Sono stata tempo fa a un incontro con un famoso podcaster. Un professionista serio e preparato, che si è costruito negli anni una certa autorevolezza nel campo del “crime” grazie a una serie di inchieste su noti fatti di cronaca ben narrati e documentati. L’argomento della serata era, però, un particolare tipo di crimine, quello contro le donne. Un ambito nel quale si era addentrato da poco. Conosceva i fatti, le dinamiche, i moventi e le attenuanti dei presunti colpevoli, ma non aveva ahimè il quadro generale. Le coordinate esatte del terreno culturale e delle ragioni profonde per cui quei delitti accadono. Per questo risultava un po’ superficiale e impreciso nel rispondere alle domande del pubblico. Spesso esordiva con un «Non so», lanciandosi in spiegazioni fumose e poco convincenti.
Perché non bisogna minimizzare il femminicidio
Ricordo, in particolare, che a un certo punto disse che le cose stavano via via migliorando e che la questione – quella cioè delle morte ammazzate per mano di un uomo, perlopiù un coniuge o un ex – non fosse più un’emergenza. Perché finalmente se ne parlava e perché le vittime di violenza denunciavano di più. Vero. Purtroppo, però, i numeri di questa strage non sono cambiati. Malgrado le leggi, i braccialetti elettronici e una crescente consapevolezza sul tema. A un signore del pubblico che gli chiedeva preoccupato come poteva riconoscere in sé le tracce di un potenziale assassino, diede rassicurazioni confuse, tirando in ballo vaghe e lontane reminiscenze di Freud. Per me fu una delusione cocente. Uscii non solo seccata di avere buttato tempo e denaro per un appuntamento che non mi era servito a niente – non avevo imparato, non ne sapevo di più – ma addirittura furente. Perché non si può parlare di ciò che non si sa. Non è solo scorretto e sconsigliabile, ma pericoloso. Si condiziona il giudizio degli altri, si minimizza un fenomeno che non è emergenza ma sistema. Emergenza è la circostanza imprevista e occasionale ma, se muoiono ogni anno oltre 100 donne con queste modalità (una ogni 3 giorni), il problema è cronico e strutturale.
Il seme della disinformazione
Ho ripensato a questo episodio dopo aver sentito la dichiarazione del Generale Vannacci in occasione del suo ingresso ufficiale in politica: «Il femminicidio non esiste». Un’affermazione che ha sollevato un certo polverone e parecchie polemiche. Ma che, temo, ha anche seminato qualche chicco infestante di disinformazione su terreni pronti a raccogliere la provocazione e a germogliare. Per evitare che questo seme attecchisca, trovo importante tornare a parlarne, anche correndo il rischio di dargli spazio ulteriore e immeritata risonanza. Preciso che c’è un abisso tra il podcaster esperto di “nera” e il politico scaltro. Il primo pecca di incompetenza, ma il danno è limitato e in parte scagionato dalla buona fede. Il secondo, invece, usa scientemente l’arma della propaganda per negare un’evidenza, con possibili ripercussioni pratiche, qualora usasse il suo ruolo per intervenire concretamente sulla normativa che regola la materia.
Un crimine contro la donna in quanto donna
Ricordo che il reato di femminicidio è entrato in vigore alla fine del 2025 (art. 577-bis del Codice Penale). È stato un traguardo importante, perché riconosce il movente culturale e di genere di questo tipo di delitto. In pratica, mentre l’omicidio è “un atto illecito che cagiona la morte di un essere umano”, cioè viene commesso per ragioni slegate dal sesso, il femminicidio è un crimine contro la donna in quanto donna. È scatenato dall’odio e dall’istinto di prevaricazione. Dunque, non tutti i crimini contro le donne sono femminicidi. Lo sono solo quelli in cui la causa è di matrice patriarcale, ovvero “giustificata” dalla convinzione che una femmina sia un essere inferiore, su cui si ha il diritto di esercitare un dominio e un controllo. Non a caso, si manifesta quasi sempre in contesti domestici, all’interno di relazioni guidate da dinamiche di possesso e gelosia patologica. Se lei si sottrae a questa forma di sottomissione, il marito, compagno, fratello, padre, si sente autorizzato a reagire. Non è un raptus, non è una momentanea perdita di lucidità: è il risultato di un modo di pensare discriminatorio che ancora resiste nella nostra società.
Non bastano le leggi per fermarlo
Dire che il femminicidio non esiste significa ignorare il tessuto nel quale matura e non riconoscere che ha caratteristiche proprie, diverse dal semplice omicidio, da affrontare con risposte mirate. Non solo di tipo legislativo, ma anche culturale. Nei Paesi in cui questo lavoro è stato fatto, portando per esempio l’educazione affettiva nelle scuole e la formazione nei tribunali e presso le forze di polizia, il fenomeno si è drasticamente ridotto. Allora, non fermiamoci e non arretriamo. E, soprattutto, chiudiamo la bocca a chi non sa.