali per permanenza prolungata nella casa dei genitori, accanto a realtà come la Corea del Sud.
Non si tratta di una scelta di comodo o di una caratteristica «tipicamente italiana», ma della conseguenza di un percorso verso l’indipendenza sempre più accidentato: gli affitti crescono, gli stipendi restano fermi e ottenere un mutuo è difficile. La crisi abitativa pesa soprattutto sulle nuove generazioni, e nelle famiglie italiane sono spesso le donne a sostenere il carico emotivo ed economico di figli adulti che vorrebbero spiccare il volo, ma non trovano le condizioni per farlo.
Cosa dicono i dati Ocse
Secondo il rapporto, circa l’80% degli under 30 italiani vive ancora con i genitori, una percentuale che ci colloca tra i primi Paesi sviluppati per permanenza familiare. Solo la Corea del Sud registra numeri simili.
Nell’area Ocse, in media, la quota di giovani tra i 20 e i 29 anni che vive in famiglia è intorno al 50%, mentre la media europea è poco sopra il 55%. L’Italia, insieme a Spagna, Portogallo e Grecia, si muove su valori decisamente più alti.
Il dato emerge anche quando si guarda alle fasce più giovani: tra i 18 e i 24 anni, quasi il 60% degli italiani teme di non riuscire a trovare una casa adeguata nei prossimi due anni. Un’ansia condivisa, ma più diffusa in Paesi come Grecia e Spagna, che superano il 70%.
Perché gli under 30 restano più a lungo in famiglia
Le cause non sono nuove, ma oggi pesano di più. Gli affitti continuano a salire e in molte città sono diventati proibitivi rispetto ai redditi d’ingresso nel mondo del lavoro. Non a caso la via con gli affitti più cari al mondo è proprio in Italia. Il costo delle case, anche per chi volesse acquistare, non è allineato agli stipendi medi, mentre i mutui risultano difficili da ottenere senza garanzie solide.
La precarietà professionale è un altro ostacolo: contratti brevi, tirocini pagati poco o nulla, carriere che partono lentamente. Una condizione che rende complicato firmare un contratto d’affitto o assumersi spese fisse.
Non si tratta quindi di scarsa volontà o di un attaccamento «culturale» alla famiglia, ma di barriere strutturali che rallentano l’autonomia: proprio come sottolinea anche Eurofound, la crisi abitativa incide in modo diretto sulla possibilità dei giovani di costruirsi una vita adulta indipendente.
Il confronto con gli under 30 europei
La fotografia europea mostra un divario netto tra Nord e Sud. Nei Paesi scandinavi, come Finlandia e Danimarca, i giovani lasciano la casa dei genitori intorno ai 21–22 anni. Qui il welfare abitativo è più forte e il mercato del lavoro più stabile.
In Svezia e Norvegia la quota di under 30 che vive in famiglia oscilla tra il 10% e il 20%. In Germania la percentuale sale ma resta intorno al 30%, mentre Francia e Regno Unito viaggiano tra il 40% e il 50%.
Il Sud Europa, invece, racconta una storia diversa. Italia, Spagna, Portogallo e Grecia condividono difficoltà simili: affitti alti, contratti instabili, salari più bassi rispetto al costo della vita. Un insieme di fattori che ritarda il passaggio all’età adulta indipendente.
Cosa significa tutto questo per le famiglie
Quando un figlio resta più a lungo a casa, a sostenere la quotidianità familiare sono spesso le madri. Preparano, organizzano, si preoccupano. Sono un punto di riferimento emotivo, oltre che pratico, per giovani che vivono un limbo tra desiderio di autonomia e impossibilità reale di ottenerla.
Anche la progettualità delle famiglie cambia: serve più spazio, più risorse economiche, più energia per sostenere figli che studiano, lavorano o cercano di farlo in un sistema che fatica a valorizzarli. Tutto questo può creare tensioni, ritardare i progetti personali dei genitori e rendere più complesso il passaggio verso una nuova fase della vita. Eppure, nonostante le difficoltà, proprio la famiglia resta il primo ammortizzatore sociale del Paese.
Una questione strutturale, non individuale
L’immagine dell’«eterno adolescente» non descrive la realtà italiana. I giovani che vivono con i genitori non lo fanno perché non vogliono andarsene, ma perché non riescono. È un problema che tocca il lavoro, la casa, la mobilità sociale e, di riflesso, la crescita economica del Paese.
Capire questo significa cambiare prospettiva: non puntare il dito sui singoli under 30, ma sulle condizioni che impediscono a un’intera generazione di diventare autonoma. Ed è proprio da qui che può iniziare un cambiamento.