Tra 930 e 813 mila anni fa la popolazione si ridusse del 98,7%, arrivando a contare solo circa 1.300 individui fertili: un numero paragonabile alle specie a rischio di estinzione. É quanto emerge da uno studio genetico e antropologico internazionale pubblicato sulla rivista internazionale “Science“, alla quale hanno partecipato un gruppo di ricercatori cinesi e italiani.

Estinzione, le ragioni

Tale fenomeno, noto come “collo di bottiglia” (bottleneck) genetico, è stato con ogni probabilità dovuto ai drastici cambiamenti climatici che caratterizzano la cosiddetta “transizione medio-pleistocenica”. Successivamente a un milione di anni fa i cicli glaciali e interglaciali si ampliarono a livello planetario, portando a condizioni di estrema aridità in Africa e a estinzioni di intere comunità di grandi mammiferi.

Queste avverse condizioni climatiche e ambientali resero la sopravvivenza estremamente difficile anche per i nostri antenati, portandoli sull’orlo dell’estinzione. L’evento sarebbe stato tanto catastrofico quanto generativo, dando probabilmente origine a una specie che viene ritenuta ancestrale all’evoluzione di noi Homo sapiens (cosa che avvenne successivamente in Africa).

Il metodo “FitCoal”

Per arrivare alle conclusioni, i ricercatori hanno utilizzato un innovativo metodo bioinformatico chiamato “FitCoal“. Tale metodologia consente di esaminare i genomi completi di 3.154 individui attuali, appartenenti a 50 diverse popolazioni umane, combinando questi dati con informazioni paleoambientali (clima) e paleoantropologiche (fossili) che consentissero di risalire a periodi preistorici precedenti all’apparizione della nostra specie, come spiega il prof. Haipeng Li, coordinatore della ricerca.

Veluwe, il più grande complesso morenico di spinta dei Paesi Bassi, formato da depositi di sabbia del glaciale Saaliano durante l'epoca del Pleistocene

Uomo vicino all’estinzione, spiegata l’assenza di fossili umani

I risultati genetici ottenuti trovano conferma nell’assenza di fossili umani nel periodo del Pleistocene medio. È stata infatti rilevata una lacuna di circa 300 mila anni che coincide quasi perfettamente con il periodo del collasso demografico rilevato dallo studio. Precedentemente a circa un milione di anni fa ci sono abbondanti evidenze paleoantropologiche, ma intorno a 950 mila anni fa queste scompaiono quasi completamente dall’intero continente africano (come anche in Eurasia), per tornare ad aumentare solo dopo 650.000 anni fa con reperti che vengono solitamente attribuiti alla specie Homo heidelbergensis.

La nascita di una nuova specie

“Questo periodo di crisi demografica – spiega Giorgio Manzi della Università La Sapienza di Roma – potrebbe aver giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione umana. Durante un bottleneck, i normali equilibri ecologici e genetici vengono sconvolti. Aumenta così la probabilità che si vengano a fissare varianti genetiche inattese, contribuendo all’emergere di una nuova specie“.

“Questa nuova specie è probabilmente Homo heidelbergensis – sottolinea Fabio Di Vincenzo dell’Università di Firenze – che possiamo considerare un vero e proprio ultimo antenato comune, ossia la forma umana che si diffuse dall’Africa in Eurasia, dando origine all’evoluzione di tre diverse specie: Homo sapiens in Africa, i Neanderthal in Europa e i Denisova in Asia”.