Famiglie sempre meno numerose, con pochi figli, se non addirittura senza. È una tendenza che sta crescendo, non solo in Italia, dove si vive il ben noto “inverno demografico”, ma persino in Cina: nel 2025 il Paese del Dragone ha registrato il maggior calo di nascite dalla grande carestia del 1959-61.
La popolazione, secondo i dati diffusi dall’Ufficio nazionale di statistica (NBS), è diminuita di 3,39 milioni di persone. Pur restando la seconda al mondo alle spalle dell’India, inizia a perdere una quota consistente di giovani. C’è chi parla di primi problemi economici, ma anche chi ipotizza scelte ben precise come il venir meno del senso del “dovere sociale di far figli”, unito a un maggior “egoismo”.
Anche la Cina fa meno figli
I dati dell’istituto di statistica cinese non lasciano dubbi: il calo demografico non è un fenomeno passeggero, perché si ripresenta per il quarto anno consecutivo. Per questo la riduzione nel numero delle nascite inizia a rappresentare un problema: dopo anni di politica del figlio unico, infatti, ora il Governo di Pechino si trova ad affrontare l’esigenza contraria, arrivando a incoraggiare i giovani a tornare a mettere su famiglia. A pesare sulle scelte delle nuove generazioni, però, ci sarebbero diversi fattori concomitanti.
Stop al “dovere sociale” della famiglia
Il costo della vita, infatti, sta aumentando anche in Cina, mentre i salari iniziano a non essere adeguati. Anche il lavoro diventa più precario e questo limita i progetti futuri dei giovani, che rinunciano alla genitorialità. C’è però anche chi riscontra una nuova tendenza, più sociale che finanziaria: il venir meno del “dovere sociale” di metter su famiglia. Se fino a qualche tempo fa, infatti, la genitorialità rientrava in una sorta di obbligo più o meno implicito, oggi sarebbe venuta meno l’idea di dover contribuire al benessere e all’equilibrio sociale, facendo figli. Diventando una scelta personale e privata, quindi, ci si sentirebbe più liberi di non diventare genitori e magari anche di non sposarsi.
I giovani sono più egoisti?
In quest’ottica le scelte dei giovani sono lette negativamente da chi appartiene alle generazioni precedenti, cresciute con un forte senso del dovere sociale: oggi, dovendo o potendo scegliere come gestire la propria vita, si tenderebbe a investire maggiormente nel proprio benessere personale, invece che su quello collettivo. I figli diventano, quindi, un’opzione tra le altre, compresa quella di privilegiare l’autorealizzazione nel lavoro o nella vita privata individuale. Ma è davvero così?
Perché si rinuncia davvero alla famiglia
Sicuramente è diffusa anche l’idea che, piuttosto che mettere al mondo un figlio senza la garanzia di potergli offrire il meglio, è preferibile rinunciare a maternità e paternità. Ancora una volta, quindi, torna il problema economico. Si tratta di un quadro analogo a quello italiano, che però conta su dati più allarmanti: «Un report dell’Istat del 22 dicembre scorso lo conferma: a domande precise su un campione molto ampio di popolazione in età riproduttiva, emerge che il motivo principale della mancanza di figli è economico», sottolinea Agnese Vitali, Professoressa di Demografia presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento
Non è solo questione di sussidi
«Attenzione, però: non si tratta solo di mancanza di sussidi o strutture sociali di supporto alle famiglie già esistenti. Il questionario Istat mostra come in Italia, come in buona parte dell’Europa, la vera emergenza è la crescita delle persone che, in età fertile, non hanno neppure il primo figlio», chiarisce Vitali – A domande precise sul perché, gli intervistati hanno parlato di precarietà nel lavoro, con contratti a tempo determinato o sottopagati, non adeguati al costo della vita, specie nelle grandi città, dove pesano il caro-affitti o le difficoltà di accesso al credito per acquistare una casa. Non si parla, quindi, di mancanza di nidi o costi per baby sitter. Il problema è ormai a monte».
Meno figli: una scelta forzata
Non fare figli, quindi, non sarebbe ancora una «scelta consapevole e libera: il 22% delle donne, che rappresentano il campione sul quale si hanno più facilmente dati, non dice di aver escluso la maternità dal proprio progetto di vita, ma si limita a un “La vita è andata così”. Certo, la quota di chi non vuole figli c’è ed è in aumento, persino in paesi come la Finlandia dove è pari all’8%. Ma secondo le rilevazioni Istat in Italia è molto più bassa. Quello che cresce è il numero di 18-25enni e 25-29enni che vedono la genitorialità come una possibilità, che però viene posticipata negli anni. L’età media in cui arriva il primo figlio, infatti, è di circa 32 anni», spiega la demografa.
La mancata genitorialità oggi è più accettabile
I cambiamenti sociali, comunque, rendono oggi più “accettabile” la mancata genitorialità, che non è più vista come uno “stigma”. «Le norme sociali si sono modificate nel tempo, anche se rimane l’idea che i figli rientrino nei progetti di vita. Un esempio è la classica domanda, che spesso viene rivolta ai figli grandi in occasione del Natale: “Quando arriva un bambino?” Un’altra conferma riguarda vicino le donne, se lavoratrici, che sono penalizzate nella carriera proprio per l’idea che si assenteranno in occasione della maternità. Più che di egoismo dei giovani, però, parlerei di quello delle generazioni precedenti», osserva Vitali.
Investire di più sui giovani
Un’inversione di tendenza, infatti, non solo è auspicabile, ma è anche possibile: «Qui entra in gioco, però, la politica. Oggi le scelte strategiche sono nelle mani dei baby boomers: sono i più numerosi e molti sono in età pensionabile, ma tendono a non lasciare il posto di lavoro, di fatto escludendo i giovani da un ingresso stabile – sottolinea la demografa – I dati indicano che nella fascia tra i 25 e i 34 anni in Italia 1 su 2 vive ancora coi genitori: o perché non si è ancora laureato o perché, pur lavorando, non ha uno stipendio adeguato a renderlo indipendente. Se pensiamo che si tratta dell’età con il picco di fertilità femminile, si capisce perché la maternità sia ritardata o cancellata dai propri progetti di vita».